Dopo Fassino niente diluvio

Dopo il primo turno delle elezioni amministrative a Torino, il 5 giugno scorso, si era capito che Fassino avrebbe perso. Nel centro-sinistra che sosteneva il sindaco uscente, ovvero PD, Lista Civica (borghesia educata), Moderati (un tempo Comunione e Liberazione, oggi non è ben chiaro) e Progetto Torino (un pezzo “governativo” di Sinistra Ecologia Libertà capeggiato dall’ex assessore al Bilancio e al Patrimonio, Gianguido Passoni, che si è rifiutato di fare opposizione per i prossimi cinque anni con il Fiom Airaudo candidato sindaco) si è scatenato il panico. La campagna elettorale fatta di discorsi concreti, di garbati pro-memoria delle tante buone cose fatte dagli ultimi sindaci di centro-sinistra (Castellani, Chiamparino, Fassino), di lungimiranza sui progetti che sarebbero proseguiti e partiti, ha persuaso poco più del 40% dei torinesi che hanno votato; invece nelle otto circoscrizioni hanno vinto tutti i candidati presidenti del centro-sinistra, anche nei famosi quartieri periferici dove l’immigrazione storica operaia di origine meridionale, che si era guadagnata una decorosa vita con i soldi messi da parte, si è trovata invasa dall’immigrazione africana, maghrebina, islamica, e con i figli trentenni o cinquantenni disoccupati in casa. Il Movimento 5 Stelle, e la sua candidata sindaco Chiara Appendino, vengono da cinque anni di consiglio comunale, e non sono affatto quell’orda dalle “oscure origini” che qualche patetico esponente del centro-sinistra paonazzo e urlante prima del ballottaggio ha tentato goffamente di tirar fuori dal cappello del barcollante cadreghino.

 

Il Movimento 5 Stelle qui è fatto in gran parte di donne e uomini tra i 30 e i 40 anni, in gran parte cittadini senza lavoro che hanno fatto della loro politica per i cittadini un mestiere al momento onesto, nel rispetto delle rigide regole francescane imposte dalla società di Casaleggio figlio che ora li guida e da Beppe Grillo. Questo significa che, a differenza dei politici di professione, che vedono i cittadini soltanto nelle camere semibuie del consiglio comunale, tra una chiamata al voto e un’altra in aula, a chiedere un aiutino per questo o quell’affaruccio, per quella o questa convenzione da rinnovare, i 5 Stelle effettivamente non vengono da pratiche clientelari: sono per lo più persone che non hanno ottenuto alcun beneficio dal potere, dal Partito Democratico, dai suoi per lo più mediocri consiglieri e assessori, e che non hanno mai preso la strada antica, romana, dei clientes.

 

Come dice da anni Massimo Cacciari – inascoltato come ogni filosofo e saggio resta inascoltato – il PD non è più un partito. Quando Piero Fassino batté a tappeto l’Italia con Rutelli per costruirlo e sposare le due anime della Margherita (ex Dc) e dei Ds (ex Pci), profilò un partito aggiornato in senso federale, con un ruolo fondamentale dei sindaci e dei presidenti regionali, per dare più sensori territoriali al vertice nazionale. Da Renzi in poi, invece, c’è solo più un leader carismatico, cui si allineano branchi di deputati e consiglieri regionali e comunali che passano per la filiera del loro capo e non per una discussione politica di partito. Così mi ha detto un vecchio cuoco ex Pci che in questa campagna elettorale si è di nuovo sudato sette camicie e mangiato il fegato per vecchia passione politica. Perdendo.

 

I 5 Stelle non hanno «brama di potere» diversa o spaventevole rispetto a qualsiasi partito che in democrazia voglia il potere; non hanno neanche una struttura capillare territoriale che possa ricordare il vecchio Pci con i suoi circoli. L’ascolto digitale, la “Rete”, porta i suoi dati alla banca dati centrale, e lì si elabora ciò che manca, lo si propone al “cittadino elettore” con una certa dose di marketing; il gruppo è zeppo di spietati troll che su Facebook e Twitter hanno massacrato senza pietà ogni pigolio di impacciati candidati della sinistra; c’è un odio massivo e davvero vendicativo – questo sì – nei confronti del “passato corrotto”, e poiché questo “passato corrotto che ha distrutto l’Italia” oggi si sta ammucchiando intorno a chi oggi ha il potere, ovvero il PD, non c’è cosa intelligente e motivata, e concreta, e mite che abbia potuto dire il povero Piero Fassino che non sia stata sepolta dall’urlo sanculotto del “vergogna PD, stessa faccia del vecchio potere!”.

