Che ne sarà della solitudine?

E ora che ne sarà della solitudine? Dopo più di un anno di distanziamenti sociali e clausure, oltre centomila morti (ad oggi quasi tre milioni nel mondo), e tanta angoscia perché non è ancora finita, che ne sarà del sentimento costitutivo della solitudine? Vorremo continuare a scegliere di stare da soli, accetteremo ancora una società che ci spinge a vivere tra gli altri ma non con gli altri? L’individualismo, figlio malato della solitudine, sarà di nuovo una categoria fondante dei nostri comportamenti?

Nell’epoca in cui stiamo vivendo la solitudine è un problema sociale prioritario. In certi Paesi si è ormai da tempo pensato di istituzionalizzarlo facendone il contenuto esclusivo dell’impegno di Ministeri dedicati. La soglia d’allarme è evidentemente stata superata nel momento in cui si è affermata una sorta di “solitudine a una dimensione”, tutta euforica. Costruendo una “comunità” fatta di individui “profilati” per un’esistenza di prestazioni-che-producono-guadagno-che-porta-felicità (vedi qui gli articoli Il sale della solitudine e Happycracy. Socrate contento o maiale soddisfatto), abbiamo trasformato i nostri Sé in qualcosa da poter persino mettere in vendita, sotto forma di stili di vita definiti da altri. Nei rapporti personali stessi seguiamo la logica delle opportunità, della convenienza, della libertà assoluta dai legami, in uno scenario in cui, per dirla con lo psicoanalista, “tutto è revocabile, dove anche le identità possono essere indossate e dismesse come un abito, nessuna identità esprime più il senso e la storia di una vita che fa riferimento a un mondo comune, rassicurante e durevole.” (Umberto Galimberti, Critica all’individualismo, Repubblica-D, 11.04.2021)

 

Abbiamo orientato all’esterno le nostre vite e l’esteriorità è divenuta la dimensione prevalente a scapito della capacità di stare con noi stessi. E la rinuncia all’introspezione è il prezzo altissimo che abbiamo pagato: ora viviamo nell’epoca delle “intimità fredde”, secondo la definizione che ha usato tempo fa Eva Illouz (Intimità fredde, Fertrinelli, 2007). Il gioco equilibrato tra la paura dell’esclusione sociale e il sano bisogno di isolarsi di tanto in tanto per dialogare con se stessi si è complicato, la rete ne ha confuso i contorni se non lo ha addirittura scardinato. La solitudine del singolo è divenuta monadica perché perfettamente inserita nel sistema di consumo o, per chi non è integrato, è diventata un vero abbandono al proprio destino di emarginazione materiale, senza vie di fuga o salvezza nell’interiorità. Diciamo che questo è l’esito ultimo di un lunghissimo percorso storico e non è molto confortante. È difficile vederlo come il frutto di una evoluzione in senso progressivo perché la solitudine, che per millenni è stata una delle nostre caratteristiche psico-sociali fondanti, è diventata, sotto forma di individualismo, alienandosi da noi, una oggettività addirittura merceologica. Come dire, il fordismo che produce il postfordismo.

 

Di nuovo: ma adesso, dopo la pandemia, che ne sarà della solitudine? Di questa solitudine così come l’abbiamo realizzata? Credo che ricostruirne le vicende nel tempo sia forse l’idea migliore per provare a immaginarne un futuro. Certo, quando si tratta di sentimenti umani bisogna stare sempre molto attenti a parlarne, da ogni punto di vista: sono troppo ambigui, fluttuanti, cambiano nello spazio e nel tempo per la semplice e fondamentale ragione che gli esseri che ne sono portatori sono vivi. Se poi se ne vuole fare la storia le cose diventano ancora più complesse: qual è la soglia di oggettività raggiungibile nella ricostruzione storica di un sentimento? Oggi, ad esempio, noi possiamo contare su una vita media molto più lunga, di fronte a questo è naturale pensare che anche la nostra “abilità di sentire” stia subendo una qualche trasformazione rispetto al passato. Quindi quelle dei sentimenti non possono che essere storie di ambiguità, meglio, di ambivalenze. 

 

Di sicuro tra i sentimenti umani la solitudine è tra i più rappresentativi, molto adatto a raccontarci quanto e come gli individui si misurino con “l’altro” e a darci, come vedremo, delle chiavi di lettura della nostra contemporaneità. Ben venga dunque la Storia della solitudine (Neri Pozza 2021) di Aurelio Musi, uno studio che ci fa vedere nitidamente come sia cambiato questo sentimento, come la solitudine abbia risentito dei mutamenti delle società in generale, e in modo più radicale, per un’accelerazione progressiva, nel corso degli ultimi duecento anni. 

 

Opera di Ole Marius Joergensen.


La solitudine, dice lo storico, è qualcosa che appartiene agli uomini, non agli eroi: questa è la lezione che nel V secolo a.C. arriva dalle tragedie di Euripide. E’ un sentimento che sta dentro al perimetro del quotidiano non dell’oltre umano, è parte costitutiva della natura umana. Mentre per gli eroi di Eschilo e Sofocle era un castigo degli dei, con Euripide è l’uomo che nel momento in cui assume su di sé il destino, il dolore, e la solitudine conquista “i veri requisiti di una condotta eroica”. Questo fa dire a Nietzsche che “la solitudine è l’essenza della tragedia greca”. Nel mondo romano è un continuo oscillare della solitudine fra condizione di negatività e condizione di positività. Seneca mette in guardia dalla solitudine, ma vede nel ritiro dell’otium un’affermazione di autentica libertà, un’occasione di perfezionamento della vita interiore, e un rimedio alle socialità ripetitive della vita mondana. 

