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Gabriele Pedullà, Biscotti della fortuna

In un tempo in cui sono sempre più numerosi i romanzi ponderosi, rispetto ai quali la misura dei Malavoglia sembra di poco superiore a quella di un racconto lungo, è quasi un sollievo potersi accostare a una raccolta di racconti, specie se appare sorretta da una chiara consapevolezza della logica interna del narrare breve. Gabriele Pedullà aveva esordito con la raccolta Lo spagnolo senza sforzo (2009), che aveva avuto un’accoglienza positiva; ora torna alla forma del racconto con Biscotti della fortuna (Einaudi, pp. 208, € 15), che mi pare confermi le qualità già dimostrate, con un sovrappiù di sicurezza nei propri mezzi.

Quella del racconto è una misura impegnativa, che esige concentrazione e non lascia spazio agli errori. Una delle sue varianti più efficaci è costituita da un impianto – per intenderci – binario, che si potrebbe rappresentare visivamente con uno stemma diviso verticalmente, metà bianco e metà nero: partito in palo, direbbero gli esperti di araldica, di argento e di nero (un metallo e uno smalto, secondo regola). Al lettore dev’essere presentata, nella maniera più icastica, una situazione concreta e determinata, della quale però viene taciuto un elemento – un antefatto, un progetto, un pericolo – destinato a rivelarsi il motore della narrazione. L’informazione mancante può essere palese fin dall’inizio, ovvero manifestarsi in maniera graduale, magari a partire da un cenno, da un’allusione corsiva (ad esempio: «dopo quello che era successo»), per poi imporsi come il tema principale della vicenda. Un meccanismo che Pedullà padroneggia con disinvoltura: non credo occorra ricordare che, fra i numerosi oggetti della sua attività di studioso, c’è anche un maestro della narrativa breve come Pirandello (si veda l’antologia di Racconti fantastici curata per Einaudi nel 2010). 

   

Biscotti della fortuna comprende otto racconti, quasi tutti ambientati nella contemporaneità. Fa eccezione Il re, che per certi riguardi può ricordare Un re in ascolto di Calvino, e che tuttavia mi pare il meno convincente. Dagli altri emerge invece un panorama che ha – se non m’inganno – una significativa connotazione generazionale, legata ai luoghi, oltre che alla storia. Si parla di Parigi, con il canonico pellegrinaggio al Père Lachaise (“Rouge” 89), della New York del Village, prediletta da tutti i viaggiatori europei (O a febbraio o a settembre), dei borghi storici dell’Italia centrale, restaurati e tirati a lucido, meta di un turismo nordico di élite (Nel paese dei lucumoni). E si parla, naturalmente, dell’evoluzione delle nostre città, dove i ristoranti cinesi sono ormai entrati a far parte, non che delle abitudini quotidiane, delle memorie familiari (Biscotti della fortuna); lo scenario più frequente è Roma, ma compaiono anche Venezia e Torino, sullo sfondo di Il nostro amico, senz’altro uno dei racconti meglio riusciti del volume.

 

 

Introdotto da una citazione tratta da un sagace epigramma latino di John Owen sulla fede (nella duplice e divergente accezione di fede religiosa, fonte di salvezza, e di fiducia commerciale, che può portare alla rovina), ha per oggetto l’enigmatica identità di un personaggio che si presenta e si comporta come un amico di vecchia data, e di conseguenza viene anche trattato come tale, benché nessuno sappia davvero chi sia. La polivalente espressione «vecchio mio», astuta apostrofe passepartout, richiama alla mente un tratto del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, dove il protagonista usa con analoga disinvoltura (ma con minore ipocrisia) l’appellativo «old sport».

 

In generale, Pedullà coltiva un genere di narrativa che su un impianto solidamente realistico inscena (o ravvisa) incrinature, ora appena accennate, ora sul punto di mutarsi in voragini. Questo vale sia sul piano del registro espressivo – il fantastico o il perturbante sono sempre dietro l’angolo, acquattati nelle pieghe della domesticità, come vuole l’etimo tedesco in das Unheimliche  – sia sul piano tematico: un filo rosso, o meglio un filo oscuro, il motivo funebre, percorre infatti questi racconti. Annunciato esplicitamente in un titolo (La morte dura a lungo), si incontra in chiave diversa in parecchi altri: come evento lontano (ma non «passato»), come tragedia recente, come conclusione inattesa, come possibilità per poco sventata, come improvvisa minaccia. Si veda il tentativo di suicidio di Quando la città dorme, altro testo che merita una segnalazione, soprattutto per l’efficacia della caratterizzazione psicologica: il protagonista è un medico, incapace di far fronte alla crisi coniugale sia perché il rapporto appare logoro, sia e soprattutto perché stremato dalla stanchezza del lavoro. Per inciso, una implicita corrispondenza lega questo racconto, che apre la raccolta, all’eponimo ultimo.

 

In Biscotti della fortuna tutto ruota intorno alla tradizione (peraltro spudoratamente inventata) dei biglietti che accompagnano il biscottino offerto a fine pasto dai ristoratori cinesi, un po’ come accade con i nostri Baci Perugina: una frase ad effetto, una massima che si vorrebbe memorabile, qui però di tenore affine al responso di un oroscopo. In Quando la città dorme l’insonne protagonista nota a un certo punto l’ora della sveglia, le quattro e quattro minuti, che sul visore diventa 04:04, e gli sovviene la data del suo matrimonio, 4 aprile 2004, giorno che nel formato a 6 posizioni (gg/mm/aa) è indicata come 04.04.04. Pedullà non lo dichiara, ma non è un mistero che nella cultura cinese il 4 (al contrario dell’8) è considerato di cattivo auspicio, per via della quasi-omofonia fra il numero () e la parola «morte» (). 

Fortuna e sfortuna, morte e vita, realtà e finzione, quello che siamo e quello che stiamo (forse) per diventare, o che forse siamo già diventati, senza accorgercene: su questi temi Pedullà imbastisce storie credibili, condotte con eleganza di stile e pregevole sintesi. Certo, in questa raccolta non si avverte lo stigma di un’urgenza espressiva dirompente: le risorse formali tendenzialmente prevalgono – almeno per ora – sull’interiore necessità. Ma la vena di Pedullà è genuina, tant’è che dall’insieme della raccolta emerge senza forzature un sentimento dominante, una postura fondamentale, che rende questa raccolta un’opera organica a tutti gli effetti. Mi riferisco all’incertezza. Vox media, «fortuna»: buona sorte o cattiva, a seconda delle circostanze. È appunto nell’interpretazione delle circostanze che i personaggi di Pedullà conoscono i loro limiti. E in questo diffuso, soffuso smarrimento, in questo impaccio a orientarsi, che spesso sortisce finali sospesi e interrogativi, Biscotti della fortuna incontra un carattere del tempo che stiamo vivendo – a prescindere, sia chiaro, dalla pandemia in corso. Anche se il coronavirus ne ha moltiplicato a dismisura la forza, reale e simbolica, come un ominoso presagio subdolamente insinuatosi nell’ultima portata di un banchetto.  

 

Gabriele Pedullà, Biscotti della fortuna, Einaudi, pp. 208, € 15.

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