Belli, Romaccia eterna e la buffa vanità del potere

Je casca a un omo una corona in testa?

Belli famigliare: endecasillabi d'ordinaria quotidianità

 

È un privilegio e insieme una dannazione nascere romano, per troppi motivi che qui sotto forse alla fine si capiranno, ma certo è “un gran gusto”, per dirla con il Poeta, crescere ed essere educato belliano.

Ancora una volta mi dispiace esordire in modo così scopertamente autobiografico, ma a casa mia, dai nonni in giù, s'infilava Giuseppe Gioachino Belli in qualunque discorso o situazione, nel vivo dei sentimenti e dei passaggi dell'esistenza: nascite, morti, matrimoni, figli, animali domestici, studi, successi e incidenti professionali, malattie e altre umane fragilità, politica, allegria, noia, ansia e tristezza, sghignazzi e tragedie, queste ultime due cose procedendo perfettamente insieme nell'alta poesia di questo vulcano.

Per cui non sarà stato tanto pedagogico, o forse sì, ma tra i primi sonetti mandati a memoria, in tenera età, c'è questo, piuttosto spaventoso e senza speranza, che s'intitola “La vita dell'Omo”, e che si riporta come tutti gli altri con la data di composizione e le note dell'autore:

 

 

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola (1)
tra sbasciucchi, (2) lattime e llagrimoni:
poi p’er laccio, (3) in ner crino, (4) e in vesticciola,
cor torcolo (5) e l’imbraghe pe ccarzoni.

 

Poi comincia er tormento de la scola,
l’abbeccè, le frustate, li ggeloni,
la rosalía, la cacca a la ssediola,
e un po’ de scarlattina e vvormijjoni. (6)

 

Poi viè ll’arte, er diggiuno, (7) la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica,

 

er zol d’istate, la neve d’inverno...
E pper urtimo, Iddio sce (8) bbenedica,
viè la Morte, e ffinissce co l’inferno.

 

Roma, 18 gennaio 1833

 

(1) Il bambino in fasce dicesi sempre cratura in fassciola. (2) Baci dati con insistenza. (3) Cinghia attaccata dietro le spalle de’ bambini per sorreggerli ne’ loro primi mesi di cammino. Può presso a poco paragonarsi al tormento della corda. (4) Canestro in forma di campana, aperto in alto e nella base, entro cui si pongono i bambini, che lo spingono col petto e tengonsi ritti in esso nel camminare. (5) Salva-capo contro le cadute. (6) Vormiglioni: vaiuolo. (7) Digiuno ecclesiastico che principia all’anno ventunesimo. (8) Ci.

 

Il giovane Belli

 

Così, anche a colpi di elenchi tra il nevrotico e il dimostrativo, si può dire che gli endecasillabi belliani abbiano accompagnato, come spari nel buio della quotidianità, tutta la mia infanzia e giovinezza. E volteggiavano, questi versi, sui luoghi di Roma su cui mi trovavo a passare (“Se po' fregà Piazza Navona mia”), sulla malinconia civile dopo gli anni dell'impegno (“A sti tempacci nostri è nescessario”), come pure su minime seccature stagionali tipo zanzare (“Ajo, cazzo, che pizzico puttano!”). Fiorivano in testa, a mo' di allegri frammenti, sulle mille occasioni che offrono i rapporti umani, dall'alcolismo di conoscenti e amici (“E la bumba? Cojoni, si je piasce!”) all'opportunismo che accompagnava l'intensificarsi di visite agli anziani in punto di morte (“E venivano già quinnici o venti/ fra parenti e parenti de parenti”), fino ad accompagnare l'atto conclusivo della giornata in un sereno mix di preghiere e incombenze fisiologiche, come ne "La bbona famija": “'Na pisciatina, 'na sarvereggina/ e in zanta pace sce ne annamo a letto”.

