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Desiderio

Desiderio: la materia più oscura dell’umano, sfuggente, non catalogabile, colorato di mille mutevoli tonalità. Il desiderio sembrerebbe essere il nucleo più segreto, insondabile, ingovernabile della natura umana. Perché allora pensare al “desiderio” come parola, e dunque esperienza, per aprire un varco ai nostri pensieri sul futuro? Potrà mai una dimensione magmatica come quella del desiderio diventare una delle pietre su cui poggiare per costruire futuro? Forse sì, proprio perché la sua irregolarità e prepotenza è l’essenza stessa del vivente. Ma allora occorrerà provare a capire che cosa possiamo intendere con “desiderio”, fatto salvo che, come tutte le parole fortemente simboliche, anche “desiderio” ha una lunga storia, che non potremo ripercorrere esaurientemente, e tenuto conto che, oggi, quello che è il carattere più intimo del desiderio, e cioè la sua libertà, è fortemente messo in questione dalla qualità invasiva e totalizzante del nostro sistema sociale, che tende non solo a orientare i desideri in funzione di scopi economici, come già accadeva nel capitalismo “classico”; ma ora anche a farli sorgere, crearne di nuovi, confonderli l’uno con l’altro, renderci schiavi e succubi di processi indotti, oscurando in noi le stesse fonti del desiderio.

 

Se è messa in questione la sussistenza stessa del desiderio, come sarà possibile che esso divenga tratto essenziale per il nostro futuro? C’è una prima cosa da cui ritengo che si debba rifuggire: ed è di essere noi a ingabbiare i nostri pensieri o le nostre emozioni dentro formule univoche, onnicomprensive, capaci di spiegare tutto e di dare ad ogni cosa o infinite vie d’uscita, per cui tutto sarebbe sempre ancora possibile, o di chiuderle dentro invalicabili sbarramenti, per cui nulla avrebbe più senso. Pensare che, anche nel nostro mondo automatizzato, nella nostra società “automatica” non ci possano essere squarci di opportunità, di aperture – questo sì è totalizzante, e questo sì alimenta una tentazione inerziale, e chiude futuro.

 

Occorre allora, per prima cosa, forzatamente, ritornare sull’etimologia di questa parola almeno in alcune delle lingue occidentali, quelle che hanno accolto l’origine latina della parola: appunto, de – sidera, lontano dalle stelle. E dunque, il ritrovarsi smarriti, senza mappa, senza la guida delle costellazioni celesti che orientano il cammino dei viandanti, sperduti, appunto, in una selva oscura, e ansiosi di rintracciare la diritta via. Ma le etimologie non devono servire, come spesso accade, a dare “l’esatto significato” di una parola ancora viva. Le parole sono, appunto, corpi vivi, in movimento, si trasformano, si arricchiscono, si impoveriscono, deviano, raccolgono gli umori del tempo, nuovi significati. “Desiderio” non è solo quel disorientamento che fa anelare a una mappa ordinata. È anche molto altro. È quella pulsione che ci porta a uscire da noi stessi, verso un altro cielo o verso “il sogno di una cosa” altra rispetto a quella che già conosciamo. È una spinta che ci induce a colmare una lontananza, che ci immette in una dimensione del tempo più vasta di quella quotidiana scandita dal tempo cronometrico. È deviazione dall’ovvio e dal consueto, esplorazione dell’ignoto, creazione di mondi fino a quel momento neppure immaginati. In questo senso è l’intera storia dell’umano che si articola e prende forma dentro l’ampio spettro del desiderio. E in questo senso riguarda il presente e il futuro della vita stessa. 

