In cerca del nonno a Dachau
La memoria, spesso, è costretta a lottare contro l’amnesia e l’oblio. Lo sa bene Patrick Modiano, che ha ritrovato tra le ombre del passato la figura di suo padre, nn ebreo traditore, che pur di sopravvivere e potersi concedere una vita agiata è entrato nella zona buia del collaborazionismo durante l’occupazione nazista di Parigi. “Forse la vocazione del romanziere – ha detto lo scrittore francese di Via delle Botteghe Oscure e Dora Bruder nel discorso tenuto a Stoccolma per la vittoria del Nobel della letteratura 2014 –, davanti alla pagina bianca dell’oblio, è proprio quella di fare riapparire qualche parola mezzo cancellata, come iceberg dispersi che vanno alla deriva sulla superficie dell’oceano”.
Ma questo silenzio, che tutta una generazione di figli e nipoti ha attraversato, “rimbomba letteralmente nelle orecchie”, ha scritto in Topografia della memoria (Keller editore, 2021) lo scrittore e giornalista austriaco Martin Pollack. Ed è proprio quel silenzio che ha abitato a lungo i pensieri di Elena Varvello. Fino a spingere la scrittrice torinese, docente alla Scuola Holden, a mettersi sulle tracce perdute di suo nonno: Francesco Ravinale. Un ragazzo bello, irresponsabile, capace di sfidare la vita guardandola negli occhi, di cui si sono perse le tracce nel lager di Dachau. Lì dove, così dicevano le scarne informazioni arrivate alla famiglia, sarebbe morto nell’aprile del 1945.
Ma rompere il silenzio, attraversare la barriera delle amnesie e dell’oblio, significa avere il coraggio di intraprendere un lungo, faticoso percorso di ricerca pieno di incognite. Perché il tempo che scorre ingigantisce sempre più la voglia di cancellare, di dimenticare l’ingombrante passato. O, al massimo, concede a chi si confronta con la Storia di rifugiarsi nella retorica. Di trasformare ogni umana vicenda in un racconto agiografico, che inesorabilmente si ritroverà imprigionato nella scintillante caligine del mito.
Elena Varvello, però, ha potuto contare sulla grande lezione letteraria e umana lasciata da Beppe Fenoglio. Perché è stato l’autore del Partigiano Johnny e di I ventitré giorni della città di Alba, a far capire che anche gli snodi più importanti della Storia prendono forma da un groviglio di questioni private. Da un assommarsi di storie minime, che hanno per protagonisti uomini e donne dai connotati confusi, dalla personalità incerta, dal destino traballante. Non certo fulgidi eroi sbucati dalla leggenda.
E, allora, è nata lì la voglia di conoscere più da vicino la figura sfuggente di nonno Francesco. E molto presto quel desiderio ha generato l’idea di costruirci attorno un romanzo. Perché, diceva Primo Levi in I sommersi e i salvati, “la conoscenza, attraverso la narrazione, diventa uno strumento per opporsi all’oblio, per costruire memoria collettiva che non sia compiacente, ma problematica, inquieta, viva”.
Elena Varvello non ha mai scritto storie compiacenti. Partita dai racconti di L’economia delle cose (Fandango 2008, che ha vinto subito i Premi Settembrini e Bagutta Opera Prima, oltre a essere candidato allo Strega), ha proseguito raccontando sempre il lato in ombra dell’esistenza, soprattutto quello degli anni dell’adolescenza, con La luce perfetta del giorno (Fandango 2011), La vita felice (Einaudi 2016) e Solo un ragazzo (Einaudi 2020).

Cinque fotografie erano tutta l’eredità che restava della vita di Francesco Ravinale. Oltre al ricordo di Piera, la figlia di quell’uomo “alto, bello”, di cui conservava anche un’immagine frammentata, un’apparizione fugace in cui lui le aveva “dato qualche caramella”. Scomparendo poco dopo.
