“Come faccio a essere felice?”

La signora Adele arriva con i jeans e una camicetta a fiori, ha una sua eleganza naturale, una spallina che scende, un lembo di pelle sono un’evocazione del tempo passato, della possibilità dell’amore. Sì, perché cinque anni fa ha avuto un’operazione importante, le hanno tolto tutto, il più del tutto. Ci conosciamo da qualche anno, lei ha appena compiuto i settanta. Ma non è la malattia, il suo cancro, il centro delle sue ansie attuali, nemmeno la figlia che qualche preoccupazione in passato l’ha data. Nemmeno il futuro al quale si prepara immaginando come le persone care, le persone amate, hanno affrontato la morte. A partire da un genitore perso quando era ragazzina. A dodici anni ad assisterlo in ospedale andava lei, ma al funerale non l’avevano portata. 

 

Intorno c’era la Milano “che dispare”, quella di Gadda, della raccolta punti, delle case di ringhiera, quando le ragazze sognavano un futuro da stenodattilografa. La signora Adele mi fa venire in mente La ragazza Carla, la protagonista diciassettenne del racconto in versi di Elio Pagliarani. La protagonista vive in una modesta casa della periferia di Milano, con la sorella e la madre vedova che fa la pantofolaia. Carla frequenta le scuole serali per diventare segretaria e trova un impiego presso una ditta commerciale che traffica sul mercato internazionale.

“Carla Dondi fu Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodattilo/all’ombra del Duomo”. Così si presenta in tutta la sua burocratica realtà. La seconda parte descrive i ritmi che il lavoro impone, il corteggiamento di un collega, i viaggi sul filobus, e termina mentre Carla, per non perdere il posto, deve chiedere scusa lei al suo padrone per aver rifiutato le sue avances. Così la ragazza Carla, diventata donna, impara a mettersi le calze nere e il rossetto per tornare al lavoro. “Questo lunedì comincia che si sveglia/presto, che indugia svagata nella piazza/prima di entrare in ufficio, che saluta/ a testa alta ‘Buongiorno’ con l’aggiunta/‘a tutti’, che sorride cercando Aldo con gli occhi/ che gli dice ‘Bella la ragazza e come/ attenta ai suoi discorsi’, che incomincia – forse – il lavoro/ fresca”.

 

Finisce così la “favola urbana” della ragazza Carla nella monotonia dei giorni, mentre continua quella della signora Adele che, forse, proprio attingendo alla sua esperienza giovanile, riesce a trovare momenti di felicità nella sua quotidianità da “arresti domiciliari”. Assiste da anni il marito ammalato cronico, un morbo che colpisce la testa prima del corpo. Si è ricavata una sua stanzetta divisa da una paratia, legge mentre si lava i denti, scova film che anche il marito guarda. Come Il ponte delle spie, dove il compagno chiede al condannato a morte se è preoccupato. E quello gli risponde: ma serve? Lo accompagna dal fisioterapista, dal barbiere, al bar a bere un caffè, ogni tanto lui cade a terra, tutti si terrorizzano, lei rassicura, vedete che adesso torna di nuovo su.

Dalla signora Adele imparo moltissimo: come un certo tipo di carrozzella non va cambiata, solo portata da un fabbro, che effetti dà un certo tipo di medicina combinata con un’altra – lei fa dosaggi diversi ogni giorno. 

 

Dice dei suoi sogni che sono memorie del futuro. Continua a sognare la malattia e la morte del suo grande amore che, mi dice, “è il mio referente nell’al di là”. Sogna spesso di evadere dalla sua casa-prigione, di andare in un albergo, di tornare in quella Milano degli anni Sessanta e Settanta. 

Memoria del futuro è il titolo che Bion dà alla trilogia con la quale azzarda una “fantasia autobiografica orientata in senso psicoanalitico”. Se i suoi scritti teorici possono risultare didascalici e impersonali, ostici per il linguaggio logico-matematico, qui Bion cerca una forma narrativa capace di rendere la nostra mente in contemporanea: mentre lavora condensando sapori e odori, visioni del tempo passato, futuro, presente. Prova a trasferire sulla pagina il funzionamento mentale, che associa e dissocia, evocando fatti reali, come l’infanzia in India, rimembranze, avvenimenti successivi. Procede in modo poetico, come tutti gli analisti britannici dell’epoca Bion era cresciuto a poesia e Shakespeare.