 

Nell’era cristiana Agostino coniuga la vicenda umana a quella divina, l’uomo non è più solo, ciò che fa è sempre e comunque “la realizzazione della missione divina”. E tuttavia, scrive l’autore riprendendo Heidegger, la vita rimane un affanno, è ricerca del piacere e comporta l’insicurezza della decisione, la solitudine. Di nuovo l’oscillazione dal positivo al negativo. Come in Petrarca, precursore della modernità, che si ritrae dal “mercato” del mondo per dedicarsi a sé, ma consapevole dei limiti della sua solitudine. Così sarà, nel Cinquecento, la concezione della solitudine come necessaria e allo stesso tempo insidiosa di Montaigne e di Pascal. E per Robert Burton (Anatomia della malinconia, 1621) la solitudine non sarà che il sintomo della malinconia. Secondo Musi è con Burton che “la beata e maledetta solitudine entra nel labirinto della malinconia, in un regime di ambiguità che è all’origine dell’inquietudine dell’uomo moderno e dell’oscillazione tra delirio e delizia”.

 

Nel Seicento si esplicita la natura psichica del sentimento della solitudine. È il momento della nascita della nostra sensibilità contemporanea, in cui la solitudine appare più un sintomo che uno status. Il Barocco, dice l’autore, “la civiltà dell’apparenza, dell’artificio, della simulazione e della dissimulazione”, ci porta “nella malinconica solitudine o nella solitaria malinconia, stadio preliminare verso la disperazione e la catastrofe”. Il 1656 è l’anno di fondazione dell’Hôpital Général di Parigi dove si pensava di poter rinchiudere poveri e folli per ripulire la società, un evento che per Michel Foucault costituisce una vera cesura epocale. La solitudine finisce per essere considerata la condizione umana tout-court, come dimostra Don Chisciotte, opera a cui Musi dedica uno dei suoi capitoli più belli. L’esistenza solitaria immersa nel tormento psicopatologico di Jean-Jaques Rousseau (1712-1778) ne sarà una ulteriore, emblematica testimonianza. Per Giacomo Leopardi, che vive nell’epoca del regresso storico della Restaurazione, l’uomo moderno è disilluso dal potere politico, dalla nazione-patria e sperimenta una “solitudine di ritorno” in cui la riconquista interiore di sé diviene l’alternativa a una società “della miseria e del vuoto”. Scrive nello Zibaldone: “L’uomo disingannato, stanco, esperto, esaurito, nella solitudine appoco appoco si rifà, recupera se stesso, ripiglia quasi carne e lena, e più o meno vivamente, a ogni modo risorge”. 

 

“O beata solitudo, o sola beatitudo!”, scriveva il poeta Corneille Muys nel 1566, una specie di motto ineffabile, un chiasmo che è un nodo inscindibile nel quale il sentimento della solitudine sembra racchiuso, ancora oggi. Questo è forse il punto cruciale: nel momento in cui la solitudine è stata cristallizzata in una dimensione prevalente, quella dell’esteriorità, si è smarrita la componente interiore che rende fertile questo sentimento. Forse è questo il necessario passaggio che dovremmo recuperare: la dimensione di loneliness dovrebbe sempre accompagnarsi a quella di solitude, per usare l’utile distinzione linguistica degli inglesi, ossia il senso di emarginazione e isolamento con la capacità di stare con noi stessi. Come dire, proprio l’oscillare tra la negatività e la positività può ridare di nuovo l’equilibrio per stare nel mondo. Un movimento che deve riprendere perché è nel muoversi che gli uomini trovano stabilità. 

 

In questa condizione di “solitudine di massa” spesso la persona si sente estranea al punto, insopportabile, di non riconoscere nemmeno se stessa. Diceva Hannah Arendt nel 1951 (sembra tanto tempo fa, ma non è così): “quel che rende l’estraneazione così insopportabile è la perdita del proprio io, che può essere realizzato nella solitudine, ma confermato nella sua identità soltanto dalla compagnia fidata e fiduciosa dei propri simili”. È un pensiero contenuto ne Le origini del totalitarismo che giustamente Musi ritiene “la riflessione più compiuta e matura sulla solitudine, adatta anche ad affrontare la questione nella nostra vita e attualità contemporanea”. 

Poi venne la pandemia… Non riesco a immaginare metafora più potente per la pandemia della nave, la portacontainer Ever Given, che con la sua abnormità nel marzo scorso ha letteralmente bloccato i traffici commerciali del pianeta mettendosi di traverso nel canale di Suez. Un tappo! Una nuova pressione nelle vene del mondo che costringe tutti i sistemi cardiaci a rivedere e ridimensionare le loro potenzialità. Per ora, in attesa di un’altra concretezza, non si può andare molto oltre le metafore. Anche per la solitudine: disincagliarsi e riprendere a muoversi.

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Opera di Ole Marius Joergensen.