Con il foglio sulle ginocchia

Le raccolte di scritti sono, per così dire, libri postumi, anche nel caso in cui l’autore è in vita e gode di buona salute. Vale anche Con il foglio sulle ginocchia (Edizioni Casagrande) di Pietro De Marchi che mette insieme una serie di saggi e divagazioni, editi e inediti, degli ultimi vent’anni. Docente di letteratura italiana nelle università di Zurigo e Berna, autore di libri di poesia, in ultimo Le carte delle arance (Casagrande, 2016), De Marchi è meno noto come autore di prosa ma, quando avviene, la singola parola ha un peso specifico elevato e De Marchi si iscrive nella tradizione dei tanti poeti italiani che sono stati ottimi prosatori e critici letterari. L’autore appartiene a una geografia letteraria che ha i suoi estremi tra Zurigo, a nord, e Pavia, a sud, e un possibile punto mediano a Giubiasco, il paese, ma ormai è una conurbazione, alle porte di Bellinzona. È lì che De Marchi posa l’occhio sulla scritta TENDE DA SOLE, LAMELLE, ROLLADEN. Nello spiegarci che “rolladen” significa “tapparelle”, in quella mescolanza fantastica tra italiano e tedesco che rende quella terra un nostro primo possibile esotico, nota che il cartellone pubblicitario è un “endecasillabo già bell’è pronto”. 

 

Il Canton Ticino, come è noto a chi ha letto Negli immediati dintorni (Casagrande, 2015), è infatti la zona di cerniera tra cultura italiana e quella di Oltralpe, il punto di incontro e di scambio di esperienze culturali che hanno un’origine, ormai mitica, nei seminari di filologia e critica che Gianfranco Contini tenne a Friburgo mentre nel resto del mondo infuriava la guerra. Maestro severo e temuto, Contini ha creato una scuola di cui De Marchi è allievo di uno degli allievi più illustri, Dante Isella, a cui è dedicato un profilo in cui la lezione più alta risulta la coincidenza tra letteratura e vita. Lezione che si ritrova in un altro allievo di quei seminari, Giorgio Orelli, ticinese, di cui De Marchi ricostruisce la carriera tra poesia, traduzioni letterarie e critica, terminando con il ricordo di una conferenza a Feltre in cui un signore tra il pubblico gli propose alla fine: “Senta, Orelli, perché non rimane qui una settimana? Io la verrei ad ascoltare tutti i pomeriggi”. Non credo di essere stato l’unico a confondere Giorgio Orelli, col cugino Giovanni, narratore e poeta, a cui è dedicato un bel medaglione, così come è notevole la ricostruzione della triangolazione di rapporti tra Borges, Meneghello e Montale. 

 

 

Il cuore e la ragione di questo libro stanno però nel rapporto tra l’autore e il padre, un uomo “della compagnia di Bartleby, insomma di quelli che preferiscono di no, non sgomitano, non scrivono romanzi o autobiografie”. Il ritrovamento di un quaderno del padre offre al figlio lo spunto per ricostruirne la biografia. Figlio di un operaio della Pirelli che arriva dal Veneto a Milano, il padre frequenta le scuole “dei signori”: le elementari di via Della Spiga, il Liceo Parini. La famiglia, prima di trasferirsi in Bicocca, abita in pieno centro, quando era possibile la coesistenza di persone di ceti diversi nello stesso quartiere. È un uomo che appartiene alla generazione cresciuta durante il fascismo, bravo a scuola e che ottiene una borsa di studio per frequentare l’università, ma, scoppiata la guerra, la sua classe è richiamata alle armi. Arriva l’8 settembre e De Marchi cita opportunamente ciò che scrisse Italo Calvino nella prefazione (1964) alla ristampa del Sentiero dei nidi di ragno: “Per molti dei miei coetanei era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere”.

 

Il padre di De Marchi, che ha già un fratello maggiore sotto le armi, resta nell’esercito di Salò. Seguiamo le sue vicende attraverso le lettere ai genitori. È un ragazzo di vent’anni ma sono le circostanze a renderlo maturo e così cerca di rassicurare la famiglia anche dopo che è stato tradotto in Germania. È lì che trascorre gli ultimi mesi di guerra assistendo al disfacimento del potere nazista, al bombardamento di Colonia, fino a tornare in Italia nell’agosto 1945. Come molti reduci tacque alla famiglia e poi ai figli le durezze della guerra. Solo dopo la sua scomparsa si ritrovano dei flash in appunti privati. Arrivata la pace era più importante tornare a vivere, trovare un lavoro, formare una famiglia. Il ritratto del padre si completa evocando la sua passione per i libri: “Leggeva sempre, non andava da nessuna parte senza la compagnia di almeno un libro”. 

Tutti noi conosciamo (o siamo) persone che hanno una passione dominante per i libri, che si riempiono la casa fino a perderne il controllo, ma nel padre di De Marchi, uomo coltissimo, in grado di tradurre in latino le poesie del figlio, la cultura è davvero strumento per comprendere e dare un senso alla vita. Così scrive in un appunto: “La cultura non consiste nel sapere ma nell’imparare; chi sa di più è più colto non perché ha imparato di più ma perché impara e può imparare di più”. Ora che il padre non c’è più, vive nei suoi libri, nella sua biblioteca, nel ricordo della sua insaziabile voglia di imparare e ora nelle parole del figlio.

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