Niente di più. Il resto della vita di Francesco era tutto da immaginare. Perfino il racconto della sua fine, riemerso dalle testimonianze di qualche conoscente, risultava confuso. Qualcuno parlava dell’ordine insensato ricevuto dal nonno della scrittrice di scavare una buca dentro il lager nazista, in cui era stato imprigionato. Richiesta a cui avrebbe risposto, urlando contro la guardia tedesca: “Fattela tu, questa buca”. Finendo per essere fucilato pochi minuti dopo.
Ma quel ricordo faceva riandare la memoria a un film con Totò, alla famosa scena di I due colonnelli, firmato da Steno nel 1962, in cui il principe de Curtis in divisa dell’esercito italiano diceva all’ufficiale nazista che non avrebbe mai sparato contro i suoi soldati. E che poteva “pulirsi il culo” con i suoi ordini.
L’altro racconto, portato da qualche sopravvissuto al lager, testimoniava un tentativo di fuga di Ravinale scavando un lungo tunnel con il cucchiaio. Dalla baracca sarebbe arrivato così, senza farsi vedere, in aperta campagna insieme ad altri prigionieri. Ma anche questa reminiscenza sembrava presa da un film: La grande fuga, girato nel 1963 da John Sturges con Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn e altri attori famosi nel cast.
C’era una sola via, per liberare dal mito il vero Francesco Ravinale. La più credibile, la più libera di muoversi al confine tra la vita e le praterie dell’immaginazione. Ed è proprio questa la traiettoria che Elena Varvello ha scelto di seguire. Costruendo attorno ai pochi frammenti di biografia di suo nonno un romanzo: La vita sempre, pubblicato da Guanda (pagg. 334, euro 20).
E allora, eccolo lì, Francesco bambino, che prende forma partendo dai ricordi della sua infanzia ad Alba. Lui è il figlio del macellaio, l’unico maschio con due sorelle più grandi in una famiglia che non se la passa poi male. È un bimbo “dagli occhi neri allungati, vicini, e lunghe ciglia”, abituato a vedere sua madre, Elisabetta detta Bettina, sempre immersa in mille faccende domestiche, infastidita dalla sua presenza e pronta a scrollarselo di dosso, se lui la pressa da vicino e le si aggrappa alla gonna, con un perentorio “lasme sté”. Lasciami stare, smettila di piagnucolare. Mi fai impazzire.
Deve crescere in fretta, Francesco, in anni in cui la Storia porta alla ribalta del teatro politico d’Italia un uomo dalla mascella quadrata e lo sguardo fiero, un socialista di nome Benito Mussolini che farà presto a conquistare il potere dopo la marcia su Roma, a cui non sarà presente. Anche perché lui, il futuro duce sempre pronto a impartire lezioni di coraggio a tutti, preferirà restarsene a Milano, lasciando aperta una via di fuga verso la Svizzera se le cose si fossero messe male.
Non amato da sua madre, Francesco fa in fretta a scoprire il gusto forte della vita. Quando il suo amico Alfonso Gribaudo un giorno scivola nelle acque del Tanaro e rimane lì, come un oggetto inanimato, portando via con sé il segreto dell’uomo tenuto legato alla catena, dentro una stalla in aperta campagna, che “la guera la guera la guera aveva ammattito”.
E poi, prende forma una nuova amicizia: quella con Salvo, il fratello più grande di Alfonso. Un tipo che “la vita è come le donne, capito? Te le devi pigliare, se vuoi, quando vuoi, ma finisce lì”. Un ragazzone dal collo grosso, le spalle possenti, che gli insegna a odiare il fascismo, perché “è tutto cinema, soltanto cinema” e lo aiuta a far ingigantire il suo sogno di andarsene in Australia. Di abbandonare Alba, che un giorno diventerà una miniera d’oro “vendendo le trifole”.
Quando Salvo scapperà con la figlia dello stagnino, mettendola incinta, e poi si inguaierà ancor più inseguendo un’impossibile ricchezza, Francesco capirà che la vita va consumata in fretta. Infatti, si impegnerà subito a spendere le venti lire che l’amico gli ha lasciato in dono. Poi brucerà tutti i soldi chiesti in prestito, sempre più di frequente, firmando cambiali, perché tanto “te li restituisco al più presto”.

