Fantastico italiano?

17 Febbraio 2024

Dopo il tempo. Visioni del fantastico italiano è un’antologia pubblicata da effequ e curata da Maurizio Corrado, che ha visto la luce grazie all’istituto italiano di cultura di Melbourne, al Festival of italian creativity e al CO.AS.IT di Melbourne durante la Settimana della lingua italiana nel mondo del 2023. Come dice Angelo Gioè, direttore dell’istituto italiano di cultura di Melbourne, la domanda di partenza era “Qual è il rapporto tra scienza e letteratura al tempo dell’antropocene?”, a cui sono stati chiamati a rispondere alcuni autori italiani contemporanei. E il fatto stesso che un istituto pubblico dedichi lavoro e attenzione al “fantastico italiano” è senza dubbio un evento degno di nota. Quando si parla di cultura italiana nel mondo si va a finire non di rado spalando nella retorica delle eccellenze e del fiore all’occhiello oppure tutto si riduce altrettanto spesso a qualcosa di commestibile o bevibile. Il che non è necessariamente un male, sia chiaro. Evviva il cibo italiano! E però, ogni tanto, si potrebbe parlare d’altro.

Il problema è che quando si cerca di tenere la briglia dei galoppanti stalloni della retorica entro percorsi più strettamente culturali, si va spesso a finire dalle parti di Dante e della Commedia o di qualche altro classico da leggere o da cantare con la chitarra in mano. Anche qua non c’è niente di male, in sé, e sarebbe assurdo il contrario. Però è una bella sensazione sapere che le istituzioni pubbliche promuovano qualcosa di diverso dalla solita zuppa, per citare un gustoso racconto di Luciano Bianciardi. In specie poi se l’ambizione dichiarata dallo stesso Angelo Gioè, e sempre nella prefazione dell’opera, è di ridefinire “l’idea di fantastico in una prospettiva italiana che sembra superare la predominante tradizione anglosassone per guardare con rinnovato interesse verso argomenti e toni più squisitamente latini”.

Altra cosa che balza agli occhi è che gli autori selezionati, con l’eccezione di Nicola Fantini, che ha un vasto curriculum come autore di genere, sono sostanzialmente estranei al sottobosco del fantasy e della fantascienza. La stessa cosa era più o meno accaduta quando Bompiani dava alle stampe (maggio 2023) L’anno del fuoco segreto. Il novo sconcertante italico, viaggione nel cuore dello strambo in letteratura a cui però il biglietto era stato riservato per autori mainstream. Al netto di qualunque altra considerazione e velleità polemica, dal punto di vista di chi scrive questo pezzo, cioè un modesto libraio, tutto ciò non rappresenta un problema, ma girovagando per la Rete ho potuto cogliere qualche inarcamento di sopracciglia. L’augurio è che vengano fuori altre antologie di questo tipo e che anche gli autori più dedicati al genere possano avere la possibilità di affacciarsi alla grande distribuzione libraria, ma qui veniamo al cuore del problema, sempre dal punto di vista dell’umile libraio. Stiamo tutti a lamentarci dell’algoritmo e di come quest’entità informatica dominerà il mondo e ci renderà tutti uguali, ma esistono ben altri “algoritmi” oltre a quelli che indirizzano lo shopping on line. Sono entità metafisiche che abbiamo introiettato e che guidano le scelte e gli acquisti del lettore con una severità che definirei stalinista.

L’algoritmino, questo fratello minore dell’algoritmo, è infatti severissimo e ha “purgato” la nostra libreria ideale di interi settori della cultura. Per cui alla fin fine sia che il nostro ipotetico lettore e intellettuale compri su internet sia che compri in una libreria sarà sempre eteroguidato. È una specie di sortilegio, ma funziona così: scegliamo solo quello che già conosciamo, o che gli altri come noi conoscono e che noi imitiamo per non essere esclusi, o che quelli più carismatici ammettono entro il canone del momento, in un’interminabile e mefitica ripresentazione dell’uguale. La morale è che antologie di questo tipo hanno l’indubitabile pregio di costringere i loro potenziali lettori, che sono tutti lettori di “fascia alta” o presunta tale, a uscire dalla comfort zone fatta di neo-realismo pedagogico o intimismo con i dialoghi senza virgolette. E quindi ben vengano le antologie con una diffusione meno carbonara e con autori che non provengono necessariamente dalla nicchia. Lo dico per chi ha a cuore le sorti del genere, come il sottoscritto.

