Il corpo di Pannella

Dopo Mussolini, Marco Pannella è il primo politico italiano del secondo dopoguerra che ha affidato al proprio corpo un ruolo determinate nella comunicazione. Dagli scioperi della fame ai sit-in, dalle candidature stravolgenti di porno star ai bei giovanotti di cui si è circondato e che ha lanciato sulla scena pubblica, il leader radicale ha messo in primo piano il corpo, a partire dal suo, e ne ha fatto uno strumento di lotta politica.

 

Non ha inventato nulla, perché lo sciopero della fame è una creazione precedente, viene dal Mahatma Gandhi e dalla tradizione indiana, e prima di lui l’aveva usato un antesignano delle lotte popolari e d’immagine, Danilo Dolci, che aveva importato il modello negli anni Cinquanta in Sicilia. Pannella è stato sin da subito un leader nazionale, dal 1963, quando divenne segretario del Partito Radicale. La sua fisicità ha avuto uno sviluppo dopo il Sessantotto, quando l’elemento corporeo è diventato decisivo nella lotta politica delle giovani generazioni, che lo mutuavano a loro volta dalla realtà americana, dalla contestazione californiana, dagli hippy, dalla controcultura dei “Figli dei fiori”. Pannella non ha perciò creato nulla di originale, ma ha saputo incarnare questo aspetto in modo unico e particolare.

 

In un libro molto interessante e acuto, che raccoglie i discorsi dei politici italiani da Cavour (la separazione tra Stato e Chiesa nel 1861) a Berlusconi (la “discesa in campo” del 1996), Parole al potere. Discorsi politici italiani (Rizzoli), Gabriele Pedullà sottolinea come l’irrompere sulla scena politica del nostro paese di questo laureato in Giurisprudenza, ex segretario della Unione goliardica italiana, nato a Teramo nel 1930, sia l’effetto di una serie di “scelte stilistiche”. Pedullà identifica nella figura del paradosso il primo aspetto linguistico del leader radicale, sino all’uso estensivo di termini tecnici mutuati da vari contesti e introdotti nel discorso politico (ad esempio, “abrogare”). Ma è sempre nel corpo che tutto questo trovava una realizzazione e persino una moltiplicazione. Nei confronti degli abatini della politica, per dirla con Brera, come Moro o Andreotti, Pannella occupa con la sua persona fisica gli spazi della discussione pubblica. Anche l’uso della sigaretta, allora non proibita nelle tribune politiche, quel particolare modo di “impugnarla”, di farla sentire come un piacere, e insieme un vizio, funzionava nel campo corporale, sia in televisione sia nelle piazze; per tacere della successiva esibizione dell’uso di droghe leggere, quelle sì proibite, e delle campagne per la loro liberalizzazione. Là dove De Gasperi e Togliatti sembravano dei professori universitari, e indossavano occhiali d’epoca, Pannella appariva un irriverente ragazzaccio, l’ex membro, appunto, di una associazione di goliardi. Parte della sua provocazione proveniva da lì, da atteggiamenti, linguaggi e ritualità che affondano nella tradizione studentesca medievale: l’essere irriverente, provocatorio, ma mai volgare. La parolaccia cadeva sempre come una rottura del contesto, un altro modo per rimarcare, come dice Pedullà, il “noi” e il “loro”. “Loro” sono tutte le forze politiche, esclusi i radicali. Una partizione che non è tanto quella di amico-nemico, ma di inclusione ed esclusione. Lui per primo ha costruito questo modello, che poi è stato replicato dalla Lega, che tanto deve ai radicali; così che il Bossi delle prime esperienze politiche è un Pannella nordico, anche lui ex studente, seppur mai laureato. Là dove il capo dei separatisti del Nord è una sorta di vitellone felliniano, come in una memorabile foto di Ferdinando Scianna del 1991, il leader radicale è invece un guascone che combatte contro “loro”.

