Geno Pampaloni. Vivere senza dimenticare la morte

Non meno di narrativa, poesia e teatro, nel Novecento la critica è cresciuta sotto il segno della nevrosi e dell’estremismo. Come il resto della letteratura, ci ha ripetuto in mille modi che l’umanesimo, se non vuole apparire un frutto vizzo del passato, può dichiararsi ormai soltanto attraverso vertigini dialettiche o psicologiche, teologie negative, cinici gesti avanguardisti o militanti. Persino Giacomo Debenedetti, volendo difendere il personaggio-uomo, ha dovuto inventarsi sottilissime arringhe da crociano eretico. Perciò quando un critico-saggista ci regala un “discorso naturale”, che non si costringe all’acrobazia ma neppure sa di polvere, proviamo una speciale gratitudine e un certo sollievo. Capita, ad esempio, leggendo un compagno di Debenedetti come Sergio Solmi; e capita anche leggendo Geno Pampaloni, che ha imparato da entrambi e che è stato troppo poco ricordato in questo centenario della nascita. Solmi e Pampaloni sono crociani in un senso più riposato: non guardano tanto all’estetica ma a un clima, a un abito civile, e volgono la tenue eredità della tradizione al ritratto, al racconto, a un’interpretazione che oscilla tra gusto e morale. Forse, è vero, alla loro prospettiva manca qualcosa.

 

Massimo Onofri ha osservato che se la pacatezza e la discrezione liberano Pampaloni da molti ismi, rischiano però di rinchiuderlo nel ruolo di un «cronista letterario, orgoglioso delle sue incertezze», ossia di un erede di quel Pancrazi di cui da ragazzo assaporava gli elzeviri nello studio del padre sensale proprio mentre faceva i primi esercizi di gusto assaggiando e valutando le qualità di olio. E tuttavia Onofri riconosce che non c’è autore, tra i tanti che ha interpretato, intorno al quale la sua «pennellata impressionista» ma densa non abbia tracciato un commento fecondo. Solmi e Pampaloni hanno dato definizioni insuperate di alcuni dei massimi scrittori del nostro Novecento, il primo studiando in particolare gli sviluppi della poesia montaliana e il secondo battezzando le diverse stagioni di Moravia, in gioventù «giansenista», nel dopoguerra «cattolico» e dagli anni Sessanta «ossessivo» (sia il romanziere degli Indifferenti sia il poeta degli Ossi, nota Pampaloni, in vecchiaia rischiano di somigliare ai loro epigoni). 

 


Ecco: la prosa fluente e cordiale di questi saggisti è il contrario dell’ossessività, l’antidoto alle costruzioni intellettuali più ingegnose che vere. Non inseguono nevroticamente la brillantezza o la bizzarria: lasciano che anche gli aforismi più incisivi si depositino senza scosse nella corrente delle parole comuni. Parole come «profondo», «bello», «verità»; e in Pampaloni, soprattutto, come «fraternità», «fedeltà», «mistero», «simpatia» e «passione umana», «affettuosità», «pudore»: i sentimenti, insomma, che impregnano il nucleo più «dolente», «trepido» e «autentico» del destino di ognuno, il «chiaroscuro» di elegia e speranza in cui noi moderni siamo sempre avvolti (ma è da rilevare, dove si tratta di restituire il vitalismo traboccante di certe esperienze, anche la curiosa frequenza dell’aggettivo «voglioso»). 

Se Solmi trova una misura di umanità nella saggezza montaignana, Pampaloni la cerca in una religiosità senza più religione, in quel suo atteggiamento che nei versi infilati tra i pannelli autobiografici di Fedele alle amicizie chiama di «incredulo verso tutti i fedeli / e religioso con i non credenti». Cresciuto nella Grosseto insieme crepuscolare e carduccianamente sanguigna di Cassola e Bianciardi, laureato a Pisa con Luigi Russo, partigiano badogliano, uomo d’azienda, di editoria e terzepagine, sostiene che i maestri ai quali deve di più sono Noventa e Olivetti. «La poesia di Giacomo Noventa non è contemporanea alla poesia italiana contemporanea», ha scritto con una sintesi memorabile; e ha aggiunto che se a «poesia» si sostituisce «politica» la sintesi vale anche per Adriano, di cui è stato collaboratore stretto lungo gli anni Cinquanta. Entrambi questi riformatori hanno aperto una breccia «nel suo storicismo di fondo» e «segnato il punto di coagulo delle sue inquietudini religiose», contribuendo a ispirargli un ideale «anglo-proudhonian-personalista». 