Se invece spostiamo l’attenzione sul tema dell’antologia, cioè l’antropocene, appare ovvio ai confini della banalità, quasi, che a scriverne in forma di racconto se ne possa e debba fare carico in primo luogo la letteratura fantascientifica. E chi se no? La questione ha una risposta talmente lapalissiana che non andrebbe nemmeno affrontata. Resta da discutere se sia però una questione da addetti ai lavori o se si possa allargare il campo anche agli autori mainstream che vogliano provare il brivido di andare fuoripista. Ovviamente la risposta è positiva, perché altrimenti ricominceremmo a erigere muri e a nasconderci in cittadelle assediate. E a tal proposito, però, ritorniamo alla parte più interessante della questione, che, lo dico subito, non è l’antropocene, secondo me. Al di là della pur sacra funzione testimoniale che la letteratura è chiamata a svolgere, è abbastanza chiaro che scriverci sopra non servirà a granché se non ci saranno mutamenti tecnologici, legislativi, economici e antropologici al di là della portata di qualunque scrittore, anche se bene intenzionato.

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Quello che ci interessa di più, invece, oltre alla possibilità di far da testimonianza a una catastrofe prossima ventura e ai modi per evitarla (speriamo), è un’altra cosa: la letteratura fantascientifica, cioè, interessa ancora a qualcuno? Tempo fa il mai troppo compianto Valerio Evangelisti, in un’intervista, mi diceva che dobbiamo smettere di sentirci assediati, la guerra è stata vinta, la letteratura di genere ha ormai contagiato tutti gli altri mondi letterari. Ma se vent’anni fa si poteva pensare plausibile uno scenario di questo tipo (il successo di Matrix riverberava ancora), oggi temo che la risposta sia diversa. Innanzi tutto perché l’impatto della tecnologia sulle nostre vite è superiore a quello che aveva la fantascienza nelle vite delle generazioni precedenti, in secondo luogo perché la letteratura (parlo dell’Italia) è rimasta ancorata a parametri neo-realistici e moralistici.

Tra il pedagogismo biografico per ragazzi (che impazza e ammorba i piccoli con le vite esemplari dei santi laici) e il moralismo pasoliniano (che va bene su tutto, come il parmigiano) ancora oggi l’unico alieno che si è affacciato rimane quello spernacchiatissimo di Ennio Flaiano. E se non mi credete, basta uscire dalle aule universitarie, dalle redazioni e dalle webzine e fare un salto in libreria. Se il fantasy e i manga tengono botta, grazie ai più giovani, se al cinema abbiamo assistito negli ultimi anni a una rinascita del genere (si fa per dire, e comunque più horror che sci-fi), la fantascienza letteraria continua a essere vista come robetta da quattro soldi dalla stragrande maggioranza del pubblico “colto”. Dopo il tempo. Visioni del fantastico italiano cerca quindi di inserirsi con coraggio in un mercato difficile, duro, testardo, e di dare uno scossone. Impresa epica, ma la fantascienza spesso lo è, quindi, ben venga quest’antologia, purché si abbia coscienza del fatto che il lettore colto, quello che legge i libri “importanti”, potrebbe pensare che un’opera siffatta sia un trastullo onanistico, e questo nella migliore delle ipotesi.

Concludo perciò, dopo aver letto con soddisfazione tutta la raccolta, segnalando alcuni racconti con i quali sono entrato in sintonia, nonché invitandovi a leggere il libro e a compilare la vostra personalissima playlist. “Mycorhiza” di Laura Pugno è un bell’esempio di letteratura sperimentale, un avventuroso poema d’amore e apocalisse; “Erre erre ci” di Laura Pariani è un pastiche linguistico ambientato in un mondo dopo la fine del mondo ed è divertimento letterario all’ennesima potenza, si vede da “millanta miglia” che l’autrice deve essere esserselo goduto, e come lei se lo godrà anche il lettore; “Come nacque il grande dizionario atemporale” di Nicola Fantini è un racconto sulla memoria e sul linguaggio degno del miglior Robert Sheckley o, come dice Angelo Gioè nella prefazione al volume, anche dello Stanislaw Lem più spiritoso. “Lezione di tenebra” di Matteo Meschiari è un altro divertimento assai ben congegnato e, anticato ad arte con grande attenzione al linguaggio, da un autore in ottima forma, che ci fa sprofondare nell’antichità del genere umano con un rapinoso monologo di uno scienziato durante un congresso.

E veniamo infine alla domanda iniziale, formulata nella prefazione del volume, se cioè sia possibile “l’idea di fantastico in una prospettiva italiana che sembra superare la predominante tradizione anglosassone per guardare con rinnovato interesse verso argomenti e toni più squisitamente latini”. Ebbene, la lettura di questo e di tantissimi altri libri, il lavoro di case editrici storiche e di altre realtà editoriali in attività da relativamente poco tempo, nonché l’entusiasmo e la preparazione del crogiolante fandom fanno davvero pensare che sia possibile un fantastico a km zero e di grande qualità. Insomma, gli scrittori e i curatori non mancano. Ma se gli scrittori sono fatti, ora bisogna fare i lettori.

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