MICHELANGELO PISTOLETTO. Nel primo paradiso, la condizione degli esseri umani primordiali non conosceva la sofferenza che deriva dal desiderio di comprendere e dal dovere di scegliere. Dal momento che non erano stati gli uomini a concepirla, la creazione dell’Eden fu attribuita a un dio onnipotente. Mentre invece il creatore del secondo paradiso è l’umanità stessa. Essa, grazie all'autonomia acquisita con la conoscenza, ha finito per esercitare sul mondo un potere di una efficacia tale da mettere il mondo stesso in pericolo. Un potere la cui potenza distruttiva contraddice l’idea stessa di paradiso. Se è evidente che non possiamo tornare indietro, allo stadio del primo paradiso, è altrettanto chiaro che bisogna assolutamente superare lo stadio del secondo. E diventare i giardinieri del Terzo Paradiso, che ci accompagna nell’era della responsabilità, mettendo a profitto l’età della conoscenza. Il termine “paradiso” deriva dall’antico persiano Paraidaeza e significa “giardino protetto”. Protetto dai venti del deserto, nella natura arida della Persia, dove bisognava avere la volontà e la capacità di sopravvivere.

 

EDGAR MORIN. Se il termine “paradiso” ha un senso originario che è il giardino, poiché era il giardino dell’Eden, è evidente che la storia ha interamente trasfigurato il tema, dando ad esso il significato di un mondo meraviglioso dove non vi sono conflitti, dove si vive nell’armonia, addirittura nell’eternità! Allora, per me, quando lei parla di terzo paradiso, penso che non ce n’è stato nemmeno un secondo, che probabilmente non ve ne è stato neanche un primo! Non credo alla Bibbia. Una cosa sola su questo aspetto potrebbe essere interessante – anche se si tratta qui soltanto di speculazioni di antropologi che hanno studiato la questione delle società che hanno preceduto la nostra specie e che chiamiamo ominidi –, ed è che ad un certo momento vi erano società abbastanza libertarie in cui gli individui erano in rapporti debolmente conflittuali e al tempo stesso cooperativi. Forse è questa l’epoca che era non tanto paradisiaca, quanto la più vicina ad una armonia sociale. Quel che credo è che, se prendiamo le società umane che precedono le civiltà storiche – ad esempio le piccole società arcaiche di cacciatori-raccoglitori, di qualche centinaio di individui –, sono anche società comunitarie e dunque solidali. Società che non conoscevano la schiavitù. Ovviamente, vi è spesso il dominio degli uomini sulle donne, ma sono società che hanno un senso della solidarietà e del ritmo della vita che abbiamo perduto, cosa che molti etnologi constatano quando esaminano quel che resta delle società amazzoniche. Ma che cosa è accaduto con la Storia? Con la Storia sono apparse società con degli Stati, città, villaggi, un esercito, una religione, schiavitù, guerre, ecc., che hanno generato in effetti molta oppressione, molte sventure, molte costrizioni. E l’oppressione, la sventura, hanno suscitato l’aspirazione a una vita migliore, a una vita dove si potrebbe godere della realizzazione personale, di un “io”, e nello stesso tempo della fraternità e della solidarietà di un “noi”. Tale aspirazione è esistita nelle rivolte di schiavi come quella di Spartaco nell’Antichità. E tale aspirazione si è manifestata nelle religioni monoteiste che hanno inventato il paradiso. Il cristianesimo ha inventato il paradiso che è stato ripreso dall’islam. Ma è un paradiso celeste. E poi, nel secolo scorso, il comunismo è stato una religione che prometteva il paradiso sulla terra. Dunque, il problema permanente dell’umanità è di poter sfuggire alla sventura, all’oppressione, alla mutilazione di sé. Come creare non tanto il migliore dei mondi, ma un mondo migliore, cosa che secondo me non è impossibile. D’altronde, condivido la sua aspirazione, ma è il termine “paradiso” che mi disturba perché è troppo idealizzante.

