Bugie e altri racconti morali di J. M. Coetzee

Bugie e altri racconti morali, ultima opera di John Maxwell Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel , è un libro ingannevole. I sette racconti racchiusi nella raccolta colpiscono per la scrittura pulita, sintetica e lineare. Anche le vicende narrate sono all’apparenza semplici, in perfetta simmetria con lo stile. Narrano storie estremamente accessibili, vite quotidiane, piccoli squarci di realtà, nulla di eccezionale o di particolarmente degno di nota. Eppure Bugie e altri racconti morali è un libro difficile da cogliere nella complessità che l’affinità delle storie induce a ipotizzare, come se disegnassero una trama segreta, nonostante nessun legame esplicito, di figure o contesti trattati facesse da esplicito tessuto connettivo. 

Spesso si tratta di vicende che coinvolgono famiglie o persone che intrattengono tra loro relazioni sociali che raramente poggiano su solide basi affettive o di comunanza di sentimenti e idee; sono tutte infelici infatti. Vige sempre incomunicabilità, una compresenza di luci ed ombre che conferiscono ai rapporti una patina ambigua, la sofferenza del non poter comunicare i propri reali sentimenti, scappatoie, frustrazioni che rendono ogni situazione nella sua piattezza estremamente singolare. 

 

I suoi figli sono sempre stati bravi e rispettosi, per come possono esserlo i figli. Se lei è sempre stata altrettanto brava e rispettosa come madre è un altro discorso. Ma in questa vita non sempre ci tocca quello che meritiamo. I suoi figli dovranno aspettare un’altra vita, un’altra incarnazione, se vogliono pareggiare i conti […] Qualsiasi proposta vogliano farle, sarà certamente piena di ambiguità: amore e sollecitudine da un lato, brusca efficienza e desiderio di sbarazzarsi di lei dall’altro.

 

I protagonisti dei racconti sono perennemente frustrati dalla realtà che gli si presenta davanti agli occhi, questo non solo per quanto riguarda i rapporti sentimentali e familiari. Anche il mondo animale, che nell’opera occupa un ruolo di prepotente rilievo, appare ambiguo e difficilmente leggibile. 

Nel primo racconto, Il cane, una donna è disturbata dall’incomprensibile ferocia che un cane dietro ad un cancello, davanti al quale passa tutti i giorni in bicicletta, sembra manifestare nei suoi confronti.

 

“ – Ogni volta che passo davanti a casa vostra, il cane è preso da un accesso di furia, – dice. – Non dubito che pensi di fare il suo dovere odiandomi, ma sono scioccata da quanto mi odia, scioccata e terrorizzata. Ogni volta che passo qui davanti per e è un’esperienza umiliante. È umiliante essere terrorizzati a quel punto. Incapaci di resistere. Incapaci di mettere un freno alla paura”.

 

Opera di Alejandra Caballero.


In molti dei racconti, la reazione dei personaggi, nel cercare di arginare l’ambiguo e spaventoso manifestarsi delle ingiustizie e dei dolori del mondo (che poi per mondo spesso intendiamo un piccolo frame della vita del protagonista che però nel momento in cui è narrato racchiude una complessità universale), è cercare risposte nella cultura, come se per l’autore rappresentasse una sorta di dogma spirituale, un “manuale” di alleggerimento e di chiarificazione. 

La donna di Il cane, per spiegare lo spavento e la rabbia che l’animale le provoca si immerge nelle riflessioni di Sant’Agostino per cui “la prova più evidente del peccato originale sta nel fatto che non possiamo controllare i movimenti del nostro corpo. E in particolare l’uomo non può controllare quelli del suo membro, che si comporta come fosse dotato di volontà autonoma; forse si comporta addirittura come fosse posseduto da una volontà estranea”. Ma questi pensieri non l’aiuteranno poiché continuerà a detestare la sua paura e quel cane che ha troppo umanizzato, rendendolo simbolo di un odio atavico e ingiustificato che la riempie d’odio a sua volta.

Altro esempio di questo meccanismo è quello del racconto Mattatoio di vetro, in cui questa volta il mondo animale diviene invece metafora di soprusi e ingiustizie. La protagonista della storia è ossessionata dalla crudeltà dei mattatoi e vive con l’eccentrico desiderio di costruirne uno di vetro affinché gli esseri umani possano assistere e prendere coscienza di quanta violenza arrechi il loro egoistico amore per la carne. La donna si dedica alla scrittura di un diario e a una ricerca intellettuale che possa illuminarla su un’ingiustizia che reputa inaccettabile. In alcune delle pagine, a mio parere tra le più brillanti della raccolta, la donna scrive e ragiona su alcune riflessioni di Heidegger che definisce l’animale, in questo caso la zecca, weltarm, ossia povera di mondo. Per il filosofo “l’esperienza del mondo dell’animale è limitata in relazione alla nostra perché l’animale non può agire in modo autonomo ma solo rispondere agli stimoli. I sensi della zecca possono essere svegli, ma lo sono solo in relazione a determinati stimoli, per esempio l’odore nell’aria o un tremore nella terra che rivela l’approccio di una creatura a sangue caldo”. 

L’animale, in quanto asservito ai suoi appetiti quindi non può agire nel mondo e sul mondo, può solo comportarsi; l’altro non può mai rivelarsi all’animale per quello che è. Dopo queste riflessioni però la donna decide di indagare alcuni aspetti biografici della vita di Heidegger e ripensando alla famosa o famigerata passione con la giovane allieva Hannah Arendt si domanda “cosa cercava Heidegger attraverso Hannah se non quel momento in cui la coscienza si concentra nell’eccitante, risoluta intensità prima di spegnersi?”

