Hume e la pandemia

Luca Ricolfi è sociologo esperto di analisi dei dati, e presiede la Fondazione David Hume a Torino. Pur mai citato, il grande filosofo scozzese mi pare sia protagonista occulto del bel libro che Ricolfi ha scritto in tempo reale per discutere il malgoverno di un’epidemia, La notte delle ninfee (La Nave di Teseo 2021). Il libro analizza con grande ricchezza empirica quello che è successo in Italia e nel mondo nell’anno della pandemia Covid-19, in termini di governo – nel bene o nel male – dell’emergenza pandemica. Un evento imprevisto ma prevedibile, che ha cambiato il mondo in profondità anche per l’imprevidenza dei governi.

 

L’epidemia ha una sua aritmetica, sostiene Ricolfi, abbastanza semplice da capire. Si riproduce come le ninfee in uno stagno: ogni notte raddoppia, passando da 1 a 2, da 2 a 4, e così via finché il raddoppio arriva bruscamente a 1.000 e fa morire la vita dei pesci (noi, i cittadini-consumatori) dello stagno. Il custode addetto alla pulizia (il governo) non è infatti intervenuto prontamente a ripulire lo stagno (sospendere le attività commerciali e gli spostamenti delle persone) finché i numeri erano piccoli. Ha tergiversato per le pressioni ricevute dai pescatori (gli attori economici) che vogliono continuare a pescare (a produrre e distribuire merci e servizi, a tenere aperti bar ristoranti e discoteche). Quando infine il governo è intervenuto era tardi, ha dovuto sospendere le attività con un lockdown la cui lunghezza (8 marzo-3 giugno) non ha eguali in nessun’altra società avanzata.

Il governo di cui si parla è infatti il nostro, quello italiano. Non tutti hanno fatto così, e i confronti internazionali delle curve epidemiche e dei morti è parlante: il Giappone ha un andamento quasi piatto. Due gruppi di paesi hanno fatto assai bene sin qui: asiatici e pacifici (Giappone Taiwan Corea Hong Kong Nuova Zelanda Australia) e Nord Europei (Finlandia Norvegia Irlanda Danimarca). Essi hanno prontamente usato uno o più attrezzi, cioè hanno: controllato le frontiere (chiudendole o richiedendo certificati di negatività e quarantena), confinato (limitando gli spostamenti con lockdown mirati e compensazioni), distanziando (e usando strumenti di protezione individuale e di aerazione dei locali), sorvegliando attivamente (mediante tamponi, tracciamento, isolamento, residenze e assistenza domiciliare).

 

Da noi invece, il nostro governo, ha prima atteso troppo e poi ha messo in campo solo misure di lockdown. Non ha agito sui fronti, come i tamponi a “quota Crisanti” (300.000 al giorno), o come il tracciamento elettronico (IMMUNI è stato un fallimento) che potevano impedire al virus di circolare.

Perché ciò sia avvenuto nella prima ondata, e si sia riproposto esattamente allo stesso modo nella seconda ondata, è quanto Ricolfi attribuisce: 1) alla ricerca del consenso da parte del governo (ma questa è una debolezza di quasi tutti i governi) 2) unita alla mancanza di cultura tecnica e scientifica dei governanti, alla mancanza dei consulenti, alla imperizia amministrativa di chi deve eseguire.

Tra le due ondate, essendo chiaro che la prima poteva essere assai ridotta e la seconda poteva essere del tutto evitata, ci sta il modo in cui la società civile, noi, abbiamo agito durante l’estate quando i valori dell’epidemia erano stati ricondotti sotto controllo. Qui intervengono due spiegazioni di Ricolfi: quando la cultura dei diritti (quella che riguarda la mobilità, il consumo, la vacanza) si spinge oltre una certa soglia la società diventa ingovernabile; quando il governo annuncia l’inevitabile seconda, terza, quarta… ondata, allora ciascuno per rivalsa, disperazione o sfida si prende quel che può, un carpe diem fatto di festività, shopping, incontri. Ci siamo coordinati nel peggiore dei modi possibili.

