Erotismo e distruttività

Otto F. Kernberg

In Erotismo e aggressività, appena uscito da Cortina, Otto F. Kernberg ripropone, rielaborata ed entro un quadro più vasto di conoscenze e riferimenti, la sua teoria sui disturbi di personalità, per decenni importante base di riflessione. 

Il titolo, se si pensa che a erotismo e aggressività sono dedicati solo due di sedici capitoli del libro, potrebbe far pensare a un'astuzia editoriale. A ben vedere, però, esso coglie la centralità effettiva di questi temi nella sfera psichica. E, per altri versi, si può dire che il titolo rappresenti il sintomo dell'indistinta percezione di un problema. 

Ma procediamo con ordine. 

Il libro appare fin troppo scorrevole e robusto, con i suoi strumenti di puntamento diagnostico e con le sue procedure terapeutiche da personalizzare alle esigenze del singolo analizzando o paziente, o, più puntualmente, della coppia paziente-analista (più che di analisi si fa riferimento a una psicoterapia opportunamente modificata per personalità borderline). Troppe cose, in questa prospettiva, sono viste come “curabili”, e dunque come “malate”.

 

La rete percettiva è ampia e a maglie strette e sembra potervi ricadere qualunque cosa si muova con una minima fluidità o anomalia entro l'orizzonte scannerizzato dal dispositivo kernberghiano corroborato e integrato dalla neurobiologia, dalle teorie dell'attaccamento, dalla teoria kleiniana delle relazioni oggettuali, e da altri importanti codici teorici, come quello di Margaret Mahler e di Edith Jacobson, ma soprattutto ispirato alla riappacificazione fra tutte le istanze e a un sopramondo di benessere e successo – ormai mitico nell'immaginario pubblico – che l'analisi si ritiene possa donare. In tale orizzonte, ben lontano dalla prospettiva freudiana che definisce uno scenario psichico dominato dall’idea di differenza e conflitto, adattamento e soddisfazione nella vita sociale, lavorativa, affettiva e sessuale degli individui sono gli indici di riuscita del trattamento.

La teoria di Kernberg sembra inscriversi in una psicoanalisi che manifesta una vera smania di imparentarsi con le scienze (o con la scienza?), non accettando forse l'ambiguità dello statuto freudiano della psicoanalisi come teoria perspicua e ad alto coefficiente esplicativo senza pretese di scientificità; il rischio, a mio avviso, è che si trascurino in questo modo le integrazioni più necessarie e proficue di essa con saperi limitrofi diversi dalle neuroscienze: la sociologia, l'antropologia, la filosofia, e le arti. I quali, come Freud segnalava, vedono lontano.

 

Erotismo e sessualità, e il corrispettivo pulsionale opposto nella dinamica dell'inconscio, sono la chiave di volta della psicoanalisi. E della vita.

Amore e aggressività non sono confinati nella psiche, dove l'odio fonda la capacità di amare e tutte le intersezioni e miscele fra odio e amore sono possibili, con estremi di sofferenza e incongruenza nella patologia borderline in particolare, in cui l'aggressività infiltra pervasivamente eros, o, al rovescio, eros è totalmente inibito. 

Questi affetti, insieme alle questioni inerenti il genere e la sessualità, fanno parte della stessa storia dell'umanità che si sovrappone a quella della psiche, cui ci riconducono le mitologie e le religioni, i libri sacri e il canto dei poeti. Essi si segnalano per la loro indomabilità, per il carattere imperituro della loro energia, per il loro potenziale eversivo rispetto a ogni potere che voglia irreggimentarli d'imperio, e, per quanto riguarda il desiderio, per la fungibilità dei suoi oggetti. L'Eros mira alla riunione estatica, Thanatos al Nirvana, al ritorno all'inorganico.

 

Li ritroviamo nella storia di Agar e del rapporto del femminile con Dio nella Genesi (cruciale negli studi di Fethi Benslama sul processo di decostruzione dei passaggi che conducono, da un’archè primordiale, dai discorsi teologici e delle diverse mitologie, all’emergere del discorso metapsicologico); nel dramma di Pentesilea di Heinrich Von Kleist, la quale si innamora come non avrebbe dovuto di un uomo (Achille) finendo poi per divorarlo; nella tragedia di Romeo e Giulietta, di Otello, di Medea soggiogata e resa folle d'amore da una freccia di Eros, in una possessione da cui uscirà solo quando il dolore le farà scoprire il reale osceno del tradimento di Giasone e la spingerà all'odio e alla distruttività più selvaggi e ciechi. La sessualità e l'erotismo, l'aggressività, sono cruciali e anche problematici perché implicano, simbolicamente e concretamente, l’altro e l'Altro, la relazione concreta con qualcuno cui ci spinge la relazione con la mancanza, e il rapporto con un sistema simbolico che governa e può schiacciare.

