Etgar Keret, Sette anni di felicità

Tra i resti del passato che gorgogliano senza posa notte e giorno in quel sito archeologico permanente che è YouTube può capitare di incappare in una vecchia intervista a Primo Levi. Credo si tratti di una conversazione registrata nei locali della Siva, la Società Industriale Vernici e Affini di Settimo Torinese per la quale lo scrittore lavorò come chimico fino al 1977. In quell’intervista Levi indossa il camice bianco d’ordinanza, con sotto la cravatta, e se ne sta appoggiato a un armadietto metallico in laboratorio. Vestito da chimico, parla dell’esperienza del lager e del sedimento di parole rimaste sul fondo della storia del Novecento: Se questo è un uomo. C’è un momento, nel corso dell’intervista, in cui Levi, guardando in terra, dice, nel suo indimenticabile fraseggiare elegantemente monocorde: “Mi accade di trovare il bisogno di andare a cercare qualcun altro, per rinfrescare queste cose, per verificarle”.

 

 

Viene in mente questa vecchia intervista a Levi leggendo l’ultimo libro di Etgar Keret, Sette anni di felicità (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani). E non tanto per il fatto che Keret è uno scrittore israeliano “i cui allarmi giornalieri di Google – scrive il narratore – sono confinati all’esiguo territorio tra ‘lo sviluppo nucleare iraniano’ e il genocidio ebraico’” ma per qualcosa di molto più profondo e intrinseco al raccontare: l’idea stessa di andare a cercare qualcuno per condividere una storia o la Storia. “Ho scritto il mio primo racconto […] in una delle basi militari meglio difese di Israele – scrive Keret. Ritto al centro di quella stanza gelida, fissai quella pagina a lungo. Non sapevo spiegarmi perché l’avevo scritta e a quale scopo. Il fatto che avessi digitato tutte quelle frasi fatte era eccitante, ma anche molto allarmante. Era come se dovessi trovare subito qualcuno che leggesse il mio racconto, qualcuno che […] potesse calmarmi e dirmi che scriverlo era stato giusto e non un altro passo sulla strada della pazzia”. Il giovane Keret cerca disperatamente un lettore: prova con il sergente che deve dargli il cambio ma viene liquidato. Poi si rivolge al fratello. Si dirige a casa sua, lo tira giù dal letto, lo costringe a scendere in strada ad accontentarlo. Qui gli impone la lettura del racconto.

 

Andare a cercare un fratello perché custodisca un pezzo di mondo. O meglio: andare a cercare qualcuno e farlo diventare fratello al momento della lettura. Primo Levi, di ritorno dal Lager, cerca qualcuno che divida con lui il mondo e si faccia garante della sua stessa esistenza. Il lettore, l’ascoltatore, riceve il mondo in forma di parole e, nel momento in cui le accoglie, se ne assume anche la responsabilità. Lì finisce la strada della pazzia di cui scrive Keret. Lì finisce il pensiero che il mondo sia una distorsione solipsitica che dal mondo separa, che mette chi l’ha pensato in un angolo fuori da un qualsiasi consesso sociale. Scrivere è prendere quella stessa distorsione (quella verità alternativa) e consegnarla a qualcuno: farlo fratello nella complicità. Se ogni romanzo è un attentato al mondo e al suo racconto ufficiale, trovare qualcuno con cui condividerlo è formulare un’ipotesi: il mondo potrebbe essere diverso da come ve l’hanno sempre raccontato. La letteratura sta tutta qui: confeziona ordigni che ticchettano dentro il sonno del mondo ufficiale.

 

