5. Canzoni beffarde per povera gente

A inizio anno la classe era il nostro West Bank: Azhar e Rashid capitanavano la rivolta contro i nuovi docenti di quest’anno. L’anno scorso sì che avevano un bravo insegnante! Faceva sempre fare lavoretti di gruppo e prendevano tutti bei voti. Quest’anno no. Siamo cattivi, li costringiamo a ragionare e capire quello che diciamo, vogliamo interazione, li staniamo dalle loro sghignazzate, maschi e femmine. Azhar e Rashid più volte hanno detto che non vedevano l’ora di avere 18 anni per potersi andare ad arruolare a Gaza e ammazzare tutti gli ebrei. Per un po’ ho usato la sala audiovisivi, ma quando ho visto che mentre scorrevano scene di strazio bellico e campi di concentramento loro parlavano d’altro e si tiravano di tutto mi sono indignato, e per un mese li ho martellati di lezioni frontali e interrogazioni rappresaglia per chi faceva lo stupido. Ho parcheggiato l’auto lontano dall’ingresso. Azhar mi è passato dietro le spalle e davanti alla classe mi ha fatto un doppio dito medio con molleggio rapper. Ho fatto finta di nulla. Quando Gabriel ha portato a scuola un sacchetto pieno di elastici, li ha distribuiti a tutti e poi mi ha centrato in faccia con due fiondate, ho detto basta e ho accettato di entrare in guerra. 

 

 

Quando siamo arrivati alla Prima Guerra Mondiale ho parlato del primo eccidio del Novecento, quello dei Turchi ottomani a spese del popolo armeno: uno Stato laico che usava l’odio religioso per togliersi dai confini un popolo che simpatizzava con il nemico russo. Musulmani che hanno sterminato cristiani. La Storia è più incasinata di quello che vediamo su YouTube, si sono detti. Poi è arrivato il Giorno della Memoria, e hanno sentito di nazisti tedeschi neopagani che sterminavano ebrei. E siamo tornati ai ricorrenti pretesti sanguinari delle religioni, la loro compresa. Sono partito con una unità di apprendimento sulla questione palestinese: dal 1919 al 2019. Il sionismo, i primi terreni comprati da ebrei nella Palestina che all’Impero Ottomano musulmano non importava nulla. I primi insediamenti. Ogni gruppo ha studiato e raccontato una puntata di una storia cominciata nel 70 d.C. e mai finita. Azhar ha fatto un’ottima relazione su un documentario delle “Iene” (Italia 1) che raccontava una settimana in una famiglia israeliana e una settimana in una famiglia palestinese. Aziza si è occupata di Herzl e di come si è arrivati prima con l’appoggio della Gran Bretagna e poi con quello degli Stati Uniti al 1948 di Ben Gurion. Quando una mattina Azhar è entrato furioso per la “proposta indecente” di Donald Trump e Benjamin Netanyahu sentita su Al Jazeera e ne abbiamo parlato insieme, ha capito quello che sto dicendo da quattro mesi: noi oggi siamo nel punto più estremo della Storia, tutto qui.

 

 

Loro sono nella Storia. Ho condiviso una griglia di valutazione: qualità dell’esposizione, assimilazione del contenuto, relazione del capogruppo sui livelli di contribuzione di ogni membro del gruppo al voto di gruppo. Così alcuni sono stati valutati con un 9, e altri con un 4. E le sparate fanatiche sono state sterminate.