 

L’immagine forse più vivida per raffigurare il desiderio è quella del vento. Si è invasi da un vento, quando il desiderio ci prende. Un po’ come è dello spirito, che non sai di dove viene e dove va, che soffia dove vuole, e dove vuole ci conduce. Ma, appunto, ben poco sappiamo di quale sarà il nostro destino, quando il desiderio ci afferra. Sappiamo solo che è uno stato dei più mutevoli, quello dell’essere preda del desiderio. Ce lo insegna il corpo, che quando è preso dal desiderio va verso un altro corpo, che ci attrae come il più ignoto e il più lucente degli universi. Ce lo insegna la nostra esperienza quotidiana, letta e studiata da filosofi e psicologi di tutti tempi. A partire da Aristotile, per il quale il desiderio è ciò che smuove le anime verso tutte le direzioni (dalla trasformazione del lavoro alla ricerca del divino), a Baruch Spinoza (il desiderio è l’essenza stessa dell’umano), a Ernst Bloch, per il quale il desiderio è avvinghiato alla irrinunciabile speranza. Tutte le storie narrate dai poeti, dall’epica, dalla letteratura: ci mostrano come l’essere umano sia mosso, nei suoi comportamenti, dal vento del desiderio, che ora soffia come brezza sottile, ora ci sospinge robusto verso terreni sconosciuti, ora ci travolge come un uragano. 

Ma non volendo fare una fenomenologia del desiderio, questa premessa ci conduce invece a porci alcune domande. 

 

La prima. Da dove nasce la nostra storia? Senza volermi improvvisare antropologa o paleontologa, mi sembra che tutti gli studi convergano a dimostrare che noi, homines sapientes, nasciamo da un desiderio di “oltre”. Sì certo, sarà stato anche il bisogno di difesa, di cercare determinati cibi, di costruirsi particolari ripari, ma la spinta così determinata alla posizione eretta, e dunque a un particolare sviluppo della mano, del piede, del cervello, io non riesco a non immaginarla se non come una piccola scintilla di desiderio, scoccata chissà come e chissà perché. Come accade in alcuni passaggi dei processi evolutivi, è qualcosa di contingente (se non vogliamo dire di casuale) a far sì che un percorso devii dal tracciato precostituito e inauguri un’altra storia. Una storia che ha inizio da un bagliore, appunto, da un soffio, da qualcosa che brucia nella mente, che fa distendere una mano, che dà una spinta a un piede, che accende un pensiero … Possono sembrare immagini “poetiche”, ma di fatto è così che iniziano le cose. C’è una intermittenza, una imprevedibilità nel processo evolutivo. È sempre qualcosa di imprevisto che apre un inizio e fa strada a una storia. 

 

La seconda questione è la seguente. Sarebbe fuorviante cercare una definizione “unica” di desiderio. È più proficuo invece vederlo come un campo aperto di contraddizioni, all’interno del quale le variazioni sono pressoché infinite, le oscillazioni costanti, gli intarsi inesauribili. Noi possiamo anche provare a “classificare” i desideri. Ma non ne verremo a capo, tanto sono avviluppati e confusi e mai precisi dentro il cuore degli umani. Del resto, ci sono tante parole per determinare il campo semantico del desiderio: voglia, bramosia, sete, aspirazione, anelito, nostalgia. Ma, come vedremo, il sentire dell’essere che desidera è il più delle volte ingarbugliato, rimescolato, raramente lineare. Questo ci basta per capire in che maniera scompigliata il desiderio è parte imprescindibile dell’umano. I desideri nascono. I desideri muoiono. I desideri si riformulano. Per questo sono dentro la vita, e per questo ci riguarderanno finché vita ci sarà.

 

Sì, certo, “desiderio” è in primo luogo il tentativo di colmare una mancanza (le stelle oscurate). E ad uno stadio molto elementare si confonde con il bisogno. Basta pensare al sentire del bambino. Bisogno di cibo, certo, ma anche desiderio di un calore dolce che entra dentro e nutre e placa. Bisogno di sonno. Ma anche desiderio di un avvolgimento quieto, silenzioso, notturno. E così via. Già quando si passa al linguaggio si vede che il desiderio sovrasta il bisogno. Non ha bisogno di linguaggio il bambino per comunicare che ha fame, sonno, prurito, febbre. È sufficiente il pianto. Ma quando lo si vede teso, proteso nella lallazione, nei primi balbettii, nelle prime articolazioni del linguaggio, è il desiderio che lo muove. Di che cosa? Di relazione, di gioco, di invenzione, di prova di sé, di incontro. Non è solo bisogno. È desiderio. Così come le raffigurazioni rupestri di scene di caccia, di mani che si aprono, di animali, in ogni caso di forme. Non sono linguaggi per comunicare qualcosa; sono linguaggi mossi da un desiderio, che dice: ecco, io sono; ecco, io ho visto; ecco, io vi mostro. C’è indubbiamente un segreto nelle prime pitture rupestri. Ma nel voler “scrivere”, “rappresentare” ciò che è accaduto, si traccia una demarcazione tra bisogno e desiderio. Si scava un solco dentro il silenzio della storia e si scrive il mondo. Anche questo è frutto del desiderio.