 

Neppure i diritti civili, per cui Pannella ha lottato, sono una sua invenzione. Ha riusato cose che erano già nell’aria da decenni, in particolare nei paesi nordici, ma che nella Italia sessuofobica e cattolica suonavano come una straordinaria novità, e incontravano il plauso della borghesia illuminata, dei ceti avanzati del Nord, delle giovani generazioni. Pannella ha incarnato per molto tempo questa fisicità giovanile, con la sua baldanza, la sua capacità di provocare, una novità nella palude dei democristiani e dei comunisti, tutto sommato rimasti sovietici nelle posture, nei gesti, nella retorica, e anche nella vita privata. Contro il calvinismo comunista Pannella ha portato in parlamento Cicciolina, e ha fatto del suo corpo, e dei vari personaggi di cui si è circondato, un segno politico innovativo. Ha ripensato lo scandalo del sessantotto, di cui si è alimentato anche Pier Paolo Pasolini nonostante il suo diniego, in chiave comunicativa, televisiva prima di tutto.

 

La televisione è all’origine del fenomeno-Pannella, per quanto, come tutti i leader del passato, sia stato prodigo di sé, comparendo in pubblico, nelle sale di città piccole o grandi, parlando sulle piazze di paese e nei quartieri. In effetti, anche Berlinguer percorreva ogni anno migliaia di chilometri per parlare ai comunisti e a tutti gli altri, ma Pannella aveva qualcosa di più e di diverso. Anche l’immagine mai censurata, o abrogata, di una figura che promanava un fascino persino sessuale, del tutto assente negli altri uomini pubblici del Paese, serviva ad alimentare la leggenda di Pannella e della sua vita pubblica e privata. La liberazione sessuale del Sessantotto, della rivolta studentesca e del femminismo, ha trovato in lui un interprete perfetto, carico di quella virilità esibita, senza mai essere eccessiva o totalizzante. Ha perciò ragione Pedullà quando nel capitolo dedicato a Pannella della sua antologia scrive che mai sino ad allora il corpo era entrato con tanta forza nella comunicazione politica del dopoguerra. Craxi e Berlusconi hanno imparato da lui, in forme e modi differenti, eppure convergenti verso quella esibizione del corpo che, dopo Mussolini, era mancata alla scena politica italiana.

 

L’oratoria politica non è stata la forza di Pannella, anche se sapeva parlare e argomentare, ma sempre con effetti icastici, a slogan, con gesti e posture, da attore. Dice bene Pedullà quando sottolinea che Pannella ha fatto proprio il vecchio adagio secondo cui una sola immagine (e il corpo è anche immagine!) varrebbe duemila parole. E per dimostrarlo, nel libro che raccoglie i discorsi dei grandi leader dall’Unità d’Italia sino al Berlusca, mette non un testo bensì un’immagine topica di Marco Pannella. Si tratta della Tribuna elettorale del 18 maggio 1978. Si mostra in televisione imbavagliato per venticinque lunghissimi minuti. Quasi un record. Vuole protestare contro il silenzio della televisione di Stato, la Rai, sui referendum riguardanti l’ordine pubblico e il finanziamento dei partiti. Un cartello indossato – quasi un tazebao sessantottino – su cui è scritto: “Contro il popolo BAVAGLIO ai REFERENDUM! cittadini! difendete subito i vostri DIRITTI!”. Il corpo è un’immagine, il corpo è un cartello, il corpo è sovrascritto. E poi quel bavaglio con i suoi innumerevoli significati. C’è Goya con i disastri della guerra, c’è la lotta politica degli anni Cinquanta, ci sono gli studenti americani della California, c’è un continuo rimando a qualcosa che è significato dallo scritto a mano, dal punto interrogativo rimarcato con il pennarello. C’è la parola “popolo”, che viene da lontano, dalla Rivoluzione francese, e arriva sino ai populismi attuali che Pannella anticipa in vari modi. Possiamo dire che le politiche corporali degli anni novanta e duemila discendono da lui. Non solo Craxi, Bossi, Berlusconi, ma anche Salvini con le sue felpe da studente universitario o sportivo. Una continua reinvenzione.

 

Provate voi oggi a tenere acceso per venticinque minuti uno schermo televisivo in cui non si dice nulla, in cui non si parla di nulla. Perché lì parlava il corpo. Ed è detto tutto.

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