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Il sale della solitudine

Difficilmente uno può scegliere di stare solo per un desiderio vitale, lo capiamo meglio adesso che, per stare al riparo dal virus, ci tocca vivere in una sorta di buio sociale. Perché il buio, qualunque buio, è una condizione insopportabile, tout-court. “Alone is alone, not alive!” dice Robert il protagonista di Company – musical americano del 1970 di George Furth e Stephen Sondheim –, cantando Being Alive il giorno in cui compie trentacinque anni e pensa alla sua solitudine e alla sua paura di non riuscire a trovare nessuno con cui costruire una relazione felice. (Una versione assolutamente struggente ce l’ha regalata Adam Driver – ascoltatela, vi prego, qui – in Storia di un matrimonio, lo straordinario film di Noah Baumbach, candidato all’Oscar nel 2019). Della solitudine, tuttavia, abbiamo bisogno, come della sete, del silenzio, del dubbio, e di tutti quegli elementi costitutivi che muovono le dinamiche del desiderio. Del desiderio di vivere, appunto. 

 

E la storia occidentale ha fatto sì che la solitudine sia diventata una dimensione di vita auspicabile, preferibile ad altre forme di socialità forzata, come la famiglia ad esempio. Mattia Ferraresi in Solitudine. Il male oscuro delle società occidentali (Einaudi 2020) parla proprio di questo: di come sia stato possibile che una splendida idea di emancipazione dell’uomo moderno, la ricerca della libertà, possa essersi trasformata in una condizione di vera sofferenza per le società più sviluppate come quelle occidentali. La solitudine, dice Ferraresi, “è lo stato esistenziale dell’uomo contemporaneo” ed è figlia “dell’individualismo, inteso innanzitutto come autodeterminazione e autocompimento della persona” (p.4). L’idea è che il perseguimento della felicità (“the pursuit of happiness” della Costituzione americana) fosse il diritto fondamentale in nome del quale ogni vincolo che potesse ostacolarlo avrebbe dovuto essere tolto di mezzo. La libertà da ogni limitazione avrebbe portato alla libertà di esplicare appieno tutte le aspirazioni personali dell’individuo, requisito indispensabile per il raggiungimento della condizione di felicità (p.92-93). È così, dice Ferraresi, che la storia della modernità si è trasformata in “un sistematico processo di demolizione” di ordinamenti, chiese e partiti, abitudini e tradizioni, e della stessa natura biologica, di tutto quanto potesse frapporsi tra l’Io e la immediata soddisfazione dei suoi desideri. Ecco, l’Io come cardine del mondo. 

 

 

Si capisce che questa felicità, quella del singolo individuo, trova piena consonanza con l’impianto “filosofico” del pensiero liberale, ma più ancora del neo-liberismo che ha impregnato gli ultimi due-tre decenni della nostra storia in Occidente. Le radici di questa storia stanno, secondo l’autore, nel distacco dell’uomo rinascimentale dalla visione “unitaria” medievale per cui il singolo non era che una particella di un tutto organico. Solo il Rinascimento svela all’uomo la capacità di forgiare se stesso, è qui che si mette a punto l’idea della “solitudine come buona”, in un lungo percorso strettamente intrecciato alla storia del capitalismo. È Alexis de Tocqueville che individua, nella prima metà dell’Ottocento, il fulcro del problema analizzando La democrazia in America. L’individualismo, dice Tocqueville, è un valore tanto prezioso quanto instabile; se inteso come rispetto delle legittime istanze del singolo, è forza propulsiva della società democratica; quando è “assorbito dall’egoismo”, è solo attaccamento esclusivo agli interessi dell’individuo. E che dire della fraternité, la terza bandiera della rivoluzione francese, che sembra essersi completamente smarrita tra la liberté e la egalité di un agone politico che sembra non voler effettivamente “comportarsi con umanità, senza aspettarsi il riconoscimento o un premio”, come ha scritto l’economista Jacques Attali, già consigliere del presidente francese Mitterand negli anni Novanta.   

La piena realizzazione della società costruita sulla libertà di la troviamo tra i Novanta e gli anni Zero, quando nel “Regno della felicità” (vedi qui Happycracy. Socrate contento o maiale soddisfatto) compare una sorta di individuo-mondo, esaustivo in sé, che fa della sua loneliness la leva della sua affermazione. Libero perché solo. La sua solitudine nutre la sua libertà che nutre la sua solitudine. Una magnifica paradossale illusione. Da cui ben presto hanno cominciato a rampollare ferite e malanni di ogni sorta che come una macchia oleosa hanno impregnato l’intera società. “The pursuit of happiness” da sogno si è trasformata in patologia conclamata che si manifesta clinicamente nelle tante malattie, generalmente stati depressivi, associate alla condizione di solitudine. Perché la solitudine, quella in carne ed ossa, è “Un sentimento soggettivo e sgradito di mancanza o perdita di compagnia. Accade quando si presenta uno squilibrio fra la quantità e la qualità delle relazioni sociali che abbiamo e quella che vorremmo” (p.76). Così secondo la definizione della Jo Cox Commission on Loneliness, la commissione, nata sul lavoro fondamentale della deputata Jo Cox uccisa da uno squilibrato “sovranista” inglese nel 2016, istituita dal governo inglese per lo studio del problema e l’identificazione di strategie sociali per affrontarlo. Una sorta di riconoscimento ufficiale del problema che nel 2018 si concretizzerà in Gran Bretagna, con il governo May, in un “Ministero della Solitudine”. 

