Il paese più bello del mondo

Il paese più bello del mondo insieme al “paese dei mille campanili” sono espressioni ben conosciute per definire l’Italia nelle sue bellezze e nella sua straordinaria varietà.

La prima è anche il titolo del volume di Alberto Saibene (UTET 2019); un libro minuziosamente documentato in cui si ripercorre, a partire dalla genesi del movimento ambientalista nel nostro paese, la storia della nascita del Fai (Fondo ambiente italiano) e del suo progressivo affermarsi fino ai giorni nostri.

Una storia che per gran parte è quella di un’impresa portata avanti da un manipolo di intellettuali sensibili, sognatori quanto lungimiranti e da una ristretta cerchia di influenti personalità della più ricca e illuminata borghesia.

In un caso come nell’altro Saibene ci racconta la storia di un’impresa sognata, voluta e realizzata sostanzialmente da ristrette aristocrazie sociali – nel senso nobile del termine – per le quali la progressiva erosione e distruzione di gran parte di ciò che rendeva il nostro il Paese più bello del mondo, a partire dal secondo dopoguerra, appariva via via inaccettabile.

 

Foto di Dario Fusaro, 2008, © Fai, Fondo ambiente italiano.


Un momento fondamentale per comprendere questo viaggio è il 1984, anno di questo percorso già “maturo”, ma nel quale il Fai – costituito formalmente nove anni prima – e ancora con soli 1500 iscritti si avvia a “diventare grande” nella presenza nella società italiana e nella consapevolezza di tutti. In quell’anno il Fai acquisisce infatti la proprietà di San Fruttuoso, “un luogo di una bellezza incomparabile, perfetta fusione tra arte e natura” secondo le parole di Alberto Saibene. Un momento fondamentale perché quell’acquisizione evidenzia un salto di qualità nella presenza del Fai ma anche perché in questa fusione di cui scrive l’autore sta in fondo la bellezza del paesaggio e dell’ambiente che quel manipolo di volontari e sensibili sognatori si erano prefissi di proteggere e valorizzare nell’interesse di tutti; una bellezza dove geografia e storia erano un tutt’uno, dove l’umano era altrettanto importante del naturale e ad esso strettamente abbracciato. È con l’acquisizione dell’area di San Fruttuoso che quell’idea di bellezza e il ruolo del Fai cominciano a diventare ed essere un patrimonio comune più allargato.

 

Foto di Matteo Girola, 18/5/2017, © Fai, Fondo ambiente italiano.


Di quel manipolo di illuminati, su tutti, nel libro come nella storia, emergono per ruolo e importanza le figure di Antonio Cederna, Elena Croce, Renato Buzzoni, Giulia Maria Crespi, ma sono moltissimi i nomi e le vicende umane che Saibene segue quasi capillarmente nella loro azione sull’origine e l’affermazione del Fai. Lungo questo percorso, lungo, contrastato e contraddittorio, emerge anche il lento affermarsi della consapevolezza della bellezza dell’ambiente e del paesaggio nazionale come patrimonio collettivo.

 Oggi questa consapevolezza sta forse diventando nella coscienza di ognuno, più o meno sopito, più o meno evidente, un diritto che meglio ci definisce nella nostra appartenenza a una compiuta “cittadinanza umana” ancor prima che italiana.

 

Foto di Paolo Barcucci, 2015, © Fai, Fondo ambiente italiano.


Se oggi, retrospettivamente possiamo dire che è andata così, allora la storia del Fai diventa inevitabilmente anche un pezzo della nostra storia oltre che quella delle vicende umane dei “padri fondatori”. Ed è qui che sta forse il merito maggiore del Paese più bello del mondo

Perché se Saibene segue meticolosamente le vicende di un ristretto cenacolo e delle loro relazioni sociali, nel libro, sullo sfondo, appena tratteggiata ma pur densa e evidente nella sua presenza, traspare la società italiana nel suo risveglio affannato e affamato del primo dopoguerra, il suo agitarsi negli anni della vorticosa ricostruzione, per risalire a quelli del primo boom economico, a quelli della ricerca e della conquista del benessere e infine a quelli della nostra attuale modernità. È come una foto panoramica in negativo della società italiana che attraversa cinque decenni.

 

1977, © Fai, Fondo ambiente italiano.


La società italiana cambia e si trasforma radicalmente attraverso profondi mutamenti economici, demografici, ambientali, sociali. A fine anni settanta l’Italia è un paese profondamente diverso da quello di tre decenni precedenti, se ne è andata una generazione – non una qualunque, ma quella che aveva fatto da cerniera tra la modernità e il mondo della tradizione – il tessuto economico, a chiazze, è diventato accentuatamente industriale, la rete autostradale è stata completata, le città enormemente ingrandite, caotiche, con periferie imbruttite, il sud e tutte le aree interne drammaticamente spopolate. Non sembra forse una foto fish eye in negativo che si adatta ancora più o meno perfettamente ai nostri giorni? Nulla è sostanzialmente mutato nell’ambiente e nel paesaggio.

Probabilmente, è invece mutato molto nella consapevolezza comune il valore della bellezza residua presente nel nostro paese. Gli investimenti culturali di successo che negli ultimi lustri hanno visto protagoniste diverse città italiane e distretti territoriali sono elementi evidenti di una mutata condizione e segnano una pagina nuova e attuale del nostro rapporto con il patrimonio culturale – materiale e immateriale – che ci appartiene. 


È probabilmente su questa direzione che il nostro paese – tra i più ricchi, se non il più ricco in patrimonio culturale – potrà guidare con relative certezze almeno parte del proprio futuro.

Di questa consapevolezza e di questo percorso il Fai, i suoi uomini e le sue donne, ne sono stati protagonisti, in qualche modo attori principali.

 

Domani 17 novembre 2019 alla Triennale di Milano, in occasione di Bookcity, Giovanni Agosti, Andrea Carandini e Alberto Saibene presenteranno il libro Il paese più bello del mondo, UTET, 2019.

Foto di Renato Bazzoni, 1977, © Fai, Fondo ambiente italiano.

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