Finitudine, di Telmo Pievani

Se tutto va bene ci restano circa un miliardo di anni di vita relativamente tranquilla, poi la Terra comincerà a risentire pesantemente degli effetti dell'espansione solare. Sempre che, ovviamente, prima non ci cada il cielo sulla testa sotto forma di asteroide gigante o che, per volontà o per incidente, non scegliamo una fine nucleare. 

 

Un miliardo di anni tutto sommato sono un tempo lungo e li possiamo considerare un'ipotesi ottimista. Eppure potrebbe non esserlo abbastanza per farci venire voglia di alzarci dal letto domattina. Perché? Una ragazza decisa a studiare teologia all'università cercava si spiegarlo a sua madre, sofisticata e colta femminista, progressista, convintamente atea, del tutto attonita e incredula rispetto a una simile stranezza. Voleva trovare, le diceva, un senso alla vita che la morte non potesse rapire. All'obiezione che il senso stava nel contribuire al progresso della civiltà umana, al di là della morte del singolo, la giovane rispondeva che per lei non era sufficiente, che sapere che tutto sarebbe finito le toglieva la gioia di vivere; l'idea della scomparsa dell'umanità rendeva la sua stessa vita insensata.

 

I giovani sono un po' drastici, ma per molte persone la consapevolezza della finitudine, della limitatezza che caratterizza ogni cosa, può essere angosciante, persino insopportabile. Questa angoscia, spiega Telmo Pievani nel suo ultimo libro intitolato appunto Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà (Raffaello Cortina Editore), è conseguenza dell'adattamento all'evoluzione della mente umana per cui naturalmente interpretiamo “la realtà in termini di progetti, finalità, teleologie, intenzioni”. Illusioni consolatorie che per millenni ci hanno accompagnati, idee animistiche o loro surrogati, spiega Pievani, “davano un senso direzionato al cosmo, alla storia umana e alle traiettorie individuali al suo interno”. Oggi la scienza ha spazzato via tutto questo e siamo costretti a cercare penosamente “un senso purchessia in un universo di raggelante solitudine”.

 

Se la realtà è solo materialista, ma non vogliamo abbandonare la speranza dell'immortalità non ci resta che chiudere le orecchie alla voce della ragione e perseverare nell'illusione metafisica oppure abbandonarci al nichilismo. O forse c'è, razionalmente, la possibilità di un'eternità esclusivamente legata alla materia? 

 

Nel suo ultimo saggio, scritto in forma quasi di romanzo filosofico, Telmo Pievani con la consueta lucidità, competenza e ironia, esplora questa possibilità. E alla fine, come vedremo, la escluderà a favore di un'altra idea che non abbisogna di eternità ma piuttosto di coraggio, di dignità e della statura morale di chi, accettando la propria finitudine e la solitudine estrema in un Cosmo indifferente, trova il senso della vita nella solidarietà verso gli altri, nel perseguimento del bene di per se stesso e nella difesa della vita. Una visione in cui riecheggia l'esistenzialismo etico che informa Il mito di Sisifo di Albert Camus.

 

In Finitudine l'autore ricorre a una finzione letteraria ben riuscita. Siamo nell'ospedale di Fontainebleau, nel gennaio del 1960, dove è ricoverato Albert Camus, Nobel per la Letteratura nel 1957, a causa delle gravi ferite riportate in un incidente stradale (nella realtà Camus morì in quell'incidente insieme al suo editore Gallimard). Lo va a visitare regolarmente l'amico biologo Jacques Monod, che vincerà il Nobel per la medicina nel 1965, convinto sostenitore che il caso sia il principio informatore dell'origine e dell'evoluzione, autore di un libro che ha fatto scuola, Il caso e la necessità (1970). Ad ogni visita Monod porta all'amico le bozze di un libro che stanno scrivendo insieme e i capitoli si alternano alle conversazioni tra i due.

 

Il punto di partenza è dato dal futuro certo e catastrofico non solo della Terra, ma dell'intero Sistema Solare, quando l'espansione del Sole finirà per arrostire tutto prima di farlo esplodere. Ci troviamo già a metà strada di questo processo, il che ci lascerebbe ancora circa 4 miliardi di anni (niente male!), ma purtroppo fra un miliardo di anni suppergiù la Terra comincerà a soffrire per gli effetti dell'espansione solare diventando probabilmente, col tempo, simile al pianeta Venere. Non proprio un giardino, insomma. La nostra specie, comunque, potrebbe estinguersi molto prima. Se sia o meno una buona notizia, dipende dai punti di vita e dai gusti personali. 

 

Altra fonte di sconforto viene dal sapere che non esiste alcuna evidenza che l'Universo abbia, né abbia mai avuto interesse alla nostra comparsa – nonostante senza dubbio sia una ambiente straordinariamente sintonizzato per permettere la nostra esistenza – così, per Pievani, grazie alla scienza siamo “ben consapevoli della nostra cosmica irrilevanza”. Ci siamo perché “il nostro numero è uscito alla roulette cosmica”. Però, anziché rallegrarci della nostra fortuna, ci sentiamo annichiliti e affranti, perché adesso che siamo nati vorremmo anche essere eterni. Invece, come tutto, come tutti, siamo destinati a scomparire.