La sessualità, come in questo libro di Kernberg non viene detto perché è trattata come un comportamento più o meno accettabile e sano sullo sfondo di regole sociali e morali, lungi dall'essere quell'insieme di pratiche pruriginose cui subito corre il pensiero comune, è invece una torsione dell'essere. È questo uno dei nodi messo in luce da Alenka Zupančič nel suo libro Che cosa è il sesso? (Ponte alle grazie 2018): la sessualità non è riducibile a pratiche e atteggiamenti determinati, è espressione di un processo ontologico “coestensivo” alla costituzione del soggetto e dell’inconscio, ed è costitutivamente problematica in questa dimensione ontologica. «La relazione tra inconscio e sessualità – scrive la Zupančič - non è quella tra un contenuto e il suo contenitore: la sessualità riguarda lo stesso esser-ci dell’inconscio, nella sua incertezza ontologica». 

 

 

Manca un sapere, una legge della sessualità, a differenza degli istinti che invece la possiedono. La sessualità non ammicca a organi che si nascondono, non copre qualcosa che c’è ma vela qualcosa che manca: nasconde la mancanza di senso e di spiegazione della vita.  

La sessualità in questa visione è destinata all’insoddisfazione: non approderà mai a idilliaci appagamenti libidici, e più che al piacere, segnando una differenza dalla vita naturale e animale, appare legata a una radicale messa in discussione di ogni rappresentazione convenzionale dell’umano. La pulsione inoltre è parziale, frammentaria, e non esiste una teleologia delle pulsioni, non c'è un carattere genitale maturo come obiettivo evolutivo del soggetto, con buona pace delle fasi dello sviluppo libidico descritte in psicoanalisi. 

La differenza fra questa visione filosofico-psicoanalitica, a mio parere alquanto rigorosa e convincente, e la prospettiva di Kernberg, è radicale. Troviamo infatti in Eros e aggressività a pagina 259, nel paragrafo "Libertà sessuale", alcune frasi che mi paiono compendiare un taglio in cui, per quanto "libero" voglia mostrarsi l'approccio teorico, la sessualità sembra un oggetto per il soggetto, un bene esposto nelle sue varietà più o meno acerbe, verso cui il soggetto può dirigersi per conoscere e possedere, così che i suoi aspetti frammentari e parziali siano finalmente  ricondotti a una buona e tranquillizzante forma dell'eros che si pretende che vi sia: «Ci aspettiamo che un paziente non sia soltanto capace di provare eccitazione sessuale e raggiungere l'orgasmo nei suoi rapporti abituali, ma che sappia anche godere della libertà di sperimentare aspetti della sessualità infantile polimorfa, nonché attività e fantasie di tipo voyeuristico, esibizionistico, masochistico, sadico, feticista, etero e omosessuale. Quanto meno fintanto che questo tipo di desideri e di relativi comportamenti possono esprimersi nel contesto di relazioni sessuali libere, intense, passionali e giocose, che consentono di tollerare tutti questi aspetti delle esperienze sessuali grazie al principio organizzatore della sessualità genitale». 

 

La sessualità inoltre può interessare partner virtuali o smaterializzati e desoggettivati, che sono il corrispettivo di individui a definizione identitaria più lassa di un tempo  e con sessualità fluida rispetto alle descrizioni dei manuali. Essa non è “l’ultimo orizzonte dell’umano”, bensì un operatore dell’inumano, del senza senso, delle forze della materia che ci attraversano e condizionano, e appartiene al registro del Reale, di ciò che sfugge alla presa simbolica. Non concorre a produrre identità, sostiene Zupančič, ma a costruire il soggetto, comporta in ciò uno sradicamento, un disorientamento, e “ci spinge a occuparci di attività tipiche della società umana come la politica, l’arte, la scienza, l’amore, la religione”. La sessualità, per quello che in essa è mancanza, e ne costituisce il nucleo, è una spinta potente per cultura e civiltà.

La sessualità andrebbe allora vista, come nel libro di Kernberg non mi pare che accada, nella sua autonoma dignità, e integrando la prospettiva psicoanalitica con quella estetica in una dimensione certo interpretabile e strutturata da codici culturali, ma libera da pregiudizi e da norme costrittive.  

Il motto di spirito dimostra che il linguaggio non ha un senso incontrovertibile e che non si possa troncare, che non si possa sovvertire riducendo la parola al suo puro aspetto fonico, nota acutamente il filosofo Mario Perniola, ai cui scritti innovatori mi riferirò in filigrana come interpretazioni del nostro tempo. Allo stesso modo anche la sessualità e l'erotismo, crocevia essi pure di motivi inconsci contrapposti, non hanno una forma propria o un senso immutabile o unico, né possono essere piegati dal potere in una forma e in un senso predeterminato e conforme ai suoi interessi. In questo senso recuperiamo l'affermazione provocatoria di Lacan "non c'è rapporto sessuale" e ne cogliamo la portata eversiva rispetto a un sistema oppressivo.