 

 

Qui entra in campo – a mio avviso – David Hume, l’autore che prima e meglio di tutti ha spiegato che la società si basa sul coordinamento volontario, su promesse che ci scambiamo di tenere certi comportamenti. Ma questo coordinamento volontario basato su promesse reciproche può avvenire senza che lo Stato, la spada del Leviatano debba intervenire a garantire che quelle promesse siano mantenute? È questa la sfida lanciata da Hume, secondo cui esistono sufficienti incentivi a che l’individuo che ha fatto la promessa la mantenga. Quando questi segni o parole sono compiuti, chi lo ha fatto è immediatamente costretto dal suo stesso interesse a eseguirli: non otterrà mai altrimenti la fiducia altrui se rifiuta di adempiere alla promessa fatta. Si apre così la strada alla fiducia calcolata, alla reputazione di chi compie transazioni ripetute, che permette di evitare il ricorso a un qualche Leviatano centrale. Questo vale per individui autointeressati che agiscono sul mercato per il proprio interesse, ma anche per promesse multilaterali fatte ad un gruppo, non a un singolo. È proprio il caso della pandemia, che richiede da parte di tutti il rispetto temporaneo di certe regole di comportamento (distanziamento, uso dei dispositivi individuali di protezione, rinuncia a visite feste cene spettacoli etc.).

 

In questo caso le promesse sono vincolanti se tutti i partecipanti si impegnano in modo consensuale, mentre la mancata partecipazione degli altri ci libera dalla promessa fatta. Sono patti di gruppo tra individui interessati, ma possono essere anche sostituiti da forme di solidarietà di gruppo. Studi hanno mostrato empiricamente lo sviluppo di solidarietà di questo tipo come conseguenza di una promessa fatta da tutti i partecipanti: come se l’evoluzione premiasse la formazione di meccanismi affettivi e cognitivi in individui che cominciano a pensarsi e a comportarsi in modo solidale (ho analizzato questi studi in P. Perulli, Il dio Contratto, Einaudi 2012). 

Siamo di fronte, con Hume, a una scoperta teorica sorprendente: gli effetti di un coordinamento ripetuto possono portare a una convenzione sociale. Se noi ci coordiniamo rispetto a un dato esito sociale un certo numero di volte (come in certe emergenze, guerra, o pandemia, o disastri naturali), questo nostro coordinamento comincia a produrre una forza strategica. Essa si manifesta nelle aspettative che ci danno un incentivo a seguire anche in futuro quello stesso modello di coordinamento nella stessa situazione o in una simile (ad esempio in procinto di un’ondata pandemica).

 

Questo vale specialmente per le situazioni sociali di grande scala, per la società nel suo insieme: che Hume tiene distinte dalle interazioni di piccoli gruppi. È nella società allargata che il problema del coordinamento si pone tra individui che non possono riunirsi per decidere. È la stessa società in cui, dirà Hayek, la conoscenza è dispersa e frammentata. Allora l’interazione regolare scoperta da Hume fa emergere una nuova struttura di incentivi, in cui noi non guardiamo solo all’immediato risultato dell’interazione in corso ma alle future opportunità di interazione. Le convenzioni emergono così in modo evoluzionistico, in relazione ai cambiamenti della società. Nelle parole di Hayek, l’azione indipendente di molti uomini può produrre coerenti insiemi e persistenti strutture di relazione. Di qui l’estrema modernità di Hume, riscoperto dai teorici del comportamento strategico come Thomas Schelling, e più recentemente da studiosi dell’azione collettiva come Russell Hardin. Che spiegano perché e come agiamo insieme.

 

Questi patti senza spada, questo coordinamento volontario ripetuto permettono di superare l’allergia alle regole, cui Ricolfi attribuisce una parte delle nostre responsabilità nella pandemia. Noi agiamo o rinunciamo ad agire (a uscire, a consumare) perché spinti dalla paura, sostiene Ricolfi. Il coordinamento volontario permetterebbe di superare la ragione per cui in Thomas Hobbes (Il Leviatano) i patti realizzati spinti dalla paura sono validi, e libertà e paura coesistono. Il coordinamento infatti consente di superare – entro certi limiti naturalmente – la necessità di una forza costrittiva che impone dall’esterno. Proprio la pandemia studiata da Ricolfi mette in atto una possibile risposta basata sul coordinamento, stimolata da uno sforzo organizzato della società civile che faccia la sua parte accanto allo Stato: invitando a considerare le alternative in campo, producendo analisi sulle esperienze riuscite in altri paesi, offrendo piani di intervento.

 

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