George Boas, Il culto della fanciullezza

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.

 

Prima i bambini. Giusto. Non è sempre stato così. Nelle epoche passate i bambini non erano l’ideale di vita, né gli adulti così propensi a pensare di restare giovani e di comportarsi comunque come bambini. Quando è accaduto che il fanciullo è diventato l’ideale di un’intera società? Uno storico delle idee, George Boas, negli anni Trenta del XX secolo, mentre cercava di capire come fosse nato il mito del primitivismo nella cultura occidentale, si mise all’opera per scrivere un saggio dedicato a un altro aspetto: Il culto della fanciullezza (tr. it. di P.Lecci, La Nuova Italia). Completato nel 1966, il libro è stato tradotto da noi, ma purtroppo scomparso dai cataloghi degli editori italiani. Un vero peccato. Boas cercava di spiegare a se stesso, prima di tutto, perché gli americani si appassionassero tanto alla costruzione di società segrete, perché coltivassero l’amore per i fumetti e per gli scherzi fanciulleschi, perché manifestassero una propensione per il bambino come uomo ideale. Lo storico delle idee s’era immerso nell’arte, nella letteratura e nella filosofia tra l’età antica e quella moderna. Come un palombaro, riemerse con un reperto: era stato il Cristianesimo a proporre il culto del Bambino. Per quanto già nell’Antico Testamento vi fossero manifestazioni di questa propensione, è nel Vangelo di Marco e in quello di Matteo che si afferma: bisogna diventare come bambini, il Regno dei Cieli appartiene a loro. 

 

 

Nonostante San Paolo nella prima lettera ai Corinzi avesse dato poco spazio alla vocazione fanciullesca della religione nata nella Palestina sotto il dominio di Roma, restava questa l’ipoteca del fanciullo. Anche l’arte non sembrava a Boas così propensa a celebrare il culto del Bambino Divino: l’adorazione di Gesù bambino da parte della Madonna, scrive, compare solo nel secolo XIV. E allora? Il Cristianesimo ha dato il giro di manovella, ma tutto si è messo davvero in moto a partire dalla pubblicazione di una fondamentale opera pedagogica e filosofica, l’Emilio di Jean-Jacques Rousseau. Era il 1762. Fu dunque il filosofo a introdurre nel pensiero europeo “una più radicale tendenza ad apprezzare la fanciullezza”. Se il secolo XVII speculava intorno alla fanciullezza di Cristo, questa però non conteneva alcuna promessa di felicità terrena. Il più l’ha dunque fatto Rousseau, il più estremista pensatore della modernità. Nel suo Contratto sociale il filosofo cominciava con l’affermazione che tutto il bene esce dalle mani del Creatore ed è con l’uomo che però degenera. Emilio deve essere educato, ma per non frustrare le sue capacità innate bisogna farlo con i metodi usati dalla Natura. Vicino all’animale, e animale lui stesso, il bambino di Rousseau fa dell’infanzia un’epoca differente dall’età adulta, con i suoi specifici diritti e privilegi. Naturalmente non c’è solo questa tendenza. Nel gorgo di quegli anni, e pure nei decenni a seguire, le cose si complicarono, tuttavia il punto di svolta c’era stato. Sarà il Romanticismo a completare il quadro aggiungendo un dettaglio non da poco: il genio artistico del fanciullo.

 

Sua l’invenzione dell’ingenuità e della genialità. Il culto riceve poi un incoraggiamento fondamentale dalla visione delle quattro età della vita, che risale già a Sant’Agostino, ma che si sviluppa ulteriormente: la prima età, quella degli dèi, età della poesia e dell’infanzia del mondo, è la migliore. Siamo nel campo della filosofia, all’epoca non una semplice disciplina di studio, piuttosto il modo attraverso cui si pensava. Vico con la Scienza nuova apre la strada all’identificazione del bambino con i primitivi, che è il tema studiato da Boas in un suo altro fondamentale studio scritto con A. O. Lovejoy. Inoltre all’alba del XIX secolo l’arte stava per diventare uno dei campi più importanti, quello in cui si producono visioni del mondo valide anche per la vita quotidiana. L’estetizzazione del mondo era al suo inizio. Freud, dal canto suo, sposta verso l’infanzia l’attenzione nell’analisi degli adulti.

 

Il secolo XIX è stato dominato dalla nascita degli studi psicologici dell’infanzia e della antropologia moderna. Il bambino e il selvaggio sono al centro dell’esplorazione culturale e scientifica. La psicoanalisi ha promosso l’attenzione verso i motivi inconsci delle espressioni infantili, a partire dal disegno sempre più praticato nelle scuole. Le avanguardie storiche, Dadaismo e Surrealismo, portano in primo piano la genialità del bambino, come quella del selvaggio. Le idee di Rousseau hanno gemmato in molteplici pedagogisti del XIX e del XX, ma soprattutto tra gli artisti: Picasso, Klee, Mirò, Kandinsky, Dubuffet. Il mito dell’“occhio innocente” si è congiunto a quello del bambino come genio naturale, che poi la società corrompe e guasta. Lo studio di George Boas si arresta alla vigilia del Sessantotto, quando i valori infantili hanno modo di diffondersi nel tessuto sociale, a partire dalla rivolta giovanile, cominciata non a caso nelle università americane. Uno dei profeti di questa ripresa del mito del fanciullo è Norman O. Brown, autore di La vita contro la morte, ampiamente citato da Boas: “Ogni fanciullo è in una certa misura un genio, e ogni genio è in una certa misura un fanciullo. L’affinità tra i due si manifesta anzitutto nell’ingenuità e sublime semplicità che è caratteristica del vero genio”. Come spiegare tutto questo? Boas annota che nel corso del Medioevo si sviluppò una corrente anti-intellettualistica che di tanto in tanto si espresse in modo intollerante contro il sapere; parallelamente c’era una corrente primitivistica, e fu solo nel corso del XIX secolo, grazie a Rousseau, che le due si fusero ed emersero allo scoperto. Per Boas molti dei paradigmi giovanilistici della cultura americana degli anni Sessanta provengono da lì. Il suo saggio è pioneristico, ha aperto uno spazio di riflessione. Oggi bisognerebbe sondare romanzi, opere teatrali e cinematografiche, analizzare gli studi di pedagogia e la letteratura dell’infanzia, guardare al costume e all’uso degli oggetti. Parecchio è stato fatto, eppure molto resta ancora da fare, per capire l’età in cui siamo immersi, quella che Witold Gombrowicz ha contribuito a definire come l’età dell’immaturità, la nostra. 

 

Questo articolo è apparso sul quotidiano "La repubblica" che ringraziamo.

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