Contro l’acquario di Genova

Genova, in una giornata di pioggia. Pellegrinaggio ai luoghi caproniani: l’ascensore di Castelletto, il monumentino di Enea… Scendo al porto antico, e salgo sull’ascensore del Bigo. Lì sotto, l’acquario. A Genova – mi dice un passante – vengono tutti ormai solo per questo. Titubo, non so se visitarlo anch’io. Ma piove, sono a due passi e non c’è un’anima all’ingresso. La pubblicità lo spaccia per il più grande acquario d’Europa, ma non credo lo sia. E, benché disegnato da Renzo Piano, che ha rifatto i connotati dell’intera area, dubito pure sia il più bello. È un grande scatolone rettangolare, grigio, ormeggiato in banchina. Lì vicino, a ponente, Neptune, il vascello secentesco che Roman Polanski fece costruire per il film Pirati con Walter Matthau, approdato qui come attrazione. Ma dopo il Vasa a Stoccolma nulla, nemmeno l’ingresso a soli 5 euro, può indurmi a entrare in questa ridicola brutta copia. 

 

Scendo dal Bigo e mi decido, in fondo non ho mai visitato un acquario. Non ho mai visto nemmeno la leggendaria vasca tattile di Annastella, la collega che insegna didattica della biologia. Prima spiacevole sorpresa: 25 euro per l’ingresso mi sembrano eccessivi. Ma pago, ed entro nel tunnel zigzagante e buio da cui affiorano i lucori glauchi dei vetri. La prima vasca, piccola, è abitata dai cavallucci marini. Sembra un quadro animato d’azzurro e verde. Belli i cavallucci, e vivi! Li ho sempre visti essiccati e puzzolenti; qui sono dei draghi crestati in miniatura che vibrano e attorcigliano la coda alle alghe. Più degli occhi mi impressionano le code, così mobili, serpentine. Mi fermo, quasi ipnotizzata, per almeno un quarto d’ora. Che abbia ragione Annastella? Sull’utilità pedagogica di questi luoghi.

 

Poco oltre, in una grande colonna trasparente, delle murene sinuose scivolano in pertugi rocciosi, fanno capolino da buchi e anfratti. Procedo. Nel tunnel buio e felpato si snoda una serie di quadri con ambienti e ospiti diversi, di varie fogge, colori. Mi fermo un poco davanti a ciascuna teca. Leggo le didascalie ben approntate, con il necessario ma agile corredo scientifico. Cerco di capire perché mi è più facile non mangiare carne che pesce. Mi rispondo al solito, banalmente, che sono muti, più muti di mucche e pecore. E lo sguardo è fisso, commuovono meno.

Scarsi i visitatori, per lo più donne con bambini. Comincio a percepire un filo di disagio che si fa inquietudine, irritazione quasi. Finché non arrivo davanti alla vasca dei lamantini. Quattro enormi mammiferi, in uno spazio che mi pare sottodimensionato, brucano cespi di lattuga. Dio mio, il «lamento del lamantino»! Qui, proprio qui, ecco il Caproni più profetico. E mi trovo a compitare a mente i Versicoli quasi ecologici (1988, ora nel postumo Res amissa):

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto 

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: «Come

potrebbe tornare a esser bella,

scomparso l’uomo, la terra».

 

Già, per «profitto vile». L’acquario di Genova, ora, mi pare questo: un’occhiuta impresa economica appaltata a una società (la Costa edutainment S.p.A.) che camuffa da intenti scientifico-didattici il mero divertimento, l’intrattenimento turistico (Annastella sarebbe d’accordo). In fondo, prezzo a parte, non stona più la prossimità col vascello Neptune. E nulla di diverso da uno zoo mi sembra l’acquario: anche qui gli animali esotici sono esibiti e costretti in spazi inadeguati. Mi dico che preferisco i documentari, o i servizi fotografici, quale quello delle mante volanti nel Golfo del Messico che ho visto recentemente on line sul sito del «Corriere della Sera».

 

Ma mi pare di sentire Annastella replicare: chi ti dice che siano infelici, stai proiettando su di loro le tue costruzioni mentali. Qui sono accuditi, non hanno nemici, vivono in acque non inquinate, benché in alcuni casi limacciose (ai lamantini piace rivoltarsi in fondali un po’ putridi). Qui possono essere studiati in comportamenti altrimenti difficili da osservare, qui possono essere tutelate specie a rischio, qui chi non può recarsi ai tropici (come lei) per nuotare fianco a fianco con lo squalo balena può vederlo dal vivo. E i bambini, per i bambini è un’emozione impagabile farsi sorprendere dalle virate del pesce che appare e scompare di sguincio. E poi, sono animali che sono nati per lo più in cattività e il vasto mare non l’hanno mai conosciuto. E la ricerca, come la mettiamo con la ricerca medico-farmacologica? Anche nei laboratori ci sono animali relegati in gabbia per la felicità e la salute del genere umano. E la sua vasca tattile? Come la mettiamo con la sua vasca tattile e la didattica della biologia?

 

Sarà… ma anche lei ammetterà che i delfini galoppano sulle onde per chilometri e qui sono rinchiusi, dieci in una vasca, come in un qualsiasi delfinario. E i pinguini, che mi dirà dei pinguini che qui non vedono neppure uno spicchio di cielo e per sole hanno una lampada a un paio di metri dalla testa? E le foche, anche qui sono chiamate al pasto una per una, ubbidienti, come al circo. E gli anemoni, come quelli della sua vasca tattile, si scompigliano sempre alla stessa acqua e nessuna nuova giunge loro dal vasto oceano.

Certo, non so, non posso dire se sono infelici. Ma esco da quel tunnel con una pena infinita, e mi dico che no, gli acquari, come gli zoo, vorrei non esistessero. E quei lamantini che brucano lattuga no, non mi sembrano contenti. Ah, Genova, Genova, città verticale, di scale e ascensori, proprio tu soffochi in un acquario i lamenti dei lamantini. Proprio qui hanno perduto la loro res amissa, il loro bene.

 

Angela Borghesi ha di recente curato il libro di Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti, Milano, Adelphi, pp. 271, euro 14,00.

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