All’improvviso questa immane stanchezza

All'improvviso questa immane stanchezza. Nonostante il 25 aprile, nonostante la primavera tiepida che riempie di foglie verdi gli alberi nei viali, nei cortili, nella macchia dei giardini pubblici visti da lontano, nonostante le giornate che si allungano morbidamente. Ci siamo rinchiusi quando per uscire ci voleva il cappotto, i rami erano spogli, faceva notte alle sei. Ora è tutto un cinguettio, un'alba anticipata, un volo di storni al tramonto.

Nelle vetrine dei negozi sono rimasti i saldi invernali, erano già gli ultimi residui, capi improbabili tirati fuori da magazzini che sembravano già di trent'anni fa anche al naturale, corsi e ricorsi della moda, ma ora, immobilizzati in centro a Milano, sono uguali a certa archeologia urbana di aree disperse (le mercerie con i bottoni anni settanta, le bacheche di partiti di sinistra spazzati via da decenni, le cartoline ritoccate a mano che ancora incontri in certi paesi dell'interno dell'Abruzzo), a certi negozi danneggiati dal terremoto e mai più riaperti, in centro Italia.

Deve essere la settimana in cui si lavora alla riapertura e infatti un bar qui vicino ha messo fuori spazzoloni, igienizzante, vernice, per rinfrescare il grosso gazebo che permetterà una ripresa, almeno all'aperto. Forse. Non si sa quando.

Lavorano in quattro o cinque, omoni muscolosi con la mascherina calata sul mento, armati di pompe d'acqua e pennelli. Ottimisti, alacri. Ma, sotto sotto, chiaramente disperati, come tutti.

Campavano con le colazioni dei genitori della scuola, chiusa da subito, con i pranzi degli insegnanti e degli impiegati, con gli aperitivi serali che sono stati i primi a saltare.

 

Questi dunque sono i giorni in cui si pensa alla Fase2.

Ci si pensa nonostante i numeri al Nord non siano dei migliori: la discesa che si aspettava, avrebbe dovuto essere più rapida, più repentina. E invece, lentamente, sta venendo fuori il sommerso.

E il sommerso sembra una di quelle creature di Miyazaki, uno di quegli esseri che all'improvviso spuntano dalla terra, o dall'acqua, lentamente, mostruosamente. Esseri di foglie, o di polvere. Qui spunta dalla città, da queste vie vuote, da dentro i palazzi silenziosi ma chiaramente abitati, dalle sirene che si continuano a sentire verso sera, dalle mascherine che tutti portiamo un po' su un po' giù.

E può essere una figura angosciante e mortifera ma anche una buona notizia, a suo modo. La buona novella che in molti, forse, sono già stati contagiati e ne sono in qualche modo usciti o ne stanno uscendo, nel chiuso delle case.

Continuo a stupirmi e a fermarmi di fronte ai volantini appesi alle saracinesche abbassate, appiccicati alle vetrine: ognuno scritto in uno stile diverso, stampati con vari font e sfondi o buttati giù a mano con un pennarello su un foglio qualunque, alcuni in cinese, altri in inglese e in cirillico oltre che in italiano, con date differenti a seconda delle varie ordinanze che si sono susseguite. Lapidari, sono i manifesti a lutto per la morte della città.

 

Dunque si ragiona sul lavoro. Soprattutto in termini di aziende e infatti sono figure aziendali quelle chiamate a ripensare il nuovo ordine. Del lavoro nelle fabbriche, nelle aziende, nei luoghi con tante persone concentrate, si occupano in tanti: soggetti istituzionali e comitati messi assieme all'uopo. Con quali esiti non mi è chiaro. Filiere che non hanno mai chiuso, fabbriche che hanno cambiato codice Ateco al volo per riaprire in deroga, tutti i lavoratori della sanità, dell'assistenza, la logistica, ecc. ecc. C'è ancora molta polemica. Su quelli che non hanno mai smesso di lavorare, su quelli che devono tornarci subito senza opportune garanzie, sui controlli che non bastano, sulla fumosità di certe direttive. Comunque, nel bene o nel male di questo si parla, si ragiona.

Poi c'è tutta una parte di lavoro taciuto, non riconosciuto, su cui invece nessuno spende mezza parola.

È il lavoro delle donne, quello dei bambini e dei ragazzi (il “lavoro scolastico”, la dicitura è proprio questa), e ok, anche il lavoro degli “artisti”.

 

Opera di Rala Choi.


Sento in radio una frase di un'ascoltatrice che dice, con grande semplicità, quello che si sa dall'inizio: “Ho bambini a casa, quindi non tornerò a lavorare. Mentre mio marito sì.” 

Scrivo in rete “Era sin troppo ovvio che finisse così.” Mi rispondono molte donne, confermando e testimoniando identiche situazioni, ma qualcuno dice anche (uomini soprattutto) che ormai non è automaticamente così, che il lavoro è cambiato per tutti. Sì, ci saranno eccezioni e condizioni più fluide e maledettamente precarizzate ormai comuni a uomini e donne, ma il grosso del sistema, nella maggior parte del paese, è innegabilmente organizzato ancora così. E basta guardare il comitato tecnico-scientifico messo in piedi dalla Protezione Civile: su 21 membri, 21 uomini. Possibile non esista una donna di pari titoli e pari competenze? Annoso dilemma: si convocano sempre fra di loro? O proprio le donne lì non le fanno manco avvicinare? Giustamente un'amica facebook mi scrive: “dovrebbe essere illegale”. Sembra una provocazione ma a pensarci bene è così: dovrebbe essere illegale. 

