Il Museo delle miniere di zinco

Peter Zumthor

È il 1994 quando la Norvegian Public Roads Administration elabora un programma di finanziamenti volto alla valorizzazione di alcuni percorsi stradali selezionati all’interno del territorio norvegese per il loro articolarsi all’interno di un contesto dall’elevato fascino paesaggistico. Si tratta di un programma dalla durata ventennale: entro il 2024, saranno 250 le strade lungo le quali i luoghi più interessanti dal punto di vista paesaggistico e culturale saranno evidenziati e caratterizzati da una serie di interventi di arte, design e architettura. Un programma che opera nel lungo periodo e che oggi conta 18 itinerari che coprono una distanza di 2.151 chilometri e lungo i quali numerosi interventi permettono di apprezzare in modo tangibile paesaggi, luoghi, culture e specificità locali. 

 

 

Si tratta di interventi puntuali, a volte anche minuti, piccole “perle” sparse nel territorio che esprimono diverse culture del progetto eppure programmati all’interno di una rete pensata a carattere nazionale. Il programma ha generato nel corso degli anni una serie di positive sinergie: numerosi cittadini hanno commissionato piccole strutture ricettive lungo i percorsi; le aziende produttive locali hanno cooperato con gli enti per il finanziamento degli interventi e i cittadini dediti ad attività artigianali sono stati coinvolti all’interno della rete nazionale. Il programma ha in tal modo permesso la riattivazione delle microeconomie locali a beneficio sia di aziende che di abitanti.

Sotto un profilo delle culture del progetto sono stati coinvolti architetti, artisti e designer norvegesi – dagli studi più affermati a quelli più giovani – garantendo in tal modo una pluralità di espressione generazionale ad eccezione dei progetti del Steilneset Minnersted – un memoriale che commemora 91 persone (77 delle quali donne) processate per stregoneria e mandate al rogo nel 1621 – affidato a Louise Bourgeois e del Museo delle miniere di zinco progettato da Peter Zumthor.

Un programma ambizioso che segnala un caso nella contemporaneità in cui gli elementi sovrastrutturali di una comunità – l’arte, la cultura e l’architettura – sono considerati come un patrimonio trainante nel panorama culturale, umano ed economico di riferimento e aspirano a rappresentarlo. Un programma che, nel corso dell’inedita crisi che stiamo attraversando, vale la pena ricordare in quanto esempio che porta con sé soluzioni produttive e trasformative in grado di legare elementi, sentimenti, comunità e culture progettuali.

 

 

In questo contesto, il Museo delle miniere di Zinco progettato da Zumthor assume una posizione centrale per le capacità di intrattenere profonde relazioni con le specificità culturali del territorio riuscendo a valorizzarne le peculiarità, sia fisiche che immateriali.

Costruito in prossimità delle miniere di estrazione dello zinco abbandonate nel 1899, l’intervento è costituito da quattro piccoli padiglioni distinti in base alle diverse funzioni – un museo, una caffetteria, i servizi – che punteggiano un paesaggio caratterizzato da ripide pareti di granito e grandi foreste di conifere. Si tratta di semplici volumi costituiti da pannelli in multistrato dipinti di nero e retti da trame strutturali in legno; piccoli padiglioni, ora sospesi nel paesaggio grazie alle strutture lignee che si adattano alle diverse conformazioni del territorio, ora costruiti a ridosso delle murature di granito e a sbalzo sugli strapiombi, ora collocati sul piano stradale. 

 

 

Sotto un profilo costruttivo i padiglioni che si basano sulla scomposizione tra elementi portanti e involucro evocano le case su palafitte rorbu tipiche delle Lofoten e si inscrivono all’interno della lunga storia del Novecento di costruzioni in legno tipiche della cultura architettonica norvegese. Nell’insieme, l’intervento porta alla memoria la fragile e mobile immagine delle sperimentazioni architettoniche di John Hejduk, architetto presso cui Zumthor si è formato. Spetta ai materiali utilizzati e alle atmosfere del museo evocare le vecchie miniere: il legno era utilizzato per realizzare la piattaforma da cui si lanciavano i massi estratti per frantumarli; lo zinco caratterizza infissi, porte e coperture; mentre l’oscurità degli ambienti interni e il trattamento delle relative pareti rivestite con tele di iuta ricreano l’atmosfera delle gallerie minerarie per esporre gli oggetti materiali utilizzati dagli operai. In effetti, come afferma Zumthor, “i dettagli, quando riescono felicemente non sono una decorazione: non distraggono, non intrattengono, ma inducono alla comprensione del tutto, alla cui essenza necessariamente appartengono”.

 

 

Gli edifici che compongono il Museo risuonano in chiave contemporanea le memorie della semplicità, della fragilità, dell’umiltà delle civiltà che abitavano quei luoghi nel corso dell’ottocento e insieme incarnano nel paesaggio ciò che attraversa l’intera produzione di Zumthor: “la possibilità di progettare delle costruzioni che nel corso del tempo entrano in simbiosi naturale con la conformazione e la storia del loro luogo”. 

Non stupisce dunque che nella fitta trama dei riferimenti che Zumthor si è costruito nel corso del tempo, trovino spazio privilegiato il principio dell’esattezza di Le lezioni americane di Italo Calvino; le opere di Joseph Beuys che effettua un “impiego preciso e sensuale dei materiali che sembra attingere da antiche conoscenze [...] e rivela l’essenza autentica, affrancata da ogni significazione culturalmente determinata di questi materiali”; piuttosto che il libro sul vedere di John Berger: “attorno all’opera, posta al centro, deve essere dispiegato a raggiera un sistema di approccio, in modo da poter considerare l’opera contemporaneamente sotto aspetti diversi: storicamente, esteticamente, funzionalmente, quotidianamente, personalmente, appassionatamente”. 

In effetti, per Zumthor, l’architettura “non è messaggio, né segno, bensì involucro e sfondo della vita che scorre” e con essa non può che intrattenere un rapporto squisitamente corporeo.

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