 

Con la signora Adele facciamo BookCrossing: lei va in biblioteca, dove i lettori lasciano i loro libri, prende e legge, mi passa e io le ripasso, spesso con qualche aggiunta, e lei fa girare. Il libro che più a lungo ha tenuto il filo con gli altri è Sulla fine e sull’inizio di Isca Salzberger-Wittemberg, psicoterapeuta di origine tedesca che ha lavorato gran parte della sua vita con neonati, bambini e adolescenti presso la clinica Tavistock. A quasi novant’anni, dopo esperienze con persone anziane, in pensione, rimaste senza lavoro, l’autrice interroga i momenti-soglia: dal grembo materno all’invecchiamento e alla morte.

 

Un giorno, la signora Adele mi chiede: “Ma io sto bene, potremmo interrompere?”. Mi oppongo: per la signora Adele le ore di analisi sono ore d’aria strappate all’assorbimento della cura del marito. Sono la sua ricerca di un senso che solo l’affezione alla Milano dei tempi della politica le impedisce di chiamare spiritualità. Penso alla frase di Virginia Woolf: “la meditazione sulla morte è meditazione sulla vita”, mentre lei, a un mio accenno a questa dimensione altra, afferma: non posso credere, perché non ho vissuto mia madre come una figura protettiva. E come altre volte è capitato, con la sua intuizione si avvicina alla teoria dei classici: “per il singolo individuo la vita è dura da sopportare” afferma Freud in L’avvenire di un’illusione, (1927) ed è da qui che nasce il bisogno di un dio con il quale “ritrovare l’intimità e l’intensità che caratterizzano il rapporto del bambino con il padre”.

La signora Adele, su questa via, e non solo per motivi di età, è molto più avanti di me. E spesso mi sorprende: la felicità, insinua, è accettazione. Oppure, mi dice un giorno: “Non crede che l’educazione alla Felicità dovrebbe essere come l’educazione per abbattere l’analfabetismo?”.

 

Non so come rispondere, posso solamente cercare di comunicarle la mia ammirazione, lei si schernisce, ha la storia intellettuale della generazione che ha studiato con le 150 ore del diritto allo studio, non ha paura di dichiarare la sua devozione al marito, può accoppiare l’antica saggezza femminile alle conquiste della battaglia femminista. 

E dato che a volte le giornate in studio sembrano monotematiche, ecco Carlo. Mi ha raccontato che, mentre la sua ragazza era in bagno, sua madre gli ha chiesto: “Mi pare felice, secondo te, con te è felice?”. “Ma mamma me lo hai già chiesto ieri, e poi cosa vuol dire essere felice??!!”. 

Laura si sfoga: “Dovresti essere felice, mi dicono tutti i miei amici, ma io non mi sento felice. E mi sento quasi in colpa”. 

 

“Come faccio a essere felice?”, si chiede una donna di mezza età che ha appena subito un grave lutto. 

Alla signora Adele era molto piaciuto Ogni passione spenta, una meditazione sulla vecchiaia che aveva scritto una giovanissima Vita Sackville-West. Abbiamo sottolineato lo stesso brano:

“Ma che cos’era la felicità? Lady Slane era stata felice? Era una strana parola, quella che gli uomini avevano coniato, con un preciso significato a tutti comprensibile, una strana parola, con le sue vocali anteriori, la <<l>> liquida e quella <<c>> dolce, che in tre sillabe riassumeva una vita intera. Felice. Si era felici in quel dato momento, infelici due minuti dopo; e non sempre si era felici o infelici per una buona ragione; che cosa significava dunque? Significava, se un significato ci doveva essere, che qualche inquieto desiderio voleva che il nero fosse nero, il bianco bianco; significava che nella giungla dei terrori della vita, gli inermi omiciattoli cercavano rassicurazione in una formula. Le sembrava di sentirsi porre una domanda a proposito di un’altra donna che non era lei e la domanda si riassumeva in una parola che non aveva alcun rapporto con l’ingannevole, scaltro, iridescente gioco della vita”.

 

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Opera di Luca Ghirardosi.