Breve storia della stupidità

Capita a volte, in sede privata ma anche in occasioni pubbliche, indotti da emotività o dal desiderio di arrivare con immediatezza all’interlocutore, di usare in modo superficiale o sbrigativo certe parole e espressioni dando per scontato il loro senso a partire dall’uso più comune, che non sempre corrisponde a ciò che si pensa davvero. O a ciò che si crede di pensare. Così sono le benvenute le occasioni in cui si incontra qualcuno che alle parole dà un peso sempre, che non le usa mai nel loro versante apparentemente più scontato e diretto. Una poetessa per esempio. Anche a costo di salutari disguidi, che poi per fortuna si possono sciogliere in una considerazione reciproca migliore.

È quello che mi è capitato a Bookpride, dove ho avuto modo di dialogare con Patrizia Valduga, che ha appena pubblicato Poesie erotiche per Einaudi, quando riprendendo alcuni suoi riferimenti a William Blake, ho parlato di stupidità menzionando una frase di Blake: “To Generalize is to be an Idiot; To Particularize is the Alone Distinction of Merit” (“Generalizzare è essere Stupido, Particolarizzare è l'Unica Distinzione di Merito”) e un verso tratto dal poema Jerusalem: “He who would do good to another must do it in Minute Particulars” (“Farebbe bene all'altro doverlo fare nei Minuti Particolari”). Insomma, ho parlato di stupidità senza avere chiarito che cosa intendo, comportandomi cioè con quella superficialità che spesso allo stupido viene accreditata, il che ha creato un’incomprensione che è stata presto superata e mi ha fornito lo spunto per questa breve e incompleta riflessione intorno alla stupidità e al suo campo semantico. 

 

L'idiota

 

Traduco “Idiot” con “Stupido” perché il termine “Idiot” ha una storia terribile e una storia gioiosa che all'epoca di Blake non possedeva ancora. La sua origine indica qualcosa che appartiene al particolare, inteso come disinteresse per la polis, in alcuni casi designa lo straniero, ma anche una persona chiusa, che non interagisce con gli altri. Blake sembra quasi ribaltare questa concezione: l'idiota è chi generalizza, il politico, per esempio. 

L'uso di “idiota” in psichiatria non era conosciuto ai tempi di Blake e si accompagna con la vergognosa storia dell'uso razzista dei test sul quoziente intellettivo, designa infatti il cosiddetto “ritardo mentale”, una strategia per emarginare le minoranze: Italiani, Neri, Ebrei, Polacchi, Irlandesi, Gitani. Nel comune linguaggio infatti, “idiota” è insultante e spregiativo, come “negro”, “marrano”, “terrone”, “extracomunitario”.

Tuttavia c'è una tradizione che descrive l'idiota in tutt'altro modo, L'idiota di Fedor Dostoevskij (1821-1881) è il paradigma di questa tradizione. La si ritrova nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber (1878-1965) e più in generale nella mistica, che attraversa differenti pratiche teologiche illustrate da diversi autori: da Gershom Scholem (1897-1982), in Le grandi correnti della mistica ebraica (per Einaudi) a Luciano Parinetto (1934-2001) in La piega mistica (per tysm).

 

Opera di Ilya Glazunov.


Lo stupido

 

Il termine “stupido” ha una storia onorevole e spregevole nello stesso tempo. Sembra avere parentela con “stupore”, l'origine della filosofia, ma anche con “stupro”, il peggiore tra i gesti insieme all'assassinio: colpire (tupami) è l'origine indoeuropea. Quando il soggetto parla, l'altro usa l'indice per toccarsi la tempia, dietro le sue spalle, rivolgendosi al terzo. Ostensione che sta per “costui è tocco”, toccato; si usa per ridimensionare una dichiarazione, per fare negazionismo, per indicare che il soggetto dice il falso, per via della scempiaggine. Altrimenti lo si contrasterebbe direttamente, come un avversario. Lo stupido non è un avversario, è un soggetto sul quale non riporre stima, un folle, uno scriteriato.

Nelle pratiche discorsive cliniche, lo stupor è appena sopra il coma e lo stato vegetativo, ma le sue origini sono considerate psichiche, piuttosto che biologiche. La condizione di stupor, definita anche come stato di coscienza privo di consapevolezza, è tipica della catatonia. Sarà vero? Sta di fatto che lo stupor catatonico è quasi del tutto scomparso insieme alla scomparsa degli universi concentrazionari manicomiali. 

 

La bête

 

Tuttavia i francesi possiedono una parola intraducibile: “bêtise”. Possiamo tradurre questo termine con “bestialità”? Non mi pare. Bêtise è intraducibile, ma si avvicina a una sfumatura di “stupidità”. Da noi si dice “somaro” o “asino”, ma anche “secchione”, che sembra l'opposto. Secchione è chi studia per avere successo a scuola, senza alcuna passione per la “materia”, ma è anche chi non ci sa fare. Nel tempo della mia infanzia l'asino poteva essere un bambino autistico, oppure ripetente perché terrone, emarginato, povero, che faticava a comprendere quello strano italiano impoverito e mal-pronunciato dei maestri e dei secchioni nordici. In quegli anni si respirava ancora aria di fascismo, per esempio i dialetti erano ancora banditi a scuola, non ufficialmente, per stupidità. Ricordo un episodio di bullismo ante litteram verso un bambino campano, di nome Angelino Stroppa (nome d'invenzione), preso in giro dai suoi stessi compaesani per avere il pelo rosso. Lo slogan denigratorio, adattato all'occorrenza, era simile al seguente: “Lino Stroppa tiene 'a pummarola 'n goppa!”; represso non in quanto atto di bullismo, ma per via dell'uso del dialetto. La stupidità, in questo caso, consisteva nell'incapacità di cogliere, dentro quel messaggio offensivo e crudele verso il piccolo Lino, le tracce della presenza normanna nelle zone più belle e colte d'Italia, un buon maestro ne avrebbe approfittato per raccontarla e spegnere gli animi.

 

Greta

 

Una cosa è certa: la “bêtise” non è una caratteristica dell'animale, è propria dell'uomo. I pessimisti la designano come “fondamentale proprietà umana” e, di questi tempi, sembrano avere ragione, altri sostengono che homo sapiens è fondamentalmente un animale nomade, ma che nel suo divenire stanziale si è trasformato in stupido, quando ha detto: “questa terra è mia”. Questo sostiene la persona più saggia che abbia ascoltato in questi ultimi anni: Greta Thunberg, 16 anni.

 

Ma, durante l'incontro con la poetessa, nel parlare di stupidità senza avere accennato a tutto ciò è stato stupido. Sono stato preso per uno di quegli intellettuali supponenti che disprezzano le persone che non studiano, perché non possono, perché non vogliono, perché non devono. Quella schiera di signori sprezzanti che popolano i media contemporanei, che vendono pillole a buon mercato. Pillole di saggezza, di intelligenza, di astuzia, di strategia, di comportamento o pillole e basta. Perché? Perché generalizzare è stupido.

 

Sull’argomento leggi anche questi articoli, usciti su Doppiozero:

Stefano Bartezzaghi, Stupidità.

Veronica Vituzzi, La stupidità fotografica.

Gianfranco Marrone, Umberto Eco. Lotta alla stupidità

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