 

Il tema pampaloniano per eccellenza è la «crisi» di un tempo dove l’etico e l’esistenziale, l’interiore e il collettivo sono dolorosamente scissi. E in mancanza di verità metafisiche assolute non resta che resistere attraverso gli assoluti morali, l’integrale fedeltà a sé stessi. È questa la «lealtà» inquieta che il critico riconosce in Orwell come in Montale e in Silone, e che in Soldati vede a volte ridotta a una musica birichina di sottigliezze gesuitiche mischiate al «fascino del cattivo gusto». In un’epoca in cui tutto nega la permanenza, preferisce i testimoni agli ideologi e ai teorici che credono di poter istituire un tribunale della storia. Di qui la sua lontananza dai critici che tendono a «farsi posteri dei propri contemporanei», e che di conseguenza trasformano il rapporto con i testi in «una sorta di nemesi, che farà sommaria ragione di ogni contraria apparenza. Il libro o l’autore sono allora al tempo stesso idoleggiati e annullati». Pampaloni è voluto sfuggire così radicalmente a questa tentazione da rifiutarsi addirittura di raccogliere i suoi articoli o di isolare in un libro le trecento pagine di calibratissimi medaglioni sui Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, scritte negli anni ’80 per la storia letteraria Cecchi-Sapegno. A offrirci una buona antologia, subito dopo la sua morte, è stato Giuseppe Leonelli, che nel 2001 ha curato per Bollati Boringhieri un volume intitolato pancrazianamente Il critico giornaliero.

 

Leonelli sottolinea la tempestività con cui Pampaloni ha riconosciuto gli esordi più notevoli (da Calvino a Parise, da Fenoglio a Fiore), e osserva che anche quando esprime perplessità lo fa senza offendere. Il suo ragionare fluido, duttile, anziché sopraffare gli autori li avvolge con comprensiva intelligenza. Accettando serenamente il proprio carattere, il critico può aprirsi generosamente alle poetiche più diverse. Ma se mantiene l’attenzione fluttuante e antipregiudiziale dello psicologo, è anche vero che cerca ovunque le tracce del suo tema dominante. Ecco allora l’insistenza sulla spiritualità di Montale, laico che a differenza degli storicisti «crede negli assoluti» in grado di squarciare la trama del tempo; ecco l’elogio della sua capacità di far collimare i versi anche più criptici con la sorte di tutti, dal Geno ventenne che porta Le occasioni nel suo zaino di soldato agli operai di Ivrea che ascoltano la voce dimessa del poeta invitato in fabbrica. Se la religione di Montale «è nell’attendere un messaggio che non verrà, e tenere fede all’attesa», quella di Orwell, altro scrittore della «dignità» e della decenza, è la difesa dei «valori elementari dell’uomo». Quanto alle pagine di Alvaro, sono «misteriose e profonde, piene di canti lunghi e repressi, di figure spesso inarticolate psicologicamente ma ricche e dolenti e come umide di un sentimento immediato della vita»; e Lampedusa, «se di fronte alla storia si chiude nella negazione e nel pessimismo fatalistico, riversa verso i personaggi (gli uomini) tutto il calore di una penetrante, consapevole e quasi solenne pietà». Persino recensendo il sardonico Landolfi Pampaloni arriva a parlare di «atrabiliare sollecitudine e pietà». 