Belli era insomma per me e per tutti i miei cari una presenza costante e a suo modo sciamanica, nume tutelare, oracolo, paraclito, ispiratore e consolatore. Rovistando tra le carte di mio padre ho trovato che su una sua agenda di lavoro si era appuntato, a mo' di esergo, un sonetto del genere filosofico, “La golaccia” (1), che almeno per me vale un testamento spirituale e al tempo stesso un programma di vita:

 

Quann’io vedo la ggente de sto Monno,
che ppiú ammucchia tesori e ppiú ss’ingrassa,
piú (2) ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
compaggna ar mare, che nun abbi fonno,

 

dico: oh mmandra de scechi, (3) ammassa, ammassa,
sturba li ggiorni tui, pèrdesce (4) er zonno, (5)
trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
cor farcione (6) e tte stronca la matassa. (7)

 

La morte sta anniscosta (8) in ne l’orloggi;
e ggnisuno pò ddí: (9) ddomani ancora
sentirò bbatte (10) er mezzoggiorno d’oggi.

 

Cosa fa er pellegrino poverello
ne l’intraprenne (11) un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello.

 

27 ottobre 1834

 

1 L’avidità. 2 Che, quanto più ammucchia tesori e s’ingrassa, tanto più, ecc. 3 Ciechi. 4 Pèrdici. 5 Il sonno. 6 Col falcione. 7 Tutti i progetti, i disegni, ecc. 8 Nascosta. 9 Nessuno può dire. 10 Battere. 11 Nell’intraprendere.

 

Belli nella maturità

 

Così, una volta cresciuto e maturato con tesina di licenza liceale sul Belli; e sposato con una donna proveniente “da la Matrice” (non senza qualche imbarazzo dato che nei sonetti quel disgraziato borgo è menzionato per bocca di un ruffiano che mostra la sua particolare mercanzia appunto amatriciana); e riprodottomi   nonostante i severi avvertimenti del Poeta a proposito dei figli (“Qua nun se po' scappà da sti du bivi:/ si so femmine sgarreno ogni tanto;/ si so maschi te viengheno cattivi”), insomma, nel corso della mia vita mi è parso del tutto naturale considerare l'opera del Belli come “Il Libro”, o anche “Il Libro dei Libri”, una sorta di manuale entro cui cercare le risposte – le risposte possibili – con la certezza di trovarle, ogni volta restandone sorpreso e ammiratissimo.

Per cui appena cominciato a fare il giornalista, a Panorama poi alla Stampa e infine a Repubblica, ho sempre fatto in modo che nell'armadietto dietro la scrivania ci fosse a portata di mano l'edizione dei Sonetti, completa di indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli; così come nei miei vari pc e devices, compreso l'iphone, non mancano mai files, in formato word e pdf, dedicati per un'agevole ricerca automatica – che in realtà tanto agevole non è considerate le varianti, i raddoppi, le maiuscole – su e giù lungo l'ottovolante dei 2273 sonetti. Amen.   

 

Papa Gregorio XVI

 

Belli professionale: pronto uso e attualizzazione fantastica

 

"Di tutti li più mejio palazzoni,/ Montescitorio è un pezzo signorile...". È assai probabile che dipenda da circostanze eminentemente geografiche, nel senso che bene o male la politica si svolge a Roma e perciò i protagonisti del potere finiscono per aggirarsi negli stessi luoghi in cui è ambientato il "Commedione" belliano a colpi di metafore e carambole.

Proprio alle spalle di Palazzo Grazioli, ad esempio, residenza romana di Berlusconi, si svolge uno dei più spietati sonetti, dal formidabile titolo “Chi va la notte va a morte”: la storia di un poveraccio che in una tempestosa notte, appunto, si sente male, casca per terra e batte la testa (in romanesco la "momoria", o memoria):

 

Come sò lle disgrazzie! Ecco l’istoria:
co cquell’infern’uperto de nottata
me ne tornavo da Testa-spaccata (1)
a ssett’ora indov’abbita Vittoria.