 

Nel rutilante mondo-self, “delle pubblicità profilate, dei pasti monoporzione, del selfie, del single come stato sommamente desiderabile” (secondo la perfetta sintesi dell’autore), i ragazzi rischiano la vita per scattare la foto di sé stessi in una situazione estrema (259 morti nel mondo per questa pratica fra il 2011 e il 2017); i giovani hikikomori (non più solo giapponesi) o i Neet (che non studiano, non cercano lavoro e non si stanno formando), stanno autoreclusi in cameretta con il solo contatto web per comunicare con gli altri. Il mondo della pornosolitudine e di Alexa come amica. In cui, fenomeni esasperati a parte, la solitudine è diffusa e capillare e intacca le vite di troppe persone che condividono una società dove sempre più si muore di solitudine e in solitudine. Un mondo in cui la scomparsa nel non-essere sociale dei clochard è diventata emblematica (vedi L’ala del clochard).

 

Ma di che cosa è fatto l’individuo che aspira alla solitudine come apice della propria libertà? Non è solo una questione di disposizione sociale, di appartenenza economica, o politica, gli individui sono anche una entità interiore, dentro compongono e scompongono e ricompongono un sé che mandano in società a vivere con gli altri. Il sé non può limitarsi alle ragioni della libertà da e della libertà di: il sé deve fare i conti anche con la sua “possibilità”. “Io” ha una sua consistenza esterna, storica, culturale, ma anche una interna e non sempre le tre dimensioni stanno in accordo. Le solitudini moderne sono sì frutto del neoliberismo, per dirla grossolanamente, ma anche delle infinite e molteplici reazioni che esso induce. E di questo, pare a me, l’analisi di Ferraresi non tiene conto.

 

Che il modello di sviluppo sociale ed economico in cui viviamo fosse effimero lo avevamo capito, lo stavamo verificando proprio sperimentando i suoi tratti patologici. Ora, davanti al solido della realtà il liquido culturale si adatta: la crudeltà “biologica” di un virus fa sì che le cose e i loro nomi comincino ad articolarsi con altre modalità, magari strane e mai viste. Nel momento della necessaria “distanziazione sociale” non si può non pensare che anche la nozione di “solitudine” non subisca una qualche metamorfosi. Il problema, in realtà, non è la solitudine, ma quale solitudine. E questa fino ad oggi era una solitudine soltanto aggressiva, fatta per una società dove l’individuo vive in una perenne lotta/competizione con gli altri individui. Freud diceva che la “pulsione aggressiva” (Tanathos) è in conflitto con il “principio aggregativo” (Eros) e che proprio in tale conflitto risiede “il contenuto essenziale della vita”. Da questo nasce l’evoluzione civile che “può definirsi in breve come la lotta per la vita della specie umana” (Il disagio della civiltà). Fuori di dubbio che nella realtà squassata che stiamo vivendo, in cui questa lotta si intensifica, il “principio aggregativo” stia lavorando con una forza ben più grande di ieri. Chissà quali saranno gli esiti? 

 

Forse, allora, non basta sottolineare quanto imprendibile sia la nozione di solitudine (la solitudine è in fondo “assenza di significato, difficoltà di trovare uno scopo per cui vivere” p.6). Forse la solitudine in sé non è il problema. Non lo è quando è una scelta temporanea in funzione riflessiva o creativa, ma lo diventa quando è un ritiro ed è senza fine, quando è semplicemente la morte della persona, perché siamo animali sociali. Semmai dobbiamo preoccuparci delle protezioni che siamo/non siamo capaci di attivare per difendercene. E la ricerca di autentiche connessioni sociali (di elementi di civiltà) rimane la sostanza vera della questione. Il sapere dove rivolgermi per continuare a vivere è la priorità, e il capire se ce la posso fare. Se è vero che il Narciso che è in noi ci domina, è anche vero che “riconoscere in se stessi ciò che troppo facilmente viene attribuito agli altri, assumersene la responsabilità, è l’unica strada per conoscersi, rispettarsi e ricercare forme pacifiche di convivenza”, come dice la psichiatra Nicoletta Gosio nel suo recente Nemici miei. La pervasiva rabbia quotidiana (Einaudi, 2020). E, aggiungerei, dirlo adesso è persino ovvio, e necessario. Riusciremo a sbarazzarci del peso di una solitudine imposta per riappropriarci del sale della solitudine?

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