Etgar Keret è un grande scrittore, uno dei più interessanti oggi in circolazione. Confeziona ordigni di poche pagine che per semplificazione potremmo chiamare racconti, e poi li dispone in ordigni più grandi a cui mette un titolo in copertina, e che diventano così matrioske esplosive. Il suo passo, la sua cifra stilistica – fin dall’inizio degli anni Duemila, quando e/o cominciò a pubblicarlo – è quello del genio, del paradosso, di un comico che mette al tappeto il mondo senza dimostrazioni di forza, mostrandogli piuttosto l’asino che vola. Il titolo dell’edizione italiana del suo ultimo libro, Sette anni di felicità, è per certi versi un travisamento del mondo di Keret. Il titolo originale è meno ideologico, molto meno american style del suo cugino feltrinelliano. The seven good years, ovvero i sette anni buoni, col bilancio in attivo ma senza stappare lo champagne. Perché dentro questo libro c’è semplicemente il mondo, sette anni di mondo, che sono un trancio di un’esistenza e al tempo stesso la vita intera: dalla nascita del figlio Lev alla morte del padre, passando per gli attacchi terroristici, il recupero delle radici di una famiglia di ebrei polacchi, i festival letterari, lo spettro dell’Olocausto, la vita sempre in bilico nel Medio Oriente. Il suo passo però è quello di chi cammina ridendo tra le bombe della Storia, parlando d’altro per scelta, con una strategia distrattiva e con venature di irresistibile cinismo: “Quando sono iniziati i combattimenti a Gaza, il mese scorso, ho scoperto di avere un mucchio di tempo libero. L’università di Beersheba dove insegno era alla portata dei missili lancia da Hamas, e hanno dovuto chiuderla”. Poco più avanti: “Kobi disse che non abitava da quelle parti. Era venuto a dare un’occhiata. Ora che Beersheba è nel raggio d’azione dei razzi, il mercato immobiliare offre parecchie possibilità. I valori fondiari crolleranno; lo stato rilascerà altre licenze edilizie. In breve, l’imprenditore che gioca bene le sue carte può trovare delle grandi occasioni”.

 

Etgar Keret crea ordigni e cerca un fratello per passarglieli: non perché salti in aria ma perché senta che il mondo così come l’ha conosciuto è in gestazione, la Storia succede e si modifica ogni giorno e scalcia dentro il ventre teso del Presente. È minaccia all’equilibrio e garanzia di metamorfosi al tempo stesso.

 

Il mondo da cui Keret arriva è il Medio Oriente ed è in quel mondo, con le sue regole, nella sua fisiologia che ha imparato a raccontare. “In questo paese capiamo solo il linguaggio della violenza – scriveva in All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli 2012, traduzione di Alessandra Shormroni) – e non importa che si parli di politica, di economia o di un parcheggio. Le cose le capiamo solo con la forza”. Il narratore commentava così l’irruzione di uno svedese armato che puntandogli la pistola pretendeva da lui che gli raccontasse una storia. “È appena arrivato dalla Svezia e in Svezia è tutto diverso. Lì, se vuoi qualcosa, lo chiedi educatamente e la maggior parte delle volte lo ottieni. Ma non in questo soffocante, torrido Medio Oriente”. Lo svedese non vuole soltanto che l’uomo gli racconti una storia: vuole che risponda alla sue aspettativa, che gliela racconti à la mediorientale. È qui che sta tutto il genio, e per certi versi la rivoluzione letteraria di Keret: nel deludere l’aspettativa, che è la più funzionale, sclerotizzata e violenta delle versioni ufficiali del mondo.

 

Keret non rifiuta l’eredità che gli grava sulle spalle: l’eredità del suo popolo e della sua storia, che è in parte anche l’eredità di Primo Levi e delle sue parole sedimentate sul fondo del Novecento. Non rifiuta soprattutto l’eredità di suo padre, di cui in Sette anni di felicità racconta la malattia e poi la scomparsa: guarito da un cancro alla base della lingua non sopravvive poi alla recidiva. L’eredità di uno scrittore israeliano di 48 anni sono un Passato e un Presente, consegnati da padri senza più lingua per parlare, a cui quello stesso Passato e quello stesso Presente hanno ammalato – sembra dire Keret – la lingua. Passato e Presente hanno ammalato il raccontare. Il genio di Keret sta nel non rimandare al mittente quel mondo, ma al tempo stesso nel non rispondere all’aspettativa di uno svedese qualsiasi che vorrebbe un racconto à la israeliana. Lo fa con una capriola dello stile, che è un colpo di genio e uno sberleffo: “Per uno scrittore “i cui allarmi giornalieri di Google sono confinati all’esiguo territorio tra ‘lo sviluppo nucleare iraniano’ e il genocidio ebraico’ non c’è nulla di più godibile di qualche ora tranquilla passata a discutere di poppatoi sterilizzati con sapone organico e delle chiazze rosse sul culetto di un bebè”.

 

Una versione ridotta di questo pezzo è stata pubblicata su la Repubblica.

Etgar Keret, Sette anni di felicità

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