 

Come llí ppropio dar palazzo Doria
sò ppe ssalí Ssanta Maria ’nviolata, (2)
scivolo, e tte do un cristo de cascata,
e bbatto apparteddietro la momoria. (3)

 

Stavo pe tterra a ppiagne a vvita mozza, (4)
quanno c’una carrozza da Signore
me passò accanto a ppasso de bbarrozza. (5)

 

“Ferma”, strillò ar cucchiero un zervitore;
ma un voscino ch’escì da la carrozza
je disse: “Avanti, alò: cchi mmore more”.

 

21 gennaio 1832 - Der medemo

 

 1 Via di Roma. 2 Santa Maria in Via Lata, antico nome del Corso. 3 È comunque opinione del popolo che la memoria risieda nella parte posteriore del capo, la quale perciò si chiama propriamente la memoria. 4 A gocciole, come una vite recisa che dia umore. 5 Baroccio, carretta da buoi.

 

Palazzo Grazioli   Palazzo Fiano

 

Fantastico, anche in termini di rilievo politico, quel "vocino" (una donna di potere? un cicisbeo?) che ordina di ignorare quell'uomo svenuto in terra e di tirare dritto portando la carrozza (oggi sarebbe un'auto blu) verso i propri interessi. Così come sempre grazie a Belli scoprii – uno dei miei rarissimi scoop – che dentro l'ultima e costosissima sede di Forza Italia, a Palazzo Fiano, proprio il Sancta Sanctorum dedicato all'ufficio del Cavaliere aveva ospitato nella prima metà dell'ottocento un teatro dei burattini.

E tuttavia non si ha idea quante volte mi capita di consultare quella singolare banca dati in rima che è l'opera di "996", come a volte si firmava giocando con numeri e maiuscole. Anni e anni di esperienza mi hanno dato la convinzione che lì dentro c'è tutto quanto può servire a un giornalista politico in termini non solo di spunti, svolazzi e riferimenti, ma anche di continue conferme e scoperta da condividere, per studio e diletto, con un piccolo mondo di fedeli e appassionati belliani, fra i quali mi piace qui annoverare, oltre naturalmente al supremo maestro Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi GGB, due volte biografo e curatore di non so quante edizioni dei Sonetti, anche il fondatore del Censis Peppe De Rita e Leopoldo Fabiani, collega di Repubblica e attuale caporedattore dell'Espresso.

Si tratta di verità assolute della politica, regole fondamentali  come nel sonetto "La verità", che dopo il congresso ds di Pesaro Giovanni Berlinguer, leader del cosiddetto "Correntone", volle dedicare a Massimo D'Alema sull'impossibilità di simulare i dati reali: “La verità è com'è la cacarella/ che quando te vie' l'impito e te scappa/ hai tempo, fijja, de serrà la chiappa/ e stòrcete e ttremà pe ritenella”.

Ma tale è l'applicazione di pronto ed efficace uso del Poeta che dagli e dagli, secondo un processo inverso si finisce per fiutare, individuare, riconoscere, anche con una certa sicurezza, le tipiche atmosfere belliane nell'attualità: nobili che inguattano opere d'arte, segretari di Papi dalle mani leste, gentiluomini di Sua Santità e della "Cricca" a caccia sessuale per il tramite di coristi esotici, monache prese inopinatamente a revolverate. In questo senso irresistibile è stato richiamare Belli dall'aldilà quando Bruno Vespa e altri vip, sponsor e privilegiati maggiorenti ascesero, grazie all'intervento di Francesca Immacolata Chaoqui, sul tetto del palazzo della Prefettura apostolica per meglio seguire la cerimonia di beatificazione di Giovanni XXIII e Pio IX; e una volta arrampicatisi lassù fecero la comunione e banchettarono anche, con il che osservando il magnifico servizio fotografico realizzato in tempo reale da Roberto D'Agostino per Dagospia, in un empito di esaltazione quasi medianica mi sentii autorizzato a immaginare addirittura un possibile titolo di sonetto: "Li rampichini de li ddu Papi beati".

 

Li rampichini del Palazzo Apostolico (per gentile concessione di Roberto D'Agostino), aprile 2014.

 

Vespa e altri vip sul tetto della Prefettura apostolica.

 

Banchetto per la beatificazione dei due papi.

