raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Dopo il collasso dei saperi

Pioveva mentre doveva nevicare.

Quando uscimmo per cogliere agrifoglio

 

i fossi affogavano, eravamo bagnati

fino al ginocchio, le mani tutte graffiate

 

e l’acqua ci scorreva nelle maniche.

Avrebbero dovuto esserci bacche

 

ma i rametti che portammo a casa

luccicavano come cocci di bottiglia.

 

Adesso eccomi qui, in una stanza ornata

con foglie di cera e bacche rosse,

 

e ho quasi scordato che cosa significhi

esser bagnato fradicio o anelare alla neve.

 

Come chi dubita tendo la mano a un libro

e desidero che avvampi attorno a essa

 

un cespuglio di lettere nere, un muro di scudi scintillante,

tagliente come l’agrifoglio e il ghiaccio.

 

Seamus Heaney ha esplorato il nesso tra poesia e vita monastica in modo non scontato. Lontano da cliché e facili metafore, per lui, che era irlandese, la poesia è in questo strano equilibrio tra paganesimo e cultura dello scriptorium, tra selvatichezza dei paesaggi e costruzione meticolosa del sapere. Come in certe miniature fantastiche, il lavoro del poeta è quello di far stare in un unico luogo la ragione delle parole e l’archetipo intuitivo delle immagini. In questi tempi di trapasso culturale, nel nostro Tardo Occidente, la vita monastica, una laica, non trascendente, ripresa più per la pratica del tempo e del corpo che per tutto il resto, mi sembra un paradigma importante su cui riflettere, se vogliamo ragionare di cultura del libro nei guasti della pandemia e del collasso dei saperi. L’assenza del corpo, la frammentazione del tempo, sono in collisione con il mondo dei saloni, delle presentazioni, dell’economia di sussistenza che faceva campare librai, editori ed editoriali. Nonostante le narrazioni di normalità, le cose sono davvero cambiate e adesso più che mai c’è bisogno di una svolta di paradigma. Non si può andare a caccia di lettori in eterno con webinar e format gratuiti o paganti affidati al web. Può funzionare in questo interregno in cui la confusione è alta ed è ancora possibile proporre formule in bilico tra nostalgia e bisogno di fare cassa, ma a novembre o dicembre del 2020 la recessione e l’assuefazione avranno fatto danni irreparabili.

 

 

Bisogna invece riflettere su quale tipo di rifugio puntare per sopravvivere nei prossimi tempi di contrazione. Invece di cercare lettori usando il vecchio fishing editoriale, che già dava segni di crisi, è necessario rovesciare l’immagine in cui pensarsi. Scriptoria, monasteri, oratori non erano luoghi del dentro, del chiuso, del ripiegamento e della fuga dal mondo, erano luoghi propulsori che funzionavano perché dotati di regole e perché sbilanciati su un fuori distruttivo e selvatico, che non veniva escluso ma incorporato. Per noi quel fuori è l’Antropocene. Oggi al lettore, scrivendo, confezionando libri, parlandone, bisogna offrire qualcosa di veramente calato nei tempi, come entrare nel silenzio assorto dello scriptorium e non nel vuoto gracidante di un forum virtuale. Il messaggio al lettore dovrebbe essere diverso: abbiamo idee, abbiamo cibo e protezione gratis, abbiamo una comunità, cercaci e ci troverai. Se il mondo del libro non ha ceduto totalmente al neoliberismo, se il buisiness as usual è inadeguato e forse criminale, allora dobbiamo spostarci mentalmente in una penisola irlandese e riflettere sul libro da un punto di vista decentrato. Gli strumenti per pensare ci sono. Una delle guide più importanti nei miei anni da studente a Bologna è stato Copisti e filologi di Leighton Reynolds e Nigel Wilson. Oggi più che mai mi sembra un testo attuale per due motivi. Il primo è che tracciando una storia culturale dell’oggetto libro permette di affacciarsi sulla relazione ineludibile tra materiali di supporto e trasmissione del sapere. La seconda è che mostra come i modi di archiviazioni della conoscenza cambiano periodicamente e che questi cambiamenti sono imbuti in cui molto si perde e solo qualcosa sopravvive alla selezione nelle epoche successive. È superfluo, credo, sviluppare il collegamento con l’epoca presente. Ma che cosa ci può insegnare oggi la storia materiale del libro?