 

Kernberg mi sembra fare riferimento a un soggetto che, per quanto disturbato, appare nella teoria comunque rapportabile a un modo di essere e di cercare oggetti secondo un sentire e un volere che si inscrivono in modalità note e ritenute stabili. Questo soggetto individuale non sembra essere approdato nella modernità, nel dissolvimento cioè di unità e identità nucleare dei soggetti che si riflette in una trasformazione della sensibilità comune. L'autore non sembra rilevare che l'immagine di sé, del corpo proprio e altrui, si è pian piano alterata e disgregata, o si è ondulata come gli orologi di Dalì, per effetto sempre maggiore nel nostro tempo, come ci ha mostrato Walter Benjamin, delle interconnessioni e sinergie fra morte, merce e sesso entro la categoria dell'esteriorità, e con la mediazione della velocità, delle sovrapponibilità ed equivalenze di oggetti in apparenza diversi; dei feticci che colmano mancanze; della moda che da potente afrodisiaco rapisce in una dimensione libidica ed erotica inaudita in cui confonde corpi e abiti; dei Passages di Parigi che dissolvono la differenza fra interno ed esterno, fra vicino e lontano; della fotografia e del cinema che modificano la percezione e il sentire; della poesia barocca che esalta la caducità e reitera il paragone fra la bellezza della donna e materiali inorganici come le gemme e l'alabastro, che l'accostano al cadavere.

 

L'accettazione del non senso e degli aspetti assurdi della vita sono sempre più diffusi ed esperiti senza scandalo e sofferenza. Non sono frutto di una psicopatologia ma di una mutazione culturale dei modi odierni di relazione e comunicazione, di incontro col reale secondo modalità prima inedite. Modi che comprendono desoggettivazione e conseguente deoggettivazione rispetto al cliché classico che vedeva i rapporti ruotare da un lato intorno a un nucleo egoico – o al sé nella visione di Kohut – e dall’altro intorno a oggetti nucleari, totali e ben delimitati, di investimento o disinvestimento, libidico o aggressivo. 

La rappresentazione della realtà per immagini virtuali ci allena al contatto con l'evento traumatico ed effimero del reale. 

Nel campo letterario e artistico valorizziamo, con Barthes, non più l'opera ma il testo, che avanza con la sua trama in ogni direzione inglobando tutto quel che incontra, chiamando a partecipare i fruitori all'attività creativa, ma restando da essi indipendente, corpo di godimento esso stesso, feticcio che anima l'inorganico.

Queste rimodulazioni dell'estetica ricordano l'esilarante Cantatrice calva di Eugène Ionesco, commedia in cui nel salotto degli Smith oltre ai signori Martin sfilano da implacabili protagonisti dei futili discorsi l'incomunicabilità, il non senso, il paradosso e l'enigma insito nella vita e nelle cose, l'appiattimento delle personalità sulle convenzioni sociali, l'illogicità e l'incoerenza, la coltre di compromessi e occultamenti del reale con scempiaggini, vuote convenzioni e ottusità, in una realtà che scivola nell'irrealtà, in cui le cose sia annodano per contiguità senza alcun senso, in un mondo in cui serpeggia l'ostilità o l'indifferenza e l'amore si nasconde.

 

La visione monodimensionale di Kernberg si pone in continuità con la decisione di Freud di ripiegare dalla sua intuizione originaria del desiderio come produzione, riposizionando il desiderio, come osservano Deleuze e Guattari, dal piano della produzione a quello del teatro, della rappresentazione (con il lapsus il sogno, il fantasma, e l'Edipo come primo attore).  Kernberg lega il soggetto e la libido alla società e alla sua etica, entro una conciliazione normativa ed estetica, con esito armonico delle diverse forze in gioco. Viene  cercato un  senso anche per tutto il non senso incorreggibile, incarnato nella cantatrice calva, e nella clinica della coazione a ripetere e dei disturbi borderline. Un non senso che portò Freud a formulare il concetto di distruttività, di pulsione di morte.

 

Non so se mai potrebbero trovare un posto nella teoria di Kernberg le nuove forme di erotismo che nella sua estetica Mario Perniola definisce il sex appeal dell'inorganico, e corrispondono al "venir meno dell'identità", nell'invito barocco a farsi nessuno, nel distanziarsi dal naturale, ma anche al desolato orizzonte in cui si mescolano la dimensione umana e quella "cosale", in cui troviamo l'inorganico non solo come minerale, ma anche come "il cadaverico, il mummificato, il tecnologico, il chimico, il mercificato, il feticcio", qualcosa che perde unità, si smaterializza e si frantuma all'ombra del paradigma del denaro, fino ad arrivare al cyborg, inquietante creatura della fantascienza che ricorda l'uomo ma è un automa con antenne al posto delle orecchie e telecamere al posto degli occhi.

Il mastodontico transatlantico psicoanalitico internazionale, oltre a Kernberg, sembra manovrare con macchinosa lentezza intorno a questi temi. Appare più veloce la sincronizzazione di filosofia e antropologia, e l'intuizione politica della gente comune.

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