 

E ancora, non è questione di demagogia anti-politica, però anche al giorno d'oggi i politici cedono al gusto della patacca e alla smania di far bella figura; così nel dicembre del 2003 accadde che un nutrito drappello di deputati e senatori pretesero e ottenero di attraversare il già caotico centro di Roma a cavallo, mentre altri onorevoli non cavallerizzi li seguivano in carrozza, insieme a vigili, poliziotti e spazzini comunali incaricati di seguire il corteo per raccogliere in tempo reale la cacca degli animali.

E di nuovo la grottesca vanità di tale circostanza mi diede l'opportunità di costruire un articolo partendo da un sonetto intitolato “Li Cavajeri”:

 

E a vvoi da bbravi! (1) Cavajjeri jjeri,
cavajjer oggi, e ccavajjer domani!
E ssempre cavajjeri: e li sovrani
nun zanno antro che ffà cche ccavajjeri.

 

Preti, ladri, uffizziali, cammerieri,
tutti co le croscette a li pastrani. (2)
E oramai si (3) le chiedeno li cani,
dico che jje le danno volentieri.

 

S’incavajjèra mó cqualunque vizzio:
vojjo ride però, cco ttanto sguazzo (4)
de cavajjeri, ar giorno der giudizzio.

 

Quanno che Ggesucristo, arzanno (5) er braccio,
dirà: “Ssiggnori cavajjer der cazzo,
ricacàte (6) ste crosce, (7) e a l’infernaccio”.

 

21 aprile 1834

 

1 E tiriamo innanzi così. 2 Agli abiti, alle vesti. 3 Se. 4 Guazzo, profluvio. 5 Alzando. 6 Restituite. 7 Queste croci.

 

 

Gli onorevoli cavajeri (per gentile concessione di Giuseppe Giglia), dicembre 2003.

 

Potere assoluto, potere temporale e teologia politica

 

Nessun altro poeta, al tempo stesso popolare e civile, centra in poche parole la vana essenza del potere e il suo inconfessabile, ma strettissimo rapporto con la morte. Si tratta ovviamente, dati i tempi, di potere assoluto, raffigurato nella sua formula originale e iper-compressa nel Sonetto: “Li soprani der Monno vecchio”:

 

C’era una vorta un Re (1) cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete (2) un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

 

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve (3) a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

 

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo”.

 

Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero”.

 

21 gennaio 1832 - De Pepp’er tosto

 

 1 C’era una volta un Re, c’era una volta una Regina, è il principio generale di ogni favola che dal popolo si racconta. 2 Non siete. 3 Posso vendervi.

                                              

Edizione dei sonetti a cura di Giorgio Vigolo su cui intervenne la Santa Sede con propositi di censura.

 

Sennonché la saggezza della Storia e dei popoli che da sempre fingono di acconsentire all'editto dice chiaramente che il potere assoluto è una pericolosa menzogna e nel contempo una trappola, per gli stessi potenti, che prima o poi non mancherà di scattare sulle loro teste. E questo perché c'è un potere di gran lunga superiore a quello dei sovrani assoluti, il potere di Dio.

Ci stiamo avventurando su di un campo che è insieme politicamente scivoloso e irto di complessità anche teologiche, oltre che di ulteriori varianti teoriche che mettono in causa simboli e archetipi.

Per non farla troppo lunga, e appiccicandosi all'attualità: quando all'inizio di agosto Salvini si mise a fare il diavolo a quattro, fra Papeete, moto d'acqua, promessa di elezioni e rivendicazioni di pieni poteri, ecco che in un sussulto di scrupolo costituzionale, ma un po' anche di buonsenso, mia madre, 86, mi contattò via mail: “Ma chi si crede di essere? 'Quarche fetta de Ddio scesa dar cèlo'?"      