Poi siamo venuti al dopoguerra, al capitalismo di massa, al comunismo di Lenin, parlando di come ancora oggi il capitalismo consumistico con le sue leggi e il suo sistema repressivo ci manipolano per renderci infelici e instradarci a spendere tutti i soldi che abbiamo per comprare oggetti con obsolescenza programmata, per “regalarci” qualche istante di “felicità”. Mi è tornato in mente Brecht, il suo teatro senza quarta parete, ancora perfetto come educazione allo smascheramento. Nelle antologie che i colleghi hanno fatto adottare non c’è una riga su Brecht. Ho messo tutti i materiali sulla classroom digitale, e ho fatto BYOD (Bring You  Own Device). Invece di demonizzare gli smartphone e tentare pateticamente di tenerli fuori dalla scuola, ho messo contenuti sui loro smartphone. Belli risvegliati si sono scaricati l'app della piattaforma educational. Lettura a tavolino dell’Opera da tre soldi. Azhar aveva detto che vuole imparare il tedesco e andare al liceo, per poi raggiungere ad Hannover i suoi cugini e vivere in Germania, perché là è tutto pulito e la gente si comporta bene. Ascolta le canzoni di Weill in tedesco. Che personaggio fa? Peachum, ovvio! Il ruffiano, l’impostore ipocrita che nella sua bottega di ONG buonista organizza capillarmente sulla mappa di Soho la sua compagnia di falsi accattoni.

 

 

Furbo, intelligente, orgoglioso, e non mi ha ancora chiesto scusa per il dito medio – come da me platealmente richiestogli davanti alla classe – gode ad essere Peachum, e sta leggendo bene la sua parte. Gabriel, in attesa dei tre giorni di sospensione con giustizia riparativa (farà fare i compiti a bambini in difficoltà del suo quartiere) è ovviamente Mackie Messer; ora è un pescecane sdentato, ma sta capendo che anche il Franti, il bullo, il David che scaglia la fionda in faccia al Golia prof, è un pupazzo del sistema, un ingranaggio della Grande Repressione orchestrata in alto.

Aziza, invece, è furibonda. Pensava di essere diventata la favorita dei prof, e non ne vuole sapere di fare Jenny delle Spelonche: il suo agitato egocentrismo di urlatrice e di seminatrice di zizzania è stato smascherato, e ora è lei a tirare fuori l’Islam, fuori tempo massimo: «Io non farò mai una puttana! È harãm!»; è sorda al ragionamento sul personaggio di Jenny, alla sua sboccata e smaccata azione di rivelatrice. Una ragazza musulmana non può interpretare una puttana! OK, le ho detto, altre due compagne faranno Jenny e tu starai a guardare. Samantha, la bella pigra della classe, fa Polly a meraviglia: il ruolo di finta oca le sta a pennello. I colleghi di Arte, Musica, Potenziamento sono pronti a darci una mano. Ho chiesto un “teatro” e qualche centesimo per la produzione alla dirigente scolastica, che intanto ci ha preparato l’aula nuova, ridipinta di fresco, senza i lavandini a vista; lasceremo lo stanzone carcerario dove siamo stati fino ad oggi, dove volavano elastici, cappellini, biro e portapenne, dove si rubavano mp3 e biglietti da 10 euro, dove si vaffanculavano i prof. All’inaugurazione voglio fare la scena del matrimonio di Peachum e Polly.

 

 

Floro, l’inca che fa il clown ogni mattina e che alle 15 crolla addormentato nelle stanze dell’associazione di quartiere dove dovrebbe fare i compiti, farà il cantastorie: il buffone che sa tutto e svela l’ipocrisia; nelle prove a tavolino non voleva leggere, diceva «tanto non so leggere, non faccio niente, tanto non riesco a capire niente», ma tutti, compagni e prof, aspettavamo che ad ogni battuta lui schernendosi riprendesse a interpretare. Canteranno in coro la triste cinica beffarda “Canzone di nozze per povera gente”, una lagna musicalmente lugubre e letteralmente cinica:

 

 

quando stavano davanti all’assessore
lui non sapeva dov’era il velo della sposa
e lei manco sapeva come si chiamava lui.
Evviva! Salute e figli maschi!

 

Fra qualche ora ci vedremo per le tre ore settimanali di prove. Vedremo se Aziza capirà che nel suo tango Jenny ha capito tutto, e che harãm è non avere misericordia per noi stessi:

 

voi che godete al prezzo del nostro disonore
dateci retta, sappiatelo, è così:
solo a pancia piena l’uomo un po’ migliora.
Basta bla bla, il punto è tutto qui.

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