E le ragazze? Ma sì, con quel sorriso contagioso gli correranno tutte dietro. Non servirà fare grande fatica per portarsele in riva al Tanaro, o all’ombra del “densin” dove si balla. O nel buio del cinema, con la mano di una Maria che gli accarezza la gamba, dove passano sullo schermo le immagini del gigante Primo Carnera, o lo sguardo suadente dell’attrice russa promossa a “fidanzatina degli italiani” al tempo dei telefoni bianchi: Anastasia von Hertzfeld, meglio conosciuta come Assia Noris.
La Storia, però, non può concedere a Francesco di spassarsela sempre, alla faccia di tutti, mentre altri soffrono la fame e si avvicina il ruggito di una nuova guerra. Eppure lui sperpera i suoi giorni tra il tavolo da gioco, il bordello, le ragazze sempre nuove da conquistare, fingendo che un giorno riuscirà a prendersi una laurea a Torino. Fino a quando, sui suoi passi, si profila l’immagine un po’ scialba, non certo simile a quelle delle dive sullo schermo, però magnetica, coinvolgente, di Teresa.
Sarà quella ragazza così riservata, così diversa dalle altre, a interrompere per un attimo la corsa folle di Francesco nello sciupare la sua vita. Figlia di povera gente, amica sincera della scarruffata Clelia, che possiede quasi inconsciamente il dono di vedere il destino delle persone in anticipo sul tempo, Teresa accetta di avvicinarsi a lui, di esplorare insieme un mondo di desideri carnali mai provati prima. Fino a innamorarsi di quel fustacchione impenitente.
Strafottente, certo, di sicuro inconcludente quel Ravinale, però non si tirerà indietro quando scopre che Teresa aspetta un bambino. Anzi, deciderà di sposarla, sfidando le ire della madre e le perplessità di chi lo conosce bene.
Le questioni private, la nascita di Piera, che lui vedrà una volta sola, senza ricordare nemmeno il nome, tanto da ribattezzarla Stellina, non riusciranno a tenere lontano Francesco dalla sanguinosa resa dei conti che spaccherà l’Italia in due. Entrato in una formazione partigiana con la sua solita, spavalda noncuranza, finirà per abbandonare i panni dello sfaccendato e diventare uno dei tanti, anonimi, personaggi che hanno impedito alla Storia di far trionfare il lato oscuro dell’umanità.
Da qui, da questo groviglio di vicende tutte da immaginare, è partita Elena Varvello per costruire La vita sempre. All’inizio, sembrava che dovesse aggrapparsi soprattutto alla fantasia, per rimettere in piedi il personaggio di suo nonno. Non bastavano, infatti, un pugno di fotografie in bianco e nero e i ricordi di Piera, la madre della scrittrice.
Ma la Fortuna, a volte, si impietosisce davanti all’ansia di chi non intende arrendersi al silenzio della memoria. Così, dopo lunghe giornate trascorse da Elena Varvello a scartabellare negli archivi, a inviare lettere per ottenere risposte sempre interlocutorie, digitando il nome sulla barra di ricerca del sito dell’Anpi si è materializzata l’informazione cercata tanto a lungo: Francesco era entrato nel lager di Mühldorf sotto falso nome. E c’era qualcuno, ancora vivo, che poteva raccontare un po’ di più di quel tale Mario D’Annibale, che altri non era se non Ravinale.
A questo punto, è capitato alla scrittrice di sentire le voci. O, meglio, una sola voce: quella del ragazzo bello, strafottente, coperto di debiti. Un nonno che non è mai invecchiato, nelle foto, ma che dal silenzio urlava per farsi ritrovare. Perché proprio lei, la figlia di sua figlia, potesse ridare forma alla storia di Francesco, rimasta sepolta sotto tonnellate di altre vicende nel mosaico della Storia.
A quella flebile presenza, ingabbiata sotto falso nome nel Memoriale di Mühldorf, è bastato sussurrare una parola sola: “Finalmente”. Quando ha capito che era arrivata la medium giusta, il tramite più qualificato per salvare la sua voce dalla tempesta dell’oblio. Per fare di Francesco Ravinale il fascinoso personaggio pronto a rivivere tra le pagine di La vita sempre.