 

La rete è un tritacarne sincronico. Chi dice le cose prima è contemporaneo di chi le dice dopo. Chi dice le cose dopo ha buone chance di oscurare chi le dice prima. Questo perché la distribuzione grafico-spaziale dell’informazione in rete è bidimensionale: ciò che viene dopo copre ciò che viene prima in base al “principio del rotolo”, che oggi si dice appunto scroll. I rotoli antichi, quando erano molto lunghi, venivano letti srotolando e contemporaneamente riarrotolando la parte già letta. Se insomma volevi tornare indietro e rileggere un passo che si trovava diecimila parole prima praticamente potevi suicidarti, ma questa seccatura analogica ti teneva in contatto con la struttura spazio-temporale del testo. Noi ne facciamo esperienza con il classico libro cartaceo, dove tornare indietro è facile e lo spessore delle pagine spazializza l’idea di tempo: c’è un prima, un durante, un dopo. In rete invece lo scroll dei blog e delle riviste on line è un pozzo in cui si gettano cose e per recuperarle ci affidiamo a tag, cronologie di archiviazione e motori di ricerca. Quindi non solo abbiamo a che fare con un sistema di visualizzazione antiquato e con un’organizzazione del sapere scomoda, ma per ovviare a questa scomodità riduciamo a un click la temporalità con cui il sapere si organizza. Questo condiziona il modo di fruire i testi in rete al punto da generare un condizionamento cognitivo: un sapere totisimultaneo è anche un sapere tautologico, in altre parole, se azzeriamo i paletti percettivi che ci aiutano a organizzare la conoscenza secondo tassonomie, sistemi, gerarchie e genealogie, ci ritroviamo immersi in una macedonia informativa in cui solo le persone molto competenti sanno navigare davvero.

 

 

In genere sono coloro che venendo dall’esperienza degli archivi analogici sanno “scegliere”, “discernere”, “scartare”, “riconoscere”, “comparare” le informazioni. Oggi si vedono invece molti praticanti culturali che scrivendo in rete non hanno la minima idea della distribuzione spazio-temporale delle fonti, con un conseguente, tragico e a volte comico dissolvimento della relazione di distanza/prossimità tra sé e l’informazione. Qual è la prima conseguenza di tutto questo? Che tutto è di tutti, il che non sarebbe male se vivessimo in una comunità di cacciatori-raccoglitori. Vivendo invece in un mondo individualista e neoliberista, dove si fa a gara per dire la cosa più nuova e più cool, siamo invece in un’altra zona, più usuale, quella del narcisismo e del furto delle idee. Per chi corregge tesi di laurea, ad esempio, si chiama copia-incolla.

 