 

Poi c’è un terzo passo che vorrei ancora compiere, prima di arrivare a porci il problema di che cosa sia o possa essere il desiderio nel tempo presente e nel futuro che possiamo immaginare.

Il desiderio, che, lo ripeto, si esprime in una gamma vastissima di manifestazioni, oscilla tra due fuochi fondamentali, due apici, due estremi. 

Il primo estremo è una forza centripeta che sostanzialmente risucchia il soggetto – la persona – all’interno di sé. Questo accade quando si desidera con cupidigia, si vuole per sé, si identifica l’oggetto del desiderio come un prolungamento di sé – non occorre essere psicologi per affermare questo – mentre la persona o la cosa desiderata non è che appendice del soggetto stesso. Questo accade quando il tentativo di colmare quel vuoto, quella mancanza diventa una voragine all’interno, e si vorrebbe riempirla con qualcosa che non basta mai, come se la voragine continuamente si aprisse e divorasse ciò di cui la si riempie. Il desiderio si fa assillo. Pensiamo all’ossessione per la ricchezza. La ricchezza, di per sé, non è una cosa da disprezzare. Neppure la Bibbia disprezza moralisticamente la ricchezza. È segno che si è saputo mettere a frutto i propri talenti. Che si può essere larghi e generosi nei confronti degli altri. Ma quando la ricchezza è meta di una brama insaziabile, scordando che il desiderio nasce per andare verso un altro, allora diventa rapina, implica furto, menzogna, sfruttamento, abuso.

 

 

Tanto per stare sulla cronaca, buttiamo un’occhiata al discusso Don’t Look up. Quando la brama di possesso si occulta dietro i volti inetti e avidi dei potenti, ma talvolta anche dietro quelli più apparentemente benevoli, più ingannevolmente “democratici”, quando si realizza alla faccia (e più spesso a costo) dei sacrifici di classi intere di popolazione, dello sfinimento degli umili, a volte fino ad ucciderli – allora quel desiderio sa di morte. Non è un vento ridente di primavera. Ma un vortice che trascina verso il basso. Verso la distruzione, verso la vergogna, anche se nessuno dei vip e dei capi di stato e dei re e dei banchieri che governano questo mondo prova vergogna. Siamo noi che proviamo vergogna per loro. Per quel vento sporco di fango, di miseria morale, di putrefazione. 

 

Oppure, su un piano più individuale, e purtroppo tragicamente e eternamente attuale, quando un uomo uccide la sua donna, o quella che è stata la sua donna, perché non è più “per” lui, non è più la “sua” appendice, non è più il “suo” prolungamento – è ancora un desiderio che conduce i gesti di quell’uomo. Ma un desiderio che, ancora, non vede più l’altro libero, indipendente, autonomo; vede solo l’offesa ricevuta, la ferita, la voragine, appunto, che l’indipendenza dell’altro torna ad aprire. E allora ecco la violenza, le minacce, la morte. E a volte la voragine è tale che inghiotte anche il soggetto stesso. Eppure, anche questo gesto di morte nasce da quello che è stato un desiderio. Un desiderio malato, deviato, corrotto. Centripeto, appunto. Ma pur sempre desiderio. Perché c’è pur stato un momento in cui questa forza si è volta verso un altro, un’altra. C’è pur stato un momento in cui l’altra, o l’altro è apparso come qualcosa che poteva trascinare fuori da sé. Ma lì davvero è mancata, e manca, una educazione dei sentimenti, in primo luogo. E anche una educazione a un desiderio che non umili la libertà dell’altro a vantaggio del proprio arbitrio, che rispetti il desiderio anche dell’altro (intendendo non solo un singolo, ma anche la comunità umana e terrestre), avendo a fondamento una devozione verso l’uguaglianza degli esseri umani e verso l’esistere di ogni cosa.