Ed ecco il punto che oserei definire centrale: la tendenza del potere e dei potenti, oggi come ai tempi del Belli, di sentirsi Dio, o almeno qualche pezzo del Medesimo. Questa attitudine che pretenderebbe di legare impropriamente il comando terreno alla natura divina, e che tende a far rassomigliare i governanti a delle scimmie del Padreterno, è espressa come meglio non si potrebbe in un sonetto, “La sovranezza”, che ha ispirato il titolo di questo nostro incontro – “Je casca a un omo 'na corona in testa?” – e nella terzina finale, con un richiamo al mondo dei sogni che anticipa la psicanalisi, è posto da esergo al mio mattone di circa mille pagine uscito un anno fa per Feltrinelli: Invano: il potere in Italia da De Gasperi a questi qua:

 

Regazzi, io ggià da jjeri ve l’ho ddetto:
ve l’ho avvisato puro (1) stammatina:
ve l’aripeto mó: zzitti, per dina:
li sovrani portateje rispetto.

 

Fijji, abbadat’a vvoi, c’ortre ar proscetto (2)
de Santa Cchiesa e a la Lègge divina,
c’è er guaio de la Santa quajjottina, (3)
si (4) è ppoco la galerra e ’r cavalletto.

 

Je casca a un omo una corona in testa?
Ecchelo (5) in faccia a li veri cristiani
diventato er ziggnore de la festa.

 

Perché, ccome li soggni de la notte
sò immaggine (6) der giorno, li sovrani
sò immaggine de Ddio guaste e ccorrotte.

 

31 ottobre 1834

 

1 Pure. 2 Precetto. 3 Ghigliottina. 4 Se. 5 Eccolo. 6 Sono immagini.

 

Appena un gradino sotto Dio, in qualità di “Vice Dio”, per quanto sempre in nome di Dio, l'umana creatività del potere ha stabilito a Roma la figura del Papa, da cui la teocrazia vaticana. Premesso che ai tempi del Belli il Pontefice era comunque un sovrano assoluto, a differenza degli altri re e regine la sorgente della sua sovranità, per quanto rafforzata oltremisura dalla funzione di Vicario di Cristo in terra, era nei fatti temperata da un'elezione decisa da un'oligarchia cardinalizia.

Sennonché l'arte è per sua natura imprevedibile e giocosa; così l'evento del conclave è ricostruito in un sonetto – “L'elezzione nova” – nel quale in un paese immaginario dal sintomatico nome di “Trappolajja”, come in una favola che ai tempi doveva risultare ben oltre i limiti del rispetto dovuto, il futuro pontefice e i suoi porporati elettori erano raffigurati come topi, e anche piuttosto famelici:

 

Disce (1) che un anno o ddua prima der Monno
morze (2) ne la scittà de Trappolajja
pe un ciamorro pijjato a una bbattajja
er Re de sorci Rosichèo Siconno.

 

Seppellito che ffu dda la sorcajja
sott’a un zasso de cascio (3) tonno tonno,
settanta sorche vecchie se serronno (4)
pe ffanne un antro, (5) in un casson de pajja.

 

Tre mmesi ereno ggià da tutto questo,
e li sorcetti attorno a cquer cassone
s’affollaveno a ddí: “Ffamo (6) un po’ ppresto”,

 

quant’ecchete (7) da un búscio (8) essce un zorcone
che strilla: “Abbemus Divoríno Sesto”.
E li sorci deggiú: “Vviva er padrone!”.

 

18 dicembre 1834

 

1 Si dice, si narra, ecc. 2 Morì. 3 Un sasso di cacio. 4 Si serrarono. 5 Un altro. 6 Facciamo. 7 Quando eccoti. 8 Buco.

 

Edizione dei sonetti su cui intervenne la Santa Sede.

 

Evidente in questo regno oligarchico di sorci l'esigenza di demitizzare, demistificare, dissacrare quell'autorità che si ammantava di motivazioni ultra-mondane riportandola allegramente a livello terrestre e prosaico con punte di dileggio che ancora negli anni 50 del secolo scorso suscitavano tentativi di censura sollecitati dai massimi vertici della Santa Sede allo Stato italiano.

