Ho conservato a lungo un’immagine inquietante, almeno per la sensibilità di un bambino. Un’immagine indiretta, che devo a mia madre – nel suo essere stata a sua volta bambina – e alla memoria collettiva ricevuta dai nonni di lei. 

Quattro generazioni fa dunque, che sono solo un “amen” nella storia, e si arriva ai primi anni del Novecento. Sugli Appennini equivale a fare un salto nel tempo di secoli.

Quell’immagine aveva nome biascin, vale a dire la consuetudine oggi inimmaginabile di masticare piccoli bocconi di carne prima di passarli al bambino da svezzare. Il passaggio finale avveniva con le mani, e prima e all’origine dei secoli doveva essere stato come fanno gli uccelli con i pulcini. 

Per noi umani, è il lento sviluppo della mente attraverso il “confronto” con l’ambiente a renderci tali... condizione che ci rende dipendenti dalla madre per un lungo periodo; questa alla fine la ragione antropologica del preistorico biascin, atto di devozione quanto di nutrizione elementare, trasformazione della materia naturale al suo livello primordiale, prima dell’invenzione di qualunque cucina. 

Molto tempo dopo, lungo le innumerevoli “svolte” della civiltà, quel masticare primordiale sarà stato forse una delle origini della cucina: cos’altro se non rendere più commestibile il naturale...

 

Il biascin, è stato cancellato dalla memoria da quando la modernità degli omogenizzati l’ha reso inutile. Facile poi trovare conferma nell’etimologia di questa parola dialettale; biasciare in italiano è infatti masticare imperfettamente... un significato coerente all’azione del “pre-digerire”, vale a dire con il nutrire, con qualcosa che alla fine resta solo un atto d’amore.

Niente di avventato in questa ipotesi, l’origine dei comportamenti che sfiorano la nostra biologia ha contorni sfumati. Solo le osservazioni degli antropologi, dei biologi, le congetture o le induzioni originate dai sentimenti possono portare un po’ di luce, possono tentare di ricostruirne la storia, di tratteggiarne le trame essenziali, aldilà di ogni razionalità, di ogni fredda teoria.

Anche i sentimenti... almeno quando questi restano immutati attraverso le generazioni, parte dell’“essere umani”.

 

Ti bacerei fino a mangiarti” si dice per esprimere desiderio come affetto a non finire: mangiare con la bocca, baciare con la bocca, parlare con la bocca...

Eppure, in questa “coincidenza” multipla deve esserci qualche legame, deve essere restata qualche scoria inattesa lungo il dipanarsi dell’evoluzione e il suo incrociarsi con lo scorrere della civiltà...

Bacio è parola dall’etimologia incerta, di derivazione probabilmente sanscrita; ricondurrebbe a ba-bhas-ti, masticare.

Masticare... sarebbe anche un’etimologia che si fa in qualche modo rivelazione perché qui il biascin acquisirebbe una luce nuova, seppur obliqua e imprevista; se baciare deriva da masticare, non è stato allora quello della madre il bacio primordiale mentre ci nutriva? Occhi negli occhi e la vita che passa dalla madre ai figli...

Sarebbe forse questa l’origine dispersa in milioni di anni di evoluzione, distillata poi diversamente dai pochi millenni di civiltà che ne hanno smosso e confuso il senso...

Perché dire civiltà alla fine è raccontarsi i modi differenti come ci si è affrancati dalle necessità animali, che altro... In tutte le culture e attraverso tutti i miti non è stata questa la strada più o meno tortuosa fino alle forme del presente...?

Alla lunga, possiamo staccarci dalle nostre origini ma mai completamente dalla nostra biologia. Alla lunga, restiamo sempre quel che siamo. 

 

La dolce vita.


Faccio tutto tranne baciare sulla bocca” diceva Julia Roberts (Vivian) a Richard Gere in Pretty Woman. Non un caso della sceneggiatura e neppure un accidente della cultura più o meno occidentale, quello per cui le prostituite rifiutino il bacio; un’intimità che l’amore mercenario non comprende, differente da qualunque altra meccanica umorale intimità, da qualunque traffico dei sensi e del corpo. 

Ci sarà una ragione...

Da mi basia mille, deinde centum / dein mille altera, dein secunda centum”. (Dammi mille baci e poi cento e quindi mille altri e poi ancora cento) declama Catullo nel suo Liber di poesie rivolto all’amata Clodia-Lesbia. È il basium latino che prevarrà poi nelle epoche future (per i Romani esistevano anche osculam e savium per indicare il bacio).

In provenzale diventerà infatti bais, bezo in spagnolo, beijo in portoghese, questi e altri dal latino basium, a sua volta forse originario dal greco bazò, parlo e basko, baskaino, mormoro.

Mormorare, vale a dire parlare a bassa voce, da vicino, sussurrando...

Un verbo e un’azione “fragili” come la vita, ma ancora illuminanti se mormorare è preliminare al baciare. Non è, insieme agli occhi e allo sguardo, il necessario avvicinamento nell’intimità?

Quell’intimità che all’origine è stata esclusiva materna come il nutrire. È un privilegio femminile quello di legare vita alla vita, un nutrimento che viene realizzato anche attraverso la parola.

 

E allora, se così fosse, la controversa etimologia del bacio farebbe alla lunga intravedere un qualche chiarore, qualcosa del dipanarsi di un “comportamento di civiltà” a noi intimamente necessario, giunto ai nostri giorni lungo le spirali di innumerevoli generazioni e i labili rimandi del linguaggio. 

Quella del nutrire, potrebbe essere questa la natura nascosta del bacio, di tutti i baci... Che sia parola sussurrata o cibo la sua lontana origine, sarebbe sempre una densa e misteriosa vibrazione nutritiva quella che cerchiamo, che condividiamo baciando l’altro, che speriamo di incontrare ogni “prima volta”.

Ormai perduti gli ancestrali echi del legame materno, avvolti – secondo gli incontri, il desiderio, le affinità – o solo sfiorati dagli ormoni che il bacio scatena (ossitocina, serotonina, dopamina le molecole dell’eccitazione o del benessere) quello che cerchiamo sulla bocca e nella bocca dell’altro sarebbe una sorta di trasfigurato nutrimento, echi irriconoscibili di un lontanissimo sostentamento, stratagemma evolutivo che ci lega alla certezza dell’amore e di quel primo gesto che si fece bacio e che da sempre ha unito vita alla vita. 

 

Poi, se a proposito del nostro baciare ci chiedessimo quale memoria resta di quell’ancestrale nutrimento, chi mai potrebbe dire...

Niente e nessuno, sarebbe la risposta a quel dubbio, se non avvertire che non c’è differenza di ruoli, non c’è distinzione di genere mentre siamo trattenuti in quel bacio.

Chi può dire in quel mentre chi è colui che prende e chi colui che dà?

Opera di Magritte.

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