 

Ma ecco, a fronte di questa punta estrema del desiderio, al limite opposto, vi è invece il desiderio che non si chiude su di sé, ma che si apre, si dilata, va più in là, fin dove è possibile arrivare. È un desiderio di “oltre”, di “alterità”, che ha a sua volta sempre accompagnato la storia della vicenda umana. È il desiderio che muove all’amore per un altro essere umano, senza pretendere che sia una protesi di sé stessi. Certo, questo amore è anche fatica, come sa chi costruisce una famiglia, o chi vive una relazione di coppia. È anche rinuncia, equilibrio, riassestamento ad ogni scossa, accettare che il vento del desiderio si plachi in una brezza sottile, come una piccola brace che può sempre riaccendere un fuoco. Ma è anche il desiderio che vivifica quell’ “amore che non muore”, di cui parla l’apostolo Paolo. Quel desiderio che fa sì che un essere umano si sporga oltre sé stesso, e si chini – che so – ad accogliere un animale ferito, a salvare i profughi in mare, a ricostruire identità smarrite, ad aver cura del vivente che gli è dato di incontrare. Quello stesso desiderio che si muove in campo aperto è quello che sostiene anche il peso e la leggerezza della danza, la cura nel trovare le parole esatte, la dedizione alla musica, la costruzione della poesia, la progettazione di bellezza in una città, la conservazione di un paesaggio, la ricerca di leggi che ci avvicinino sempre di più all’irraggiungibile giustizia, che muove la ricerca scientifica a voler capire come si possa rintracciare ordine nel grande disordine dell’universo.

 

Come il volo di Icaro, in cui bellezza, ardimento, pericolo si fondono insieme, il desiderio trascina verso l’apertura di una frontiera, l’oltrepassamento di un limite, uno spalancamento di orizzonti. È dentro quel vortice che si apre in una spirale ascendente che nasce anche il desiderio che vi sia un dio, che vi sia un garante dell’ordine e del senso dell’universo. È questa pulsione verso un oltre che ha aperto quella che si continua a chiamare la ricerca del “trascendente”.

 

Certo le contraddizioni che accompagnano il movimento del desiderio sono infinite. 

Intanto, se è vero che esiste un desiderio “voragine e chiusura” e un desiderio “apertura e respiro” vuol dire che uno è “cattivo” e l’altro “buono”? Uno che va corretto e l’altro che va esaltato? E allora dove va a finire la libertà del desiderio? Esiste un’etica che lo deve orientare e guidare? Ma ha senso parlare di etica a proposito di quel vento del desiderio così difficilmente orientabile? Certo, una prima risposta è fin troppo facile. Ma chi sarà in grado di decidere davvero? Esistono delle leggi tali da prevenire i guasti del desiderio “cattivo” e da favorire i risultati di quello “buono”? Sì, certo, una prima risposta è fin troppo facile. Quando un desiderio va contro la vita, la libertà, la costruzione di un mondo o di una persona occorre intervenire per salvare chi è vittima di quella pulsione distruttiva: sia essa una donna, un uomo, un ambiente, una comunità. Là dove un desiderio si esprime invece in costruzione di senso, in aggiunta di bellezza, in difesa di un bene individuale o comune si dovrebbe lasciargli tutto lo spazio di cui ha bisogno.

 

Ogni libertà, è evidente, non è illimitata. Ma deve trovare il suo limite nella libertà dell’altro, nel libero esprimersi del desiderio dell’altro. Quali criteri possono dirimere però le questioni? Non ci sarà mai una legge definitiva. Sappiamo che le leggi non bastano. Esistono però dei criteri che si debbono di volta in volta discutere, contrattare, elaborare. Esiste una continua evoluzione dei confini di questa libertà, sostenuta da una responsabilità individuale e collettiva. Sarebbero mille gli esempi sui quali ci potremmo esercitare. 