Solo da poco si è venuto a sapere di un “appuntino” di doglianze atterrato nel 1953 sulla scrivania del giovane Andreotti riguardo all'edizione integrale curata da Giorgio Vigolo per la Mondadori. Al che il giovane sottosegretario di De Gasperi, pur dichiarandosi “molto sconcertato" per "la crudezza generica ed ecclesiasticamente specifica" di molti sonetti operò da par suo: in parte assecondando le proteste, in parte cercando di assorbirle secondo una logica di silenziosa e insieme sapiente ambiguità; per cui invece che al cardinal Dell'Acqua, autore della nota, rispose al Segretario di Stato, monsignor Montini, il futuro Paolo VI che ogni intervento censorio era da sconsigliare in quanto i tre volumi, ormai in commercio, erano così lussuosi e costosi che pochi l'avrebbero comprati; quanto al futuro si sarebbero potute ipotizzare nuove edizioni “opportunamente curate”, magari con una  “cernita” di sonetti da affidare a quelli che il futuro Divo indicava come “i nostri letterati”, beninteso intendendoli come di provenienza ecclesiastica e vaticana.

D'altra parte, quando Belli poetava, la sua produzione era al tempo stesso clandestina e tollerata. E se la salvezza dell'intera opera, contro i propositi incendiari disposti in vecchiaia dal suo stesso autore, si deve a un illuminato e benemeritissimo ecclesiastico, monsignor Vincenzo Tizzani, dopo il Concilio un importante prelato come il cardinal Silvestrini si arruolò con entusiasmo tra le file degli appassionati belliani. 

 

Il giovane Andreotti mezzo censore e mezzo no.

 

Ambigue e sorprendenti, se non contraddittorie, sono infatti la vita e la storia, ma a Roma ancora di più. "A Papa Grigorio je volevo bene – così suona l'epitaffio per il Papa più bersagliato nei sonetti – perché me dava er gusto de potenne dì male", una specie di onore delle armi. Inutile dire che Belli si accanisce sul Papa del tutto libero da preoccupazioni di ordine religioso, anzi alzando il livello polemico proprio in considerazione della sua configurazione teologica.

Eppure Gregorio XVI doveva in qualche modo far pena al Poeta proprio per la missione divina che gli era stata affibbiata e le prerogative che comportava, come si deduce dalle parole di un ciabattino anarcoide nel sonetto “La vita der Papa”, il più saggio rovesciamento di senso da cui si coglie la più smagliante critica del potere:

 

Io Papa?! Papa io?! fussi cojjone! (1)
Sai quant’è mmejjo a ffà lo scarpinello?
Io vojjo vive (2) a mmodo mio, fratello,
e nnò a mmodo de tutte le nazzione.

 

Lèveje (3) a un Omo er gusto de l’uscello,
inchiodeje (4) le chiappe s’un zedione,
mànnelo (5) a spasso sempre in priscissione
e cco le guardie a vvista a lo sportello:

 

chiudeje (6) l’osteria, nègheje (7) er gioco,
fàllo sempre campà cco la pavura
der barbiere, der medico e dder coco:

 

è vvita da fà ggola e llusingatte? (8)
Pe mmé, inzin che nun vado in zepportura,
maggno un tozzo e arittoppo le sciavatte. (9)

 

16 novembre 1833

 

1 Fossi stolto. 2 Voglio vivere. 3 Levagli. 4 Inchiodagli. 5 Mandalo. 6 Chiudigli. 7 Niegagli. 8 Lusingarti. 9 Rattoppo le ciabatte.

 

Questa incessante operazione di trituramento e nebulizzazione dell'autorità procede in parallelo con una violenta critica delle diseguaglianze sociali; ma anche qui l'aspetto religioso, di cui il governo pontificio si faceva forte per meglio imporsi alla plebe tenuta nell'ignoranza, portava evidentemente Belli ad aumentare l'intensità dei colpi portando il suo cupo e insieme brillantissimo sarcasmo a oltrepassare il confine della blasfemia, come nel terribile sonetto “Li du’ ggener’umani”:

 

Noi, se sa, (1) ar Monno (2) semo ussciti fori
impastati de mmerda e dde monnezza. (3)
Er merito, er decoro e la grannezza
sò ttutta marcanzia (4) de li Siggnori.

