Corrado Ambrogio. Il malinconico ilare genio gentile

“Materiali, pelli, superfici. Abrasioni, scottature, graffi: urti, strappi, corrosioni. Gli acidi sui metalli, la spinta rovente della lava che rotola in mare fumigante e si rapprende spezzandosi e sobbollendo, e si incrosta di sale, di frutti di mare, di cose portate a valle dal fiume. Colline franate, montagne spaccate, molecole asportate da fibre tessute, da pelli conciate, grumi, sassetti, prodotti sintetici premuti, compressi, laminati, attorcigliati. Materie secche che rapprese si sgretolano, plastici materiali elastici che si deformano e avvolgono materiali flaccidi che cedono e si spargono su squame e scaglie e lamine di zinco, punte dure strisciano sul rame, lame fanno saltare croste di scoria dai metalli, veli ruvidi lentamente elettroliticamente si sovrappongono e cortecce disseccate saltano in un attimo via dal tronco. Ci sono compresenze di contrari, albumi vetrificati in polvere, sabbiatura inerte mentre evolve, residuati organici saltuari. I bitumi, le terre, i basalti, le plastiche soffiate calde e poi abbandonate svirgolate in qualunque posto, il cuoio sollecitato e le vernici, gli adesivi industriali, i solventi sulle superfici, sulle pelli, sui materiali.”

 

Corrado Ambrogio

 

Così mi era venuto d’istinto scrivere per il piccolo catalogo di una mostra personale di Corrado Ambrogio, nella galleria d’arte Devoto di Genova, ormai molti anni fa. Con Corrado mi aveva messo in contatto Giorgio Calcagno, il poeta, scrittore e storico Direttore del supplemento culturale Tuttolibri del quotidiano “La Stampa”. Fu Giorgio a suggerire a Corrado che fossi io a scrivere qualcosa per il suo catalogo. Era il 1998.

 

Giorgio era una persona amabile e squisita. Non so come avesse conosciuto Corrado. So che anche Corrado, seppure in modi diversi, era una persona altrettanto amabile e squisita. Fui felice di scrivere quella nota per il suo catalogo. Le sue opere mi avevano in effetti molto colpito, per la loro forza materica, eruttiva, per la loro basilarità di metallo e per quel modo di alcune di loro di presentarsi come testimonianze di una combustione, emissarie di un mondo di idrocarburi, torbiere e depositi geologici. Non avevo – come non ho – la benché minima capacità di intessere un discorso critico sull’arte, tuttavia quelle forme mi avevano incantato, perché in loro vedevo una vibrazione ancora viva, quasi un segnale visivo, se non proprio un bisbiglio ancora figurativo.

 

Corrado Ambrogio. Mare.


Bastava che Corrado avesse tracciato una linea orizzontale in un concreto di catrame e pietra, che quello rimandava immediatamente a un paesaggio arcaico, suggerito come tale proprio da quella linea tracciata (incisa, trapanata) che sembrava un orizzonte e dava al tutto una direzione, intravista la quale era poi impossibile interpretare diversamente l’oggetto.

 

Corrado Ambrogio. Eldorado.


Con Corrado diventammo amici. Quel tipo di amicizia in cui non ci si sente quasi mai e ci si frequenta ancora meno. Lui abitava nella fascinosa Mondovì, io a Torino. Eravamo a un’ora sola di automobile, ma in totale i nostri incontri si contano sulle dita di, va be’, due mani.

Quando Corrado passava dalla mia città mi chiamava e ci si incontrava. Lo stesso facevo io quando scendevo nella Provincia Grande. Fu nel novembre del 2017 che lo vidi per l’ultima volta, a Cuneo, dove, presso il Complesso Museale di San Francesco, si inaugurava la sua mostra “MXXI – Moltitudini raccolte”.

 

Lo scorso anno, il 15 di dicembre, Corrado è stato vittima del Covid e ci ha lasciati.

Negli anni della nostra amicizia abbiamo fatto una cosa insieme, un progetto lavorando al quale mi sono molto divertito e ho potuto conoscere un po’ meglio il modo che aveva Corrado di inventare la propria magnifica arte. Abbiamo fatto semplicemente un calendario (2011): ogni mese una sua opera e un mio piccolo scritto. Bianco e nero. Il titolo del tutto era “Formalludo”, parola-scatoletta in cui c’erano la forma, l’allusione, la ricerca formale come gioco (ludo), ma anche Ludovica, il nome della sua figliola.

Nel tempo la presenza ctonia delle sue concrezioni magmatiche e laviche aveva lasciato un po’ di campo a una sua ricerca più distesa e serena, ma, secondo me, paradossalmente anche più pugnace.