 

 

M. P. È vero che il termine è troppo idealizzante, ma ha il vantaggio di essere compreso dalla maggioranza delle persone, di toccare l’animo di ognuno. Se consideriamo l’individuo nella sua relazione con la società, constatiamo che esso è stato plasmato dalla società stessa, e si trova a essere condizionato dalla cultura che ha ereditato. Le religioni – soprattutto quelle che si fondano sulla Bibbia o vi si riferiscono – hanno così configurato lo spirito collettivo degli individui nel corso dei secoli. Di conseguenza, sono convinto che un vero cambiamento della società possa avvenire solo a condizione di una reale trasformazione della cultura spirituale. Sarebbe vano pensare che un cambiamento del genere possa prodursi in modo improvviso, in rottura con quel lungo passato. Personalmente non aderisco ai sistemi di pensiero che si fondano sulla Bibbia. Il libro della Genesi narra di esseri umani soggetti alla volontà divina nel giardino dell’Eden, i quali arrivano a conquistare l’autonomia grazie alla conoscenza del bene e del male. Ma c’è davvero bisogno della Bibbia per constatare che l’umanità si è staccata dallo stato di natura nel quale era un tempo integrata, e se ne è affrancata sviluppando quel mondo artificiale che oggi è diventato totalizzante? Mi sembra di sì, in quanto è proprio in quel testo che si fa menzione del passaggio da uno stadio a un altro, dall’incoscienza primordiale alla conoscenza. Mi pare inoltre che, allo stesso modo, ci troviamo oggi alla vigilia di un altro passaggio che dovrà farci accedere, questa volta, alla responsabilità. 

 

E. M. Tutta la storia della civiltà occidentale è stata volta alla conquista di un benessere materiale e tecnico, e questo benessere materiale non ha portato un benessere morale e psicologico. È per questo motivo che ho apprezzato molto l’espressione proveniente dall’America latina – tanto da Evo Morales quanto da Raphael Correa – che si riferisce al ben vivere. Lei utilizza il termine “paradiso”. Io, invece, dico “il ben vivere”. Il fatto è che viviamo molto male per ragioni che richiameremo più tardi. Il vero problema oggi è vivere bene. Per me il termine “paradiso” resta troppo carico di un contenuto euforico, di un contenuto felice, di un contenuto meraviglioso. E anche in ciò che lei chiama il secondo paradiso, dove la tecnica ha voluto dominare la natura insomma, la situazione è stata terribile per l’umanità perché, da quando è cominciata l’industrializzazione, si sono cacciati i contadini dalla terra. Sono stati obbligati a lavorare nelle città in condizioni spaventose. Direi che il secondo paradiso è stato un inferno. 

 

M.P. Sarebbe opportuno riesaminare come è avvenuta la crescita. Come la tecnologia, la scoperta del carbone, la scoperta del petrolio, la scoperta dell’elettricità, come tutto ciò che è stato concepito per essere così meraviglioso ci ha poi condotti al punto in cui ci troviamo…

 

E.M. Ci siamo in effetti accorti che i mezzi che erano stati concepiti per emancipare l’umanità potevano permettere di asservirla. Le macchine non sono servite soltanto a dominare le energie materiali, ma ad addomesticare gli umani. Quindi, per me, tutta l’epoca industriale è un’epoca che ha aspetti positivi e aspetti molto negativi. 

 