 

A su’ Eccellenza, a ssu’ Maestà, a ssu’ Artezza
fumi, patacche, titoli e sprennori;
e a nnoantri (5) artiggiani e sservitori
er bastone, l’imbasto e la capezza.

 

Cristo creò le case e li palazzi
p’er prencipe, er marchese e ’r cavajjere,
e la terra pe nnoi facce de cazzi.

 

E cquanno morze (6) in crosce, ebbe er penziere
de sparge, (7) bbontà ssua, fra ttanti strazzi, (8)
pe cquelli er zangue e ppe nnoantri (5) er ziere. (9)

 

7 aprile 1834

 

1 Si sa. 2 Mondo. 3 Immondezza. 4 Mercanzia. 5 Noi altri. 6 Morì. 7 Spargere. 8 Strazi. 9 Siero.

 

 

Romaccia: “In lei sta certo un tipo di originalità...”

 

Nell'Introduzione ai Sonetti, straordinario documento di antropologia culturale ante litteram, Giuseppe Gioachino Belli enuncia il suo progetto: “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo...”.

In un momento storico, qual è il nostro, che dal punto di vista della politica appare caratterizzato dal fenomeno del “populismo” si può discutere ampiamente su cosa fosse ai suoi tempi il popolo, cosa la plebe o quell'altra entità intermedia che fino a qualche decennio fa si designava, con intenti di sicuro poco lusinghieri, “popolino” – e che invece a mio giudizio può essere abbastanza utile a individuare l'origine di certi exploit nell'odierno discorso pubblico.

Ma senza avvitarsi in complicate distinzioni, mi piacerebbe poter sostenere l'ipotesi che esista una qualche poetica corrispondenza fra ciò che Belli identificava duecento anni orsono come “originale carattere” della plebe romana, come dire il particolare genius loci capitolino, e quanto in parte ancora spira e volteggia e si respira nell'odierna Roma o “Romaccia” che sia: comunque città eterna, ma anche eterna “stalla e chiavica der monno”, un paese nel quale “tutto er busilli”, l'orizzonte funzionale, ma anche la natura, il cuore, il destino e il centro propulsore della sua esistenza “sta in ner vive a lo scrocco e ffa' orazzione”.

 

Là dove però, nel permanente sfoggio di ruberie e scontrini, improvvidi circenses e magnifiche parate religiose (“Che gran belle funzioni a 'sto paese!”) il problema non è tanto dimostrare una lunga catena arrugginita che collega i reggitori ecclesiastici all'amministrazione di Virginia Raggi, quanto le reazioni che nel corso di due secoli almeno tale malgoverno suscita nell'Urbe. E allora vengono in mente i vistosi e peculiari mali che a Roma si ripropongono secondo il più buffonesco aggiornamento: tante di quelle buche da generare proteste persino durante il passaggio del Giro d'Italia, le consuete marmellate di lamiere negli ingorghi, ma da un po' anche voragini che inghiottono automobili e motorette e panchine, i pini mal potati che ogni tanto si schiantano, i “flambus” che prendono fuoco, la cacca degli storni che crea irriconoscibili sculture e rischiosissimi scivolamenti, la piaga fetida della monnezza con i continui avvistamenti di cinghiali tra i semafori e i cassonetti, e in mezzo a tutto questo l'assoluta necessità di uno o forse addirittura due stadi per il calcio, con le già previste vicissitudini giudiziarie che regolarmente accompagnano questi progetti, peraltro nemmeno iniziati, per anni e anni nella capitale. Donde la sconsolata considerazione della sindaca cinque stelle, rappresentata in lacrime in un meme: “Stavo mejo a fa' 'e fotocopie da Previti!” – ed eccolo, lo spiritaccio romano.  

 

Meme su Virginia Raggi.