Il secondo esempio riguarda la cosiddetta “rivoluzione carolina”. Carlo Magno, che aveva una cancelleria prodigiosa e che amava letteralmente lasciare il segno della rinascita culturale da lui avviata, stimolò la diffusione di un nuovo stile scrittorio elaborato nel monastero di Corbie. Nello scriptorium benedettino si elaborò una minuscola corsiva molto più chiara ed elegante di tutte le minuscole corsive vernacolari che si trovavano in giro. Era così bella e leggibile che soppiantò ogni altra grafia generando una sorta di moda manoscritta e stimolando un revival degli antichi testi classici, che venivano ricopiati con le nuove lettere e che diventarono più fruibili ovunque. Dietro tutto questo però c’era la testa dei monaci, che erano gli intellettuali del tempo, e che ovviamente avevano idee molto profilate su cosa fosse importante e cosa no. La minuscola carolina favorì una grande fioritura culturale ma contemporaneamente generò un imbuto, perché molti classici ritenuti a quel tempo meno importanti non furono trascritti, vennero dimenticati e in molti casi andarono perduti per sempre. Autori conservati dalla tarda antichità all’alto Medioevo saltarono il passaggio del medium, i papiri e le pergamene si sbriciolarono e interi scaffali di letteratura, filosofia e scienza svanirono. Lo stesso accadde con l’invenzione della stampa. Si è molto parlato e ricamato sulla smaterializzazione delle immagini e sulla prudenza che dovremmo mostrate di tanto in tanto facendo stampare su carta le nostre fotografie digitali. Altrettanto si è detto ritracciando la storia del passaggio dal Super 8 al VHS al DVD, o dal floppy disk al CD al Cloud. Il passaggio di medium è sempre un momento decisivo, in bilico tra trasmissione e oblio. Dobbiamo scegliere, insomma, e scegliendo pensiamo in automatico a ciò che è importante adesso e qui. Ma la storia dei manoscritti medievali dovrebbe ricordarci che interessi e priorità cambiano con le mode, le generazioni e i passaggi d’epoca.

 

 

Torniamo allora allo scriptorium e al destino del libro nella sua doppia articolazione cartacea e digitale. Quello che stiamo rischiando di perdere, oltre alla prospettica diacronica su passato e presente, è appunto il pensiero generazionale, cioè la capacità di proiettarci in un dopo che non esiste ancora ma che certamente, in qualche forma, esisterà. In altre parole farsi domande inattuali e prosociali come “chi saranno i lettori?”, “che cosa vorranno leggere?”, “di che cosa avranno bisogno?”. C’è un rumore nella cronaca, nel nostro aderire a un presente in frantumi, che ci impedisce di considerare domande simili come centrali e salvifiche. Il problema è che anche il libro come oggetto, come idea, come economia, va proiettato sul fondale perturbante dell’Antropocene. La rete è uno strumento meraviglioso, che ci ha emancipato, che ci ha letteralmente salvato durante la quarantena, che permette di inventare nuove forme di socializzazione, ma la rete è anche un imbuto che sta facendo passare come ovvia un’idea di trasmissione del sapere che porta il fruitore a delegare ad altri non solo il cosa ma anche il modello con cui questo cosa si organizza. Qual è invece il modello che servirà veramente tra venti, trenta, cinquant’anni? Che cosa possiamo fare adesso? Spegnere il Game? Invertire la rotta? Inebriarsi del profumo della vecchia carta stampata? Un’utopia del libro, nostalgica, escapista, può servire solo a salvare spiriti singoli o piccoli gruppi di resistenti, ma non è quello di cui tutti avranno bisogno. Quello a cui penso invece è uno scriptorium virtuale dotato di una regola, di un’idea di tempo come lunga durata e di una vocazione generazionale. Questo scriptorium esiste. Esiste adesso, davvero, ma non ci si arriva navigando in rete o leggendo la cronaca. Nessuna inserzione, insomma, nessuna scorciatoia. La mappa per arrivarci è invece nei versi di Seamus Heaney:

 

Quando non hai più niente da dire, guida e basta

per un giorno, tutto attorno alla penisola. 

Il cielo è alto come su una pista di atterraggio,

la terra senza segnali, così non arriverai mai 

 

ma andrai attraverso, sempre sul filo dello strapiombo.

Di sera gli orizzonti si bevono mare e collina
il campo arato ingoia il timpano bianco di calce
e sei di nuovo al buio. Ora ricorda 

 

il litorale laccato e il ceppo in controluce,
lo scoglio dove le onde si rompevano in stracci

gli uccelli sospesi sui loro trampoli
isole al galoppo di sé stesse via nella nebbia, 

 

e guida verso casa, ancora con niente da dire

tranne che adesso puoi decifrare ogni paesaggio

con questo: cose fondate solo sulla loro forma,

acqua e terreno ai margini. 

 

 

[La prima poesia, Holly, è tratta dalla raccolta Station Island del 1984; la seconda, The Peninsula, si trova in Door into the Dark del 1969. La traduzione è mia].

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