Domanda quindi al figlio, quasi seccato di fronte alle logorroiche ed eccentriche teorie materne: “Non pensi che ci sia il germe di qualcosa lì? L’uomo che pensa che l’esperienza del mondo della zecca sia svantaggiata, o peggio, pensa che la zecca non abbia percezione del mondo al di là del suo permanente fiutare l’aria in attesa che arrivi la fonte di sangue e che tuttavia ha fame, lui stesso, di quei momenti di estasi in cui la sua percezione del mondo si annulla e lui si perde nell’irrazionale trasporto sensuale…? Non vedi il paradosso?”. 

 

Nemmeno le riflessioni del contraddittorio Heidegger risultano esaurienti per la donna afflitta dal dramma dell’ingiustizia verso i più deboli. La cultura non è in grado di essere rassicurante ed esaustiva perché anch’essa piena di contraddizioni. L’ambiguità e il dolore continuano a trionfare.

Bugie e altri racconti morali: il fil rouge che lega i sette racconti è proprio lo splendido ossimoro del titolo a indicarlo.

I personaggi non fanno che raccontarsi bugie, a partire dalle ricerche intellettuali prima citate e per finire con le piccole architetture ipocrite delle proprie vite. Però fanno di tutto per agire moralmente, o almeno, secondo ciò che loro ritengono morale. 

 

Opera di Alejandra Caballero.


In Racconto, che mi ha fatto pensare a Amori ridicoli di Kundera, raccolta con cui Bugie mi sembra rilevare di una certa affinità, una donna tradisce l’amato marito una volta a settimana senza sentirsi in colpa. Lo chiama X nella sua testa, e quando il marito passa la notte fuori per lavoro non approfitta dell’occasione per essergli infedele. Quando la figlia le chiede perché sorride lei risponde che lo fa perché la vita è bella, perché tutto è così perfetto. Lei è una donna dai principi piuttosto conservatori, ed è sicura che quando questa esperienza finirà non reitererà il tradimento, così come sa che il suo amante ripensando ai loro momenti di intimità porterà a vita, scritta sul cuore, un’immagine di nuda bellezza. 

In La vecchia e i gatti, una donna decide di dare senso agli ultimi anni della sua vita accudendo e convivendo con una sorta di scemo del villaggio ed occupandosi di una colonia di gatti randagi nonostante il figlio, vista l’età avanzata della madre, cerchi di convincerla a trasferirsi vicino a lui e ad allontanarsi dal suo paesino di montagna. “Non voglio vivere in un mondo in cui un uomo con gli stivali può prendersela con te durante il travaglio, quando non puoi scappare, quando sei inerme e lui può ammazzarti a calci. Non voglio un mondo in cui i figli miei o quelli di una qualunque altra madre vengono strappati via e affogati perché qualcun altro ha deciso che son troppi […] È il dovere che fa girare il mondo, non l’amore. L’amore è una cosa bella, lo so, un grande dono. Ma non ci puoi contare purtroppo. Non è inesauribile”. 


La ricerca etica che i vari protagonisti affrontano è spesso disincantata, ma non per questo assente, o destinata in partenza alla sconfitta. La tensione che incarnano è sincera ma i risultati in genere non vanno aldilà di un approdo momentaneo, di nessuna valenza più che personale. Questa tensione è radicata in una perdita dell’ideale forse nemmeno così conscia nei personaggi, ma certamente ben presente all’autore che ne indaga le differenti declinazioni. Come scrive Anna Stefi, in un articolo dedicato ad Etty Hillesum e la gratitudine “L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”.    

I protagonisti dei racconti di Bugie sono in qualche modo engagés, in progetti a volte ingenui, che possono anche suscitare tenerezza, ma che mirano al bene degli altri, al rispetto dei più deboli, alla tutela di un rapporto umano, al dono gratuito di qualcosa di sé. Bugie e altri racconti morali è una sorta di contemporanea Ginestra, in cui non si sfugge alla crudeltà della natura, alle mancanze di senso, ai soprusi del forte verso il più debole, ma in cui vi è però uno spiraglio di salvezza: la solidarietà tra esseri umani. Nel caso di Coetzee, più in generale, tra esseri viventi.

Come scrive Kundera in Amori ridicoli , “proprio nel suo carattere immotivato è quel minuscolo lembo di libertà, che ci è concesso e verso il quale dobbiamo caparbiamente tendere affinché, in questo mondo di leggi ferree, rimanga un po’ del disordine umano”. Come Heidegger che mentre stringe Hannah tra le sue braccia dimentica i suoi principi ordinatori del mondo.

 

Possiamo allora leggere il libro di Coetzee come una rappresentazione lucida ma al contempo anche come un inno al disordine, alla liberazione dall’ideale, all’accettazione di un vuoto di senso. L’io non è più completamente al centro, i personaggi di Coetzee, più o meno consciamente, lasciano spazio all’altro. Ed è lì che acquisiscono moralità, nonostante l’inevitabile costellazione di bugie della vita di tutti.

 

J. M. Coetzee, Bugie e altri racconti morali , Einaudi, trad. it. Mara Baiocchi.

Opera di Alejandra Caballero.

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