Davide Martirani, Come si sta al mondo

Capita, a volte, che escano a breve distanza di tempo libri dai titoli simili. Il caso più vistoso, e più semplice da spiegare, è la ricorrenza della parola «uomo» nell’immediato dopoguerra, fra il 1945 e il ’47: da Uomini e no di Vittorini a Se questo è un uomo di Primo Levi a La specie umana di Robert Antelme – con l’importante precedente rappresentato da La condizione umana di Malraux, uscito nel 1933 (di cui Bompiani ha appena pubblicato una nuova e benemerita traduzione, firmata da Stefania Ricciardi). Ora, negli ultimi mesi del 2018 sono apparsi in Italia due romanzi i cui titoli ruotano intorno alla stessa idea: Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi) – ne ha parlato su queste pagine Gianni Montieri – e Come si sta al mondo di Davide Martirani (Quodlibet, pp. 248, € 18). Le differenze fra i due romanzi sono numerose.

 

 

Da un lato un autore maturo e affermato, dall’altro un esordiente, se pur non giovanissimo (Martirani è nato a Perugia nel 1982), che si è messo in evidenza come finalista dell’ultimo premio Calvino. Da un lato un editore storico che da sempre punta molto sulla letteratura d’invenzione, e che negli ultimi lustri ha recuperato una posizione di assoluto rilievo nel panorama editoriale italiano; dall’altro una casa più recente e specializzata in saggistica, che centellina le incursioni del dominio della fiction. Da un lato una pura e lineare invenzione romanzesca, dall’altro un libro che intrattiene con la dimensione autobiografica rapporti complessi e intricati, che per certi versi sembra mettere in liquidazione la categoria di autofiction, e che gioca a rimpiattino con altri romanzi dello stesso autore (il personaggio che prende la parola all’inizio, un carcerato innocente, replica le condizioni del protagonista di Cinacittà). Non di meno, la convergenza dei due titoli mi pare significativa. L’evocazione di una difficoltà generale di campare in mezzo agli altri, di trovare una propria misura, di impaesarsi (per dir così) entro un consorzio umano avvertito come infido, ostile, e generoso solo di trappole, coglie qualcosa della realtà presente: o meglio, di un disagio nella percezione del presente che non deriva da idiosincrasie personali, ma contraddistingue una faccia o uno spicchio dell’attuale Zeitgeist. Nel problema di «come stare al mondo» le esigenze economiche esistono, ma non sono prioritarie; il punto cruciale è trovare un ruolo in cui riconoscersi. Chi non ci riesce è un marginale, un disadattato; e finisce per diventare (o per essere creduto) un delinquente, come appunto il Caravaggio usato come specchio dal narratore di Pincio, o come Maria, la protagonista del libro di Martirani, che si trova ad essere responsabile di un furto in una sacrestia. 

 

Maria è una ragazza dell’Est europeo che vive in una non precisata città dell’Italia centrale. Dopo una faticosa esperienza di lavoro in fabbrica, la madre le ha trovato una posizione come badante di una certa signora De Siervo, anziana e debilitata sia sul piano fisico sia su quello mentale. Adattarsi a una vita solitaria e appartata non è difficile: da sempre Maria ha nei confronti dell’esistenza un atteggiamento difensivo e rinunciatario. Ma una segreta, profonda inquietudine l’agita, la tiene sulla corda. Da un certo punto in poi comincia, nei momenti liberi, a frequentare la chiesa, dove la sua attività di volontaria è molto apprezzata. A complicare le cose provvede l’improvviso arrivo di una cugina, Roxana, che si direbbe l’esatto contrario di Maria: tanto l’una è impacciata, timida, malsicura, tanto l’altra è spregiudicata e disinvolta. Presto la cugina si trova ad aver bisogno di soccorso; Maria l’aiuta come può, e mal gliene incoglie. Quando si accorge che Roxana ha rubato il denaro destinato a un’opera di beneficenza, Maria, sconvolta, non trova migliore soluzione che fuggire senza meta. Disperata e randagia, esposta ad ogni pericolo, è salvata da un gruppo di prostitute, con le quali si sdebita occupandosi della cucina. Anche la nuova sistemazione si rivela però provvisoria.

 

Quando le ragazze le chiedono di occuparsi del figlio che una di loro ha partorito di nascosto, non regge all’incarico, e fugge di nuovo. 

Non racconterò il finale del romanzo, perché l’idea cardine della trama è comunque un’altra. Questa: Maria parla con il diavolo. Fin da piccola ne ha intuito l’esistenza; e lui ha cominciato a manifestarsi, in maniera imprevedibile e desultoria, ma assolutamente veridica. Non si presenta con una figura visibile, ma discorre, commenta, interloquisce, sarcastico e raziocinante, impietoso e irridente. Quello che accade a Maria è, mi pare, meno importante di questo nucleo generativo. Come ha sottolineato Damiano Latella sull’«Indice» dello scorso dicembre (La natura del demonio) quello che Martirani si pone è, né più né meno, il problema dell’origine del male. Nessuno spazio infatti per l’ipotesi che Maria possa soffrire di visioni: nessuna parentela fra l’intristita ragazza dell’Est precocemente e testardamente arresa alla prospettiva di una vita tarpata e l’anonima istitutrice del Giro di vite di Henry James, che non si sa se veda davvero i fantasmi o soffra di allucinazioni. Qui il diavolo c’è davvero. Da dove viene? E che cosa rappresenta?

 

Proverò ad azzardare una risposta, che non so quanto corrisponda alle intenzioni dell’autore o alle interpretazioni dei lettori. Ma la cosa più importante da dire è che vale la pena di cercarne una. Come si sta al mondo è infatti un libro ben strutturato, solido, sorretto da una scrittura attenta e senza sbavature: quello che insomma si suole definire un esordio promettente. Lo stesso fatto che non venga spiattellata una giustificazione univoca del motivo per cui il diavolo comunica proprio con Maria rientra fra i meriti dell’autore; e sul piano tecnico andrà rilevato che l’intera narrazione – qui certo memore dell’antica lezione di Henry James – si attiene in maniera rigorosa al punto di vista del personaggio. Ebbene, io credo sia lecito ravvisare un nesso fra le epifanie diaboliche di cui la protagonista è angosciata destinataria e la sua intima chiusura, il ripiegamento su di sé, l’incapacità di gioia (difficile dire quanto inculcata dalla madre e quanto congenita): l’idea della vita «come restituzione di un debito contratto chissà quando, e che mai potrà saldare». Insomma: dove proliferano infondati sensi di colpa, dove ci si rifiuta all’amore per principio, dove si sceglie l’isolamento come strategia esistenziale, lì il diavolo prospera. O, quanto meno, si diverte alle nostre spalle. 

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