 

 

Ho fatto un po’ di campagna elettorale, in maggio: volantinaggi nei centri commerciali, nei mercati di piazza, aperitivi, dibattiti… Le mie statistiche davano un intrattabile 60% di cittadini che non volevano più sentire parlare di politica: mi hanno detto in tanti «siete tutti ladri, fate tutti schifo!», e quando dicevo che ero un candidato cittadino e non un politico di professione, mi chiudevano con un «diventerà ladro anche Lei»; mi sono sputtanato, indubbiamente, nell’illusione tipicamente intellettuale del sentirmi “candidato della società civile”. Chi accettava di parlarmi qualche secondo era francamente di destra e non prendeva il santino, o di sinistra o centro e sospirando diceva che era stanco di votare ma che certo avrebbe ancora votato e prendeva il mio programmino, mentre tutti i 30-40enni che schizzavano oltre dicendo «non sono né di destra né di sinistra, sono contro» al mio «5 stelle?» urlavano «sì» da 5 metri.

Né la sinistra né i 5 stelle hanno più sensori territoriali tra la “gggente”: la “gggente” è inferocita dalla crisi economica, e non mostra più alcun interesse o empatia per alcun discorso di natura democratica o politica; c’è chi si sente impoverito perché pensionato con figli disoccupati in casa, c’è chi è disoccupato a 55 anni, c’è chi si gode la splendida riforma ipercapitalistica del lavoro (il “job's act” contro cui tentano di ribellarsi forse invano i più coraggiosi citoyens francesi) non arrivando a 1.000 euro al mese con la partita iva; e chi ha poca compassione (per sé e) per gli altri esseri viventi vomitando odio contro gli immigrati, contro la sporcizia, contro gli zingari…

 

Il 5 giugno questa maggioranza ha già stravinto: il 40% non ha votato.

E nel 60% dei votanti il 41% era per Fassino e il 30% per la Appendino. Il 29% di chi aveva votato l’infinita sequela di candidati sindaco mai sentiti e liste improbabili, al ballottaggio del 19 giugno ha votato quasi massiccio la Appendino: certamente quelli che avevano votato Lega e Forza Italia per godersi la rovina di Fassino e del PD, e i pochissimi che avevano votato per il “veterocomunista” Airaudo forse perché dei 5 Stelle condividono alcuni valori che un tempo erano della sinistra, tipo eguaglianza sotto un unico Capo, cameratismo, scarsi personalismi, modalità collegiali, una certa fraternité.

 

 

Torino era una città discretamente ben governata, con alcune vergognose sacche di privilegio salottiero di notabili ben galleggianti tra PD e fondazioni bancarie, mogli e mariti, mogli di, mariti di, fratelli e sorelle, e molti molti mediocri antipatici grezzi capoccia PD asserviti al renzismo di maniera: i 5 Stelle potrebbero decapitare qualche arrogante, e avrebbero gli applausi di tutti, e dovrebbero impegnarsi davvero molto per rovinare quel che di buono ha fatto la parte buona di centro-sinistra. Chi ha votato per “il cambiamento”, per la faccina fresca della sindaca 5 stelle, di buoni natali e bene educata, è perché ha accomunato Fassino all’universalmente antipatico Renzi, e non ha ascoltato uno solo dei suoi ragionamenti politici: intelligenti, preparati, competenti, con visione storica e futura, e oratoria svelta e interessante. Peccato! la sua triste figura, il suo somigliare al terribile Burns, il feroce capitalista dei Simpsons, lo ha fatto perdere in questa società del risentimento e del capriccio, del dispetto e dell’esasperazione.

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