 

Ajo, ojo e Campidojo, in accentuata, colorita proliferazione di soprannomi politici per cui il penultimo sindaco, Marino, era “Er Marziano” e il penultimo andreottiano, Signorello “Pennacchione”; e poi “Scintillone”, Franco Marini, “Er Saponetta”, Zingaretti, “Er Moviola”, Gentiloni. Quello stesso che in un meme di Osho compare al fianco di Trump, e il presidente americano con aria interrogativa gli fa: “Come hai detto che te chiami?”. E qualche mese dopo, ancora: "Perdoname. Ricordame...". 

 

Meme di Osho su Gentiloni e Trump.

 

Altro meme di Osho su Gentiloni e Trump.

 

A uguali magagne, come si vede, corrisponde un medesimo codice per raccontarle, deformarle, addomesticarle a suon di amaro e sapiente scetticismo. Lo ritrovi dolorante e surreale nelle antiche e moderne scritte sui muri: ai tempi dell'occupazione americana: "Annatevene via tutti, lassatece piagne da soli"; ai tempi del terrorismo: “Cossiga come Kabir Bedi, te puzzano li piedi”. Rivive negli striscioni alle manifestazioni pacifiste: “State carmi”; ma anche nei vari cicli di intercettazioni telefoniche (“Fa' i froci cor culo dell'altri”), nelle risposte social alle minacce dell'Isis (“Attenti ar raccordo, che restate imbottijati!”, come pure “Pijateve pure mi'socera!”).

 

Diffidenza di Sordi.

 

Roma nostra, gajarda e tosta, ma fino a un certo punto. Uno spirito, piuttosto, che si trasfigura in una vis comica insieme cruda e sottile, temeraria e disperata, selvatica e celeste, come di chi è abituato a maneggiare il sacro acchiappandolo per la coda e quindi vedendo come meglio non si potrebbe quel che di pochissimo sacro c'è di norma sotto la coda. Di qui certe antiche occhiate da pesce lesso di Alberto Sordi, certe  impazienze della Sora Lella (“Annamo bbene! Annamo proprio bbene!”), certi implausibili ruggiti di Gigi Proietti, certi sdegnati scatti della Magnani, certi salti logici di Verdone, certe fiabesche tiritere di Corrado Guzzanti, certe risolute sentenze di Roberto D'Agostino, certe accorati scoppi di risa di Sabrina Ferilli.

 

Sora Lella sardonica.

 

È il comune sentimento, pure contraddittorio, di chi è nato e si trova a vivere in un luogo che è bellissimo perché troppo vissuto; una città segnata dal passato, quindi "di sempre solenne ricordanza", come scrive Belli, "cosa già esistente e, più, abbandonata senza miglioramento". Per cui si esce di casa, si va a lavorare all'interno delle mura, più o meno sgretolate, e si è accolti da un paesaggio fatto di imponenti rovine, ruderi, mozziconi, mezze caverne, pezzi di colonne incastonati dentro gli intonaci, piante rampicanti a pochi metri dalla sublime classicità o dalle perfezioni barocche; e perciò nulla o quasi ci si può aspettare dalla vita futura, se non la conferma biblica che tutto è destinato a finire.

“Un immenso cimitero brulicante di vita” secondo Fellini. Ma intanto si sta tutti qui, dominati dalla più strafottente incuriosità perché non solo tutto appare già avvenuto, ma di solito è finito anche male, oppure bene, che fa lo stesso, aho’, anvedi, eddaje, embé, vabbé, maddeché?, li mortè... Diciamo, con Belli, che al dunque dipende da “Er giorno der Giudizzio”:

 

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.

 

Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone, (1)
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca. (2)

 

E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

 

All’urtimo usscirà ’na sonajjera (3)
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.

 

25 novembre 1831 – Der medemo

 

 1 Camminando cioè con mani e piedi. 2 Chioccia. 3 Un formicaio, ecc.

 

 

E allora buona sera, davvero.

 

 

 

Il senso del ridicolo, festival sull'umorismo, sulla comicità e sulla satirà, si svolgerà dal 27 al 29 settembre 2019 a Livorno. Qui il programma completo. Filippo Ceccarelli interverrà sabato 28 settembre alle ore 16.00, con lui l'attore Stefano Scialanga reciterà i sonetti del Belli qui riportati.

Er giorno del giudizzio

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