È contraddittorio anche il fatto che in questo nostro tempo, che qualcuno ha chiamato “l’epoca delle passioni tristi”, da un lato si lamenti la fine di una dimensione autenticamente desiderante (fine, o sfinimento, del desiderio sessuale, del desiderio amoroso, di una pulsione progettuale, della passione politica, di creatività in ambito artistico). E d’altronde, già Leopardi, nel canto “A se stesso”, piangeva il prosciugamento del desiderio, che si accompagnava allo spegnimento della stessa speranza. “Non che la speme, il desiderio è spento …”. Ma d’altro canto invece si denuncia uno sconsiderato proliferare di egoistici e insensati desideri, indotti, appunto, non più soltanto dalla cosiddetta società dei consumi, ma da quella che viene chiamata “società automatica” (Bernard Stiegler), che orienta e determina le nostre scelte a volte senza che neppure ce ne accorgiamo, – dunque in realtà non sono scelte in senso proprio – in una continua produzione e fagocitazione di oggetti, di energie, di tecniche, in un processo che tutti più o meno avvertiamo come una “minaccia di disintegrazione”.

 

E in effetti, prendiamo un singolo evento della nostra giornata, e consideriamo se davvero fino in fondo siamo liberi nelle nostre scelte o fino a che punto i nostri desideri vengono canalizzati, governati, polverizzati, e che lotta bisogna ingaggiare ogni giorno per salvaguardare quel poco di autonomia che riusciamo a sottrarre agli algoritmi predisposti da chissà chi. Dove va a finire il desiderio se trova mille ostacoli nella sua non dico realizzazione, ma nel suo farsi strada dentro di noi? 

E tuttavia, non rischiamo così di avere una visione troppo perfetta, troppo assoluta, troppo totalizzante – in definitiva, idealistica – della società in cui viviamo? Fino a che punto il desiderio stesso è manipolabile dai meccanismi della società contemporanea? Non c’è, piuttosto, uno strappo, un buco nero nel quale il desiderio sfugge alle costrizioni del sociale e si manifesta nella sua libertà e dunque anche nella sua responsabilità? I neuroscienziati ci dicono che il problema che ancora non hanno risolto è come i comportamenti biologici diventano “coscienza”. Non potrebbe il desiderio – così prossimo al nucleo oscuro della coscienza – essere un buon campo di sperimentazione di questa liberà dell’umano? 

 

Sì, forse è vero che siamo davvero dentro una mutazione antropologica – pensiamo alle vertiginose conquiste delle neuroscienze – in cui certamente le fonti del desiderio vengono corrose e corrotte. Ma non sarei così sicura che tutto questo “automatismo” funzioni così alla perfezione da annientare le scomposte reazioni del vivente. Dentro le quali il desiderio – la pulsione verso un “oltre”, un “di più”, un “altrimenti” – possa trovare ancora una strada, una cornice in cui esprimersi. Non è un pensiero “ottimistico” questo o consolatorio, tanto per non lasciarci con l’amaro in bocca. Io credo che sia invece molto realistico. Una specie di fuoriuscita da un pensiero monopolizzante e in definitiva un po’ idolatrico. Qualcuno ha detto: “L’algoritmo annienta tutto il resto”.

 

Mi pare difficile credere a questa compattezza del reale. I movimenti stessi degli universi ci inducono a pensare che tutto è molto più movimentato, imprevedibile, paradossale. Allo stesso modo ci sono spinte, pulsioni, movimenti dell’intelligenza e del cuore del vivente che mostrano certamente una crisi profonda delle coordinate che hanno guidato tutto il Novecento; ma anche nuove modalità di pensiero, nuovi orizzonti da esplorare, nuove “invenzioni” da provare. Non a caso, credo, un teorico della “società automatica” come Bernard Stiegler proprio nella capacità di “creare” intravvede una modalità di “resistenza” all’annientamento dell’umano. Sempre, di nuovo, non abbiamo risposte formulate. Ma strade da intraprendere, fessure attraverso cui spiare il mondo, fessure per accogliere la luce e la sua fatica… Non è detto che tutto questo servirà a salvare il mondo. Il nostro mondo, quello che conosciamo, è a rischio estinzione. Lo sappiamo. Ma non è un buon motivo per non accettare la sfida, per non mettere alla prova il nostro desiderio di desiderare. 

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Opera di Christiane Spangsberg.