Il suo era sempre un corpo a corpo con la materia, ma questa volta la “materia” era quella dei “materiali” che lui come un rabdomante di finissima sensibilità andava a reperire in non so quali fiere, in non so quali mercati dell’artigianato o dell’usato, mercatini delle pulci o distese di oggetti a cielo aperto. Il mio rimpianto è quello di non aver mai accompagnato Corrado in queste sue razzie di oggetti. Mi raccontava, però. Era un grande narratore: rapsodico, allusivo, anche non verbale, raccontava con un sorriso ironico e con un lampo degli occhi chiari il gusto che c’era nello scovare i cerchi metallici delle ruote dei carri, le antiche forme in legno per scarpe usate dai ciabattini, i cascami vitrei della produzione di bottiglioni di vetro, cose così. Nel lampo e nel sorriso c’era la sintesi dell’idea creativa che lo aveva portato a raccogliere queste serie di oggetti.

 

Un paio di esempi per spiegarmi. Sui cerchi metallici che un tempo contenevano le circonferenze delle ruote di legno dei carri contadini impedendone l’usura, Corrado aveva fissato qualche riproduzione in bronzo rivestita di foglia d’oro. Questi oggetti, battezzati da Corrado Equilibristi, sono di una felicità espressiva assoluta, convocano l’acrobata sul filo, il ciclista, il clown sul velocipede, l’essere umano sulla circonferenza della terra, il passeggiatore solitario, il ginnasta al corpo libero, il giocoliere equilibrista… Il circo, la nostra condizione esistenziale, l’atletica. Una potenza di sintesi mirabolante e tutta giocata con leggerezza. Questa era l’idea creativa che doveva illuminargli lo sguardo e strappargli un sorriso, cioè identificare in oggetti (meglio se derivati dalla cultura contadina o dai mestieri umili) reperiti chissà dove una specie di forza elettiva, calamitante, produttrice di senso ulteriore – la finalità dell’arte.

 

Corrado Ambrogio. Equilibristi.


Un secondo esempio sono i suoi San Sebastiano. Ne ha prodotto varie versioni: quella che ho più amato non credo l’abbia mai esposta, perché Corrado era di una severità mostruosa con se stesso e se il risultato non gli andava a genio non ratificava l’opera. Ma io invece l’ho amata e ritengo che sia stato un privilegio per me vederla. Una corteccia, brutale corteccia, in cui le fuoriuscite dei rami lasciano, dopo la scorticatura, dei fori. Alcuni bastoni di vetro, residui della produzione di bottiglie di vetro, cioè lunghi sottili cilindri estrusi da una macchina, staccati e buttati via. Sintesi, la corteccia posta in verticale come se fosse in piedi, i bastoni di vetro infilati nei fori. Risultato: San Sebastiano. Un San Sebastiano asciutto, riarso, fatto della materia dell’albero che nell’iconografia consueta semplicemente lo affianca e che qui invece lo sostanzia, trafitto da frecce che qui sono vitree, trasmettitrici di luce trasparente, più messaggere divine nel martirio di quanto lo siano i dardi tradizionali. Un’idea, una sintesi, una scintilla. Ho voluto raccontarla, per testimonianza.

 

Il genio di Corrado Ambrogio si esplicava in mille modi, dalla scelta dell’oggetto passando per raffinati assemblaggi/accostamenti fino al titolo dell’opera, che sigillava in un oggetto, ma anche in un’esperienza di ricezione, il senso ulteriore.

Le forme di legno per le scarpe prestate alle acrobazie di cui sopra, se ammassate (con criterio sottilissimo) in un luogo del pavimento e se chiamate Shoah sono una trafittura immediata alla sensibilità dell’osservatore. Ma sono le stesse forme dell’aerea giravolta. Il cambiamento radicale sta in un’operazione di misteriosa alchimia che Corrado aveva in sé, pronta a scattare e a colpire con precisione. In ciò ritrovo anche una sua declinazione personale, ironica, ma fondativa, del suo essere, come era, un ingegnere meccanico.

 

Corrado Ambrogio. Shoah.


La mente di Corrado era divertente. Sapeva prendere una roba informe, chiamarla Il ragno e da quel momento in poi una nuova creatura avrebbe abitato a tempo indeterminato la nostra fantasia, il nostro ricordo. Il suo genio assoluto per l’object trouvé gli faceva mettere al mondo tanto deliziosi musetti di orso quanto legioni sterminate di soldati o moltitudini extraterrestri: più di mille oggetti misteriosi (lunghe sbarre di metallo con all’estremità una specie di ungula porcina: oggetti per tagliare il fieno) disposti in ordine militare geometrico, ed ecco la legione. 