 

D’altra parte, alcune delle sue migliori intuizioni non sono riconducibili a questi leitmotiv. Penso all’associazione tra Petrolio e i taccuini di D’Annunzio, al Flaiano che concepisce la sua opera come «una lunga lotta dell’intelligenza contro la morte», o a una stoccata elegante all’autore di Conversazione in Sicilia: dato il suo perenne stato di agitazione avanguardistica, che lo induce a saltare di progetto in progetto, Pampaloni si chiede nel ’49 «se Vittorini troverà il tempo per Vittorini». Non mancano al critico neppure eccellenti doti “attoriali”: in un colpo solo, ad esempio, giudica lo stile di Garboli mimandolo, e usa questa mimesi per ritrarre il proprio fratello avverso Fortini come «un Torquato Tasso che non è riuscito a impazzire». Forse però la più luminosa pagina pampaloniana è quella in cui, con una precisione mai raggiunta da altri, descrive i limiti della «passionalità culturale» di Elsa Morante: il suo mondo poetico, dice, può paragonarsi «ad un prezioso veliero dentro la bottiglia. I suggerimenti della realtà sono in esso perfettamente individuati e raccolti, ripresi con acuta attenzione e puntiglio d’affetti; i materiali sono scelti con cura, vividi e delicati; e niente è tralasciato di ciò che può essere allusivo e pregnante, le proporzioni, le tonalità dei colori, la polvere della salsedine, e direi quasi il battito di una viva e meravigliosa navigazione. Se si accosta l’occhio alla curva del vetro, il particolare che cade sotto lo sguardo è di una perfezione illuminante, appare come la battuta di un discorso infinito. Ma se ci si ritrae per un attimo a considerarne l’insieme, ecco che l’iridescenza traluce ovunque, i dettagli si annebbiano, e tutto viene trasferito su una scala diversa di valori, si rivela metaforico e favoloso ciò che sembrava miniato direttamente sulla realtà». 

 

Ma oltre al critico vocato al ritratto e al racconto, c’è il ritrattista e il narratore tout court, che trova espressione piena in Fedele alle amicizie. Qui, oltre a regalarci una serie di bellissimi schizzi sugli animali e i paesaggi italiani, l’autore fissa con pochi tratti indimenticabili le figure dei famigliari e dei maestri, dei compagni di guerra e di studi, di Giaime Pintor, Antonielli, Ansaldo, degli Olivetti. Spicca il profilo di Attilio Momigliano, professore fragile e inadatto alla vita cui le leggi razziali tolsero la cattedra. Perché De Robertis accettò di prendere il suo posto a Firenze senza protestare?, si chiede Pampaloni. Forse perché, con i suoi sodali, sentiva di rappresentare l’attualità. Fu allora che Geno decise di trasferirsi a Pisa, con un gesto che lo sottraeva al fascismo prima indistinguibile dalla sua adolescenza. In quegli anni, ricorda, la parola che meno si udiva pronunciare era «libertà»: e la si pronunciava sempre subordinandola a qualcos’altro. Così lui si è presto convinto che la sua essenza ha al contrario un valore assoluto, non sacrificabile a nessun disegno rivoluzionario, e dissente da chi crede che «lottare per le libertà inadempiute è più importante che scongiurare l’offesa alle libertà faticosamente raggiunte».

 

È stato appunto un moto istintivo verso la libertà nel suo senso più semplice e universale a guidare i «badogliani», partigiani visti con sospetto da tutto il mondo politico che in realtà non erano badogliani per nulla. Nell’esperienza del ragazzo grossetano questi compagni d’armi somigliano un po’ ai personaggi di Fenoglio, nel quale il momento ideologico ha poco peso perché noventianamente «la Resistenza, per lui, inventa attimo per attimo la sua ideologia, è essa stessa ideologia e metafora della vita». 

In un’intervista riportata verso la fine del libro, viene chiesto a Pampaloni come ci si può preparare alla morte. «Vivendo senza dimenticare la morte», risponde il critico. «Rovesciando l’ammonimento di Dietrich Bonhöffer, che chiedeva al cristiano di vivere “come se Dio non fosse”, lo storicista laico deve cercare di vivere “come se Dio fosse”: disposto, in ogni momento della vita, ad essere giudicato». 

 

Questo articolo è uscito in versione più breve sul Sole 24 Ore del 25 novembre 2018.

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