Gabriele Basilico in Marocco

Nell’estate del 1971 Gabriele Basilico parte con Giovanna Calvenzi e due amici, Leo Ferrari e Claudia Kerpan, per il Marocco. Viaggiano con la Citroën, una Ami 8. Prima di arrivare nel paese africano attraversano Francia e Spagna. Gabriele sta studiando architettura; ha una grande barba scura e folti capelli; è magro e possiede uno sguardo intenso. Reca con sé due Nikon F. e pellicole in bianco e nero, e poi alcune a colori. Giovanna studia invece Lettere. Sono già stati in Iran, e come molti studenti dell’epoca amano i paesi esotici. L’itinerario è stato pianificato a tavolino: Tangeri, Tétouan, Chefchaouen, Fès, Meknes, Volubilis, Rabat, Casablanca, Marrakech, Essaouria, Ouarzazate, M’hamid, Agadir, Tiznit, Guelmin. Di questo viaggio resta una serie di rullini da trentasei fotogrammi e in una scatola il progetto di un libro mai pubblicato insieme a un foglietto che lo organizza: “Ordine e contenuto degli argomenti”.

 

Alto Atlante, 1971.

 

Vi sono indicati in quattro sezioni i capitoli e la distribuzione delle immagine scattate. Basilico non era in quel momento un fotografo, eppure era già un fotografo. Non di semplice immagini, ma di libri. Il progetto è lì a testimoniarlo. Fotografava, poi sceglieva gli scatti al ritorno. Aveva già fatto un editing delle immagini, ricorda oggi Giovanna. Possedeva un’idea ben precisa di cosa voleva pubblicare. Lo racconta la moglie nel testo che accompagna il libro che ora raccoglie quegli scatti (Marocco 1971, Humboldt Books, pp. 69, € 18), insieme alla prefazione di Michele Smargiassi e una nota di Bernard Millet. Che fotografie sono? In quegli anni, scrive Giovanna, i suoi riferimenti visivi e culturali erano la fotografia sociale, l’estetica del fotogiornalismo, l’opera di Bill Brandt e quella gli altri fotografi dell’Agenzia Magnum. Negli scatti inclusi nel volume pubblicato quarantacinque anni dopo ci sono evidenti tracce di quella cultura: la ragazza che allatta il bambino e quella che la ritrae con la sua famiglia; il mercato con i cammelli, i bambini per strada e la folla nei mercati. Scatti etnografici, senza dubbio. Tuttavia lo sguardo di Basilico, quello del fotografo delle città geometriche, c’è già. Domina in queste immagini la visione di scorcio: il muro che limita il palmizio, le mura delle città, le strade e i mercati; e poi quelle che sono senza dubbio due tra le più belle fotografie di questo viaggio: il carretto lungo le mura scrostate di una città e il bambino che cammina lungo un altro muro e poi si gira per guardare il fotografo.

 

Auto, 1971.

 

E ancora la fotografia che fissa l’Ami 8 sotto un massiccio scosceso in mezzo al nulla. Lo scorcio è la rappresentazione di un oggetto che giace su un piano obliquo rispetto a chi guarda, in modo da apparire, secondo le norme di una visione prospettica, accorciato. La definizione è del Ghiberti, di epoca rinascimentale. Lo scorcio che Basilico ha cominciato a usare qui in modo evidente implica uno sguardo da lontano, presuppone perciò una distanza, e insieme una partecipazione: la visione prospettica promana comunque dall’occhio dell’osservatore, esce da lui come raggi invisibili. C’è in queste immagini quello che è stato definito “il pathos della distanza” (la definizione è stata attribuita a Italo Calvino, uno scrittore che ha molto in comune con il fotografo milanese).

 

Nessuno può dubitare che Basilico sia un fotografo appassionato. C’è sempre calore nei suoi scatti: una passione “more geometrico demonstrata”, si potrebbe dire rubando a Spinoza, altro nome a lui prossimo (anche se non lo aveva letto, perché ci sono comunanze segrete che appartengono ai caratteri e non solo alle letture). Tutto è costruito nei suoi scatti – anche in questi marocchini –, ma tutto è spontaneamente disposto. La geometria è in atto anche nel Marocco etnografico, nei suoi edifici, negli spazi aperti, nei luoghi abitati e nei percorsi, e poi in quelli vuoti. Il muro, spesso sbrecciato o corroso dal tempo, è l’elemento architettonico più presente nelle immagini di questo libro. Il muro come limite e come forma dello scorcio, come quinta teatrale, che tuttavia fugge all’infinito, spesso verso destra (c’è sempre un orientamento negli scatti di Basilico, anche quando, come a Mosca, rovescia tutto e si ispira all’avanguardia russa). Il mercato è circondato da muri, delimitato dal muro delle persone e da quello dei cammelli.

 

Marrakech, 1971.

 

Lo attraggono anche gli archi e le volte, molto meno i gesti delle persone oppure i loro volti. Sono anche queste delle geometrie, come lo scatto preso dall’alto con la donna dal viso coperto, che è una serie di linee, quelle tracciate dal vestito che indossa. Basilico cerca il ritmo dei volumi; la sua è etnografia degli spazi e non dei costumi o dei movimenti. Anche l’uomo che spinge il carico di fascine su un piano inclinato è una scultura che si protende, un grumo di ombre e chiaroscuri: dal cappello ai piedi. Di un altro che cammina in primo piano coglie l’ombra proiettata ai suoi piedi: molto più grande di lui. La foto del palmeto e del muro contiene inoltre un dettaglio interessante. Al riguardo Giovanna Calvenzi racconta un aneddoto. Lo scatto era stato preso dall’automobile e sul lato destro, c’è una bicicletta. In fase di editing, al ritorno dal viaggio, lei insisteva che quella “non era una fotografia”; Gabriele insisteva invece nell’includerla nel libro che stava progettando, perché l’aveva scattata in auto dove erano in otto, nel corso di una gita verso il deserto sulla jeep di un ingegnere bulgaro: aveva fotografato, diceva, “l’incongrua presenza di una bici parcheggiata nel nulla”.

 

Tangeri, 1971.

 

Il nulla tiene un posto fondamentale in queste fotografie come in quelle seguenti, nelle foto più celebri di Basilico, gli scatti “architettonici”, per cui è diventato celebre, foto delle città e degli spazi urbani in giro per il mondo. Anche là dove l’immagine è satura di dettagli, che raccoglie dentro di sé con un gesto quasi oggettivo; lì emerge però quel nulla che attrae il fotografo, il nulla che ci circonda e che la fotografia di solito aborrisce – non il vuoto, ma il nulla è il demone dei suoi scatti. Che rapporto esiste tra lo scorcio e il nulla che fa capolino qui e là negli scatti marocchini di Gabriele? Un rapporto strettissimo. Lo scorcio è il modo attraverso cui Basilico tiene sotto controllo il nulla che incombe ovunque egli giri lo sguardo, il nulla è ciò che “rende più corto” ogni spazio e insieme lo amplia. Fugge via, e così facendo dilata gli spazi, li ingrandisce, li allarga. Il nulla è la vera potenza dello sguardo, è ciò che mette in comunicazione i luoghi tra loro. Per questo le immagini di Basilico sono inesauribili: più le guardi e più vedi. Con questo secondo viaggio etnografico Basilico comincia a diventare Basilico. Diventa ciò che è già. Come accade a ogni vero artista.    

Marrakech, 1971.

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