 

Corrado Ambrogio. Esercito.


Decine di attrezzi contadini terminanti con un arcigno uncino, messi tutti in direzione identica e leggermente inclinati per dare un movimento meraviglioso a ciascuno e sinfonico a tutti, ed ecco un gruppo di fenicotteri danzanti all’unisono in chissà quale laguna di Provenza, in chissà quale pianura fangosa del Brasile.

I suoi assemblaggi erano semplici, essenziali. Seguendo il suo grande amore e maestro Giacometti, riduceva al minimo i tipi di oggetti che combinava insieme, a differenza di altri mirabili fuoriclasse dell’object trouvé che producono più spesso objects construits che trouvés. Il suo ideale era l’oggetto unico, da battezzare adamiticamente dandogli una primigenia identità e una vita, spessissimo una vita animale.

Ma oltre a quella per Giacometti, nella sua vastissima cultura artistica spiccava la venerazione viscerale per la scultura lignea gotica che gli permetteva di avere un rapporto elettivo con i legni, trattati spesso come veri e propri personaggi (che l’autore l’hanno trovato: lui).

 

Corrado Ambrogio. Skyline (Manhattan).


Va ricordato quanto amasse collaborare con gli scrittori: ad esempio con Laura Pariani, una delle nostre migliori scrittrici, con cui produsse un geniale De natura animalium (che era il titolo di un antico bestiario monregalese) con 101 animali esistenti sia nella realtà reale sia in quella fantastica, in ordine alfabetico da Allocco a Zurlo. Le didascalie di Laura e le opere di Corrado nel testo si fanno sistema e il tutto è puro godimento. Qui ce ne sono tre, come rappresentanti. L’Aristogatta, Il Penguino e il kafkiano Odradek, seguiti dai testi di Laura (in corsivo, come didascalie):

 

 

Non a ogni micia è lecito chiamarsi aristogatta. Ché, se l’orgoglio fosse un’arte, codesta bestia ne sarebbe maestra. Guai a chi la confonde con la gatta comune, ché l’aristogatta ha miele in bocca e diavolo in culo. Epperciò se, come suol dirsi, ogni micia vuole il suo sonaglio, l’aristogatta, da buona comandiera qual è, lo vuole d’oro.

 

 

A prima vista i penguini sembrano ritenere gropposa la solitudine: ché passan le giornate in riva al mare tutti intruppati in affollati branchi, a guardarsi l’un l’altro in bocca e nel didietro. Tale carattere gregario e amicone è però soltanto apparenza: la sera, ciascuno a cà sua, stretto stretto alla propria mogliera. La compagnia, infatti, va bene solo per far merenda: se invece la vita di gruppo la fosse sempre buona cosa, si darebbe anche la mogliera in società.

 

 

Famoso per la sua spettinatura casuàl e brutàl. Sarà forse questo suo aspetto a dargli un’aria scapestrata, e ancor di più il forte odore di vino acido che l’accompagna mentre gattòna sui pavimenti di casa. Eppure è così piccolo che, quando lo incrociamo, vien da fargli solo domandine facili facili; presèmpio: “Come ti chiami bell’animaletto?”. Al che lui risponde: “Odradek” e scoppia in una risatella tutta di gola. A volte passiamo mesi senza vederlo, ma sempre torna e si acquatta sulle scale per strapparci un “Oh!” di sorpresa.

 

Difficile ridurre la varietà dell’intelligenza di Corrado a un punto originario; forse più facile cogliere quel punto sul versante emozionale, perché qui sì che ogni sua opera manifesta la stessa identica anima, cioè una pulsazione malinconica sottesa anche alle più scriteriate invenzioni, anche alle più epiche adunate delle sue moltitudini convocate con maniacale ossessione negli spazi di un chiostro o di un mausoleo o di una chiesa, anche alle più compatte esibizioni di conglomerati. Perché forse Corrado ha voluto incessantemente comunicarci l’esperienza del misterioso passaggio tra l’animato e l’inanimato e tutte le sue insufflate di vita nella materia, le sue rianimazioni alla luce (tramite battesimo) dell’opaco, del grezzo, dell’informe sono altrettanti richiami al moto contrario, quello che dalla vita va alla non-vita, al “polvere ritornerai”. Ma siccome questo, per Corrado, è più un movimento di andirivieni che un movimento verso un destino fatale, ecco che la sua malinconia ci tocca con una gentilezza in cui sentiamo distintamente risuonare anche la nota ilare.

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Corrado con la compagna Cristina Carlotto e la figlia Ludovica.