 

Non se ne esce: un paese a misura d'uomo. La famiglia a fare da supporto e ammortizzatore, con il risparmio privato e con il lavoro gratuito delle donne che va a sostituirsi a un welfare arretrato e neanche lontanamente paragonabile a altri welfare europei. Il nostro caro, vecchio, welfare familiare che stavolta non può manco contare sui nonni: separati per legge dai pericolosi nipotini.

Ed è un cane che si morde la coda: donne non assunte e non promosse causa il loro essere donne e destino delle donne che, quando in coppia e in famiglia, sono le prime a dover restare a casa in quanto più sacrificabili, meno garantite, meno pagate a parità di ruolo.

Poi mi piacerebbe sapere: quante le donne impiegate nel commercio, nell'artigianato, nei servizi alla persona (parrucchiere, estetiste, commesse) che non riapriranno? 

E le colf, le badanti, le assistenti? Un'enorme zona grigia senza rete. 

Sole, chiuse di nuovo nelle case.

 

I bambini, i ragazzi. Girano video di prime ministre donne (in Finlandia insieme alla ministra della cultura e a quella dell'istruzione, in Nuova Zelanda) che hanno dedicato speciali conferenze stampa ai bambini e ai ragazzi rispondendo alle loro domande e spiegando la situazione per filo e per segno. La situazione in generale e la situazione in particolare per i più giovani, che sono stati i primi a restare a casa quando si è chiuso. Da noi silenzio. Silenzio con i più giovani, che secondo decreto neanche possono uscire, silenzio sulla scuola, che riaprirà forse a settembre. Il loro lavoro scolastico tenuto su a fatica con la didattica a distanza, con tutti i problemi e le disparità che tornano fuori in termini di accesso ai mezzi e ai materiali (tablet, dati, stampanti, ore di lezione che si sovrappongono a quelle dei fratelli o al lavoro smart di madri e padri, spazi che non bastano) e a chi ti può aiutare in casa. Il loro diritto allo studio, messo in coda a tutti gli altri diritti di tutti. Il loro diritto alla socialità, all'affettività, al movimento: tutto così vitale nella loro crescita. Due mesi e mezzo nella vita di un bambino non sono uguali a due mesi e mezzo nella vita di un adulto. 

 

Come gira il tempo, quando hai sette anni, o sedici? Non certo come quando ne hai trenta o sessanta, no?

Perché questo cupo silenzio? Che razza di rimozione è questa? All'annuncio che per le categorie più a rischio (gli ultra sessantenni) si profilava forse un “divieto” di uscita, c'è stata una mezza insurrezione. Giusta, per carità, però quando invece sono stati chiusi in casa i bambini, serrate le scuole, tirati via dalle strade gli adolescenti, tutti zitti. Forse perché nessuno sotto i diciotto anni viene invitato in tv, nessuno scrive in prima pagina, nessuno di loro ha potere di voto? Buoni come target pubblicitario, come consumatori di merce, sempre, scompaiono quando si tratta di politica e progetti. Eppure il futuro sarebbero loro. 

È loro la forza, è loro la ricerca, è loro il lavoro di domani.

 

Loredana Lipperini posta un vecchio tweet del virologo Burioni che dice “I figli sono gioie, felicità etc. ma anche maligni amplificatori biologici che si infettano con virus per loro quasi innocui, li replicano potenziandoli logaritmicamente e infine li trasmettono con atroci conseguenze per l'organismo di un adulto.”

Mi soffermo su tre passaggi: “maligni”, “amplificatori biologici”, “atroci conseguenze”. 

Pur facendo tutta la tara a una comunicazione che deve essere sintetica per via dei 140 caratteri, tralasciando la follia di voler fare divulgazione scientifica in via neanche breve ma brevissima, resta e resterà il disastro di queste visioni tutte fallate, distorte, mostrificate che terrorizzano, dividono, guastano i già compromessi rapporti umani in questa epoca di terrore e minaccia di trasmissione da una persona all'altra. Più del morbo stesso che ci sta tutti avvelenando.

 

E ultimo e non ultimo, il mio lavoro. Il nostro. Quello di chi scrive. Di chi recita, di chi suona, di chi fa teatro. Degli artisti, insomma.

Un tempo – due mesi e mezzo fa – prima di mettermi a scrivere una cosa lunga, facevo un giro di mezz'ora. Uscivo e mi facevo una passeggiata, ché, si sa, camminare aiuta la concentrazione. Si raccolgono le idee, si lancia uno sguardo oltre la parete, lungo viali che respirano, attorno alle piazze, nei giardini pubblici. In spiaggia, se si è in posti di mare. Adesso è impensabile: se mi fermassero, prenderei una multa. Finirei sul giornale come il caso del giorno delle “motivazioni assurde” nelle autocertificazioni. Altro che Conrad, la moglie, e lui che deve spiegarle che lavora anche quando guarda fuori dalla finestra.

Verbale da quattrocento euro, signora. E documenti, grazie.

E che è, un lavoro il tuo?

La scrittrice Sara Gamberini, in rete, si domanda se sia stato previsto un bonus, una qualche forma di contributo agli scrittori. La risposta è ovviamente “No”, nessun sostegno al reddito sparito. E si apre anche un po' il dibattito. Come quantificarlo, eventualmente? E poi, qualcuno in questo paese campa di scrittura? E ancora, sarete abituati, tanto, a tirare la carretta, no? Che ti cambiano due mesi in meno in un meno perenne, un immenso meno che ti sei scelto e mo' ti tieni (e ti sbatti) più del solito? Non lavori, già un sacco di volte, gratis? O per cifre più o meno simboliche? 

Durante la Grande Depressione fu messo in piedi un enorme programma di sostegno al lavoro di scrittori, artisti, fotografi ecc. È pensabile oggi? Qualcuno, da qualche parte, ci sta lavorando?  

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Opera di Rala Choi.