 

 

E questo è una tragedia dal momento che, a differenza di tutti gli altri, ne siamo pienamente consapevoli. La nostra situazione è triste e paradossale, e può togliere senso al fatto stesso di esistere, o di essere esistiti, persino come un effimero miracolo. Eppure, spiega Pievani, non dobbiamo cedere al pessimismo cosmico, al contrario è necessario, ed è una cosa buona, rifiutare con forza la sorte cui ci destina la natura e ribellarsi a lei anche se ne siamo parte. E possiamo farlo, ribadisce, senza ricadere nell'illusione del trascendente e senza cedere al nichilismo che, svilendo ogni valore, può farci vivere qui sulla Terra un inferno inesistente altrove.

 

Abbiamo pensato a diversi modi per garantire alla nostra specie un'immortalità senza aldilà; Telmo Pievani li passa in rassegna spiegando di ognuno perché non può avere successo. Il primo tentativo prevede il trasferimento su altri pianeti, magari oggi inabitabili per noi che però, una volta terraformati, cioè creandovi artificialmente un'ecologia terrestre, potrebbero ospitarci. Anche se riuscissimo, il gioco non vale la candela perché tutto il Sistema Solare è destinato a finire; procrastineremmo soltanto la fine senza vincere la finitudine. Come secondo tentativo si potrebbe ricorrere all'ibernazione, però con questo sistema in realtà “non si allunga la vita, ma si congela la morte. A caro prezzo, si conserva nel gelo chi è già morto”. Terzo tentativo: aggirare la biologia e clonare il cervello in circuiti digitali, ma c'è il problema di trasferire le esperienze vissute e di bypassare la questione della coscienza (che Pievani sembra liquidare un po' sbrigativamente come credenza quasi magica di certi cristiani); ad ogni modo il risultato sarebbero dei cloni che non sono noi, dunque sopravvivrebbero loro, non noi. Ultima speranza potrebbe essere la creazione di copie genetiche di noi stessi, ma questa via si rivela rischiosissima perché riducendo la variabilità genetica comporterebbe conseguenze catastrofiche per la specie. Insomma, l'immortalità attraverso la tecnica, non funziona.

 

C'è un altro modo per sfidare la finitudine, noto da sempre, che però implica una forma di fede, una variante laica della trascendenza divina: il progresso della civiltà. Questa si basa sul fatto che nel breve tempo che trascorre tra il nulla prima di noi e il nulla dopo di noi, viviamo nella storia partecipando a “un’impresa collettiva, dentro la quale il nostro contributo non andrà perduto”. Il senso della nostra esistenza individuale potrebbe dunque essere quello di contribuire al progresso della civiltà umana, all'avanzare – in senso qualitativo – della Storia. Neppure questo funziona, osserva Pievani, perché non esiste alcuna garanzia che la civiltà progredisca, si può sempre tornare indietro, “si può regredire alle sofferenze dei padri e degli avi a causa di altre componenti della natura umana che controbilanciano e spesso vanificano la nostra curiosità, l’innovazione e la creatività, ovvero: tribalismo, conformismo, pensiero magico, ricerca di capri espiatori”. Sarebbe comunque una falsa immortalità, perché se finisce il pianeta, finiamo anche noi e segue tutto come abbiamo detto sopra, o torniamo all'obiezione di Bella – questo è il nome della studentessa di cui vi ho parlato. 

 

L'ultima spiaggia del materialista in cerca d'eternità ha qualche fondamento in più delle precedenti, perché qualcosa di eterno eppure indiscutibilmente materiale esiste nel nostro Universo che lo condivide con noi: l'atomo. Gli atomi sono eterni e grazie a loro si apre uno spiraglio per noi, essi infatti sono materia utile per la creazione di nuovi organismi da qualche parte nel cosmo. Inoltre “in un tempo infinito, le combinazioni degli atomi sono infinite e ciascuna potrebbe ripetersi indefinite volte. Quindi, non possiamo escludere che un ipotetico giorno gli atomi del nostro corpo possano ricostituire un’aggregazione già esistita in passato e tornare a far parte di un essere umano”. È il massimo che ci offre la natura, ma il sacrificio che chiede in cambio di questa immortalità è la rinuncia all'io individuale, accettazione facile per i buddisti da sempre convinti dell'illusorietà dell'io, ma per tutti gli altri molto più difficile da accettare perché troppo simile all'inesistenza.

 

Comunque Pievani non invita ad aspirare a questa immortalità, ma piuttosto a guardare in faccia con coraggio la nostra finitudine, a sopportarla e ad assumerla con dignità; ad essere grati per la fortuna di vivere e perciò solidali con ogni creatura. Possiamo abbandonare con animo forte, benché dolente, il sogno di vivere per sempre e tuttavia dare senso alla vita difendendo con forza e sempre i valori di cui solo noi umani possiamo essere portatori. Ed è questo il senso della vita dell'uomo, contro l'assurdo del mondo: continuare testardi a combattere perché sia un posto buono per la vita, anche se deve finire. Facciamo metaforicamente la linguaccia al boia che ci taglia la testa – questo destino mortale –, dice Pievani, facciamoci carico dell'assurdo vivendolo fino in fondo. Il sapiens cercatore di senso, pur scoprendo che un senso non c'è,  “decide di vivere fino in fondo il non-senso e di sobbarcarsi, felice, le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana”.

 

Mentre leggo con vero interesse il libro di Telmo Pievani, ripetutamente convengo con lui, apprezzo la sua calda empatia per la vita e il modo quasi poetico in cui la traduce in parole, eppure mi ritorna alla mente l'apologo dei due gemellini ancora nel grembo materno. Uno dice: «Non riesco a togliermi questo pensiero dalla testa: io credo che esista una madre…» E l'altro ribatte: «Che ridicola e irragionevole fantasia!»

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