M.P. Viviamo oggi in una sorta di parossismo. Una vera e propria schizofrenia si è impadronita delle nostre società più sviluppate, dove la crescita di ricchezze è divenuta iperbolica e indecente. Nel suo Manifesto per la felicità, apparso nel 2010, il politologo Stefano Bartolini tenta di capire perché tali società, quando si trovano statisticamente nell’abbondanza, si caratterizzino per l’assenza di felicità, la disgregazione dei legami sociali, l'agitarsi febbrile fonte di stress, la crisi della stima di sé. Lo sviluppo prodigioso del processo consumistico nel corso degli ultimi cinquant’anni è andato di pari passo con un crescendo di insoddisfazione diffusa, di angoscia, di depressione e di comportamenti conflittuali, facendo dell’Homo oeconomicus un individuo dall’etica svuotata e dalla generosità svilita. Bartolini spiega chiaramente che, in un simile contesto, il consumo dei beni di mercato diventa tanto più necessario quanto più i beni liberi, cioè gratuiti, diminuiscono, come le relazioni umane o l’aria non inquinata, ad esempio. Facendo riferimento agli studi e alle ricerche più avanzate nel campo dell'urbanistica, dell'educazione, della sanità, dell'organizzazione del lavoro e della democrazia, propone un insieme di politiche che dovrebbe permettere il passaggio da una società del “ben-avere” a una società del “ben-essere”. Una triplice sfida: la crisi economica mondiale, la sicurezza energetica e il cambiamento climatico. E mi riallaccio anche al concetto di Terzo Paesaggio, elaborato da Gilles Clement, che ci porta a ripensare il nostro rapporto con il giardino planetario nel quale viviamo. Come lei può vedere, siamo sul cammino di un Terzo Paradiso… 

E.M. Da parte mia, ho persino abbandonato l’idea di ben-essere perché questa è inquinata, in Occidente, dal suo lato materiale. Attualmente, come ho ricordato poco fa, parlo del ben vivere. Adesso la questione è sapere come uscire dalla situazione attuale. È un problema molto difficile. Perché? Perché il corso della globalizzazione – vale a dire della storia umana planetaria attuale – è un corso molto ambiguo, nel quale lo sviluppo scientifico non è controllato. Il che fa sì che non si produca solamente energia nucleare di morte, come le bombe atomiche, ma anche manipolazioni genetiche di ogni tipo. La tecnica non è controllata. Si possono manipolare gli esseri umani mediante la tecnica. L’economia non è controllata. Questa economia che chiamano liberista produce crisi e sventure. La civiltà distrugge la natura, la biosfera. E anche in questo caso non si riesce a controllare la distruzione. Dunque, si va verso processi di distruzione e di decomposizione che richiedono un cambiamento di strada. Per me non siamo in un‘epoca in cui si debba ancora sognare di poter passare a un terzo stadio. Quello che lei chiama il terzo paradiso, io lo chiamo la metamorfosi. Direi che la forma attuale della società è inadeguata. Beninteso, non sono favorevole alla soppressione delle nazioni, ma penso che si dovrebbe creare una società mondiale che inglobasse le nazioni. Questa società non esiste ancora e necessita di molta creatività. Che si tratti di creatività umana, o ancora di ciò che possiamo chiamare la creatività biologica, vivente, quella che ha permesso, ad esempio, che nel corso della storia dei viventi gli animali inventassero le zampe, le ali, le pinne, e ancora la milza, il fegato, il cervello. La natura è davvero creativa. È nel solco di questa creatività che l’uomo arriva a sua volta a creare, nell’arte, la musica, l’invenzione … 

 

M. P. La scienza anziché tendere a portare l’uomo fuori dalla natura, deve ora adoprarsi affinché si instaurino nuovi rapporti tra umanità e natura… Questo è il lavoro che ci attende! Un compito che in quanto artista non posso attuare da solo. Da solo, posso produrre un lavoro che potrà essere venduto, che potrà acquistare un valore … Ma questo valore, inteso in senso individuale, non m’interessa più, non mi soddisfa più. Ciò che mi interessa ormai, ciò su cui lavoro, è la creazione di valori comuni. Questa creazione deve necessariamente basarsi su una proposta che dobbiamo costruire tutti insieme, poco a poco, in comunione. Se il comunismo è fallito è perché non era fondato sulla comunione.

 

 


E. M. Assistiamo al trionfo dell’economia detta neoliberista, che è giunta a presentarsi come una scienza quando invece non è che un’ideologia, proprio come il comunismo. Questa pseudo-scienza ha favorito il dominio di un capitalismo speculativo e finanziario. Cosa controlla il mondo oggi? È questo capitalismo e il fanatismo religioso. Da ciò nascono le nostre enormi difficoltà.

 

M. P. Siamo in un momento in cui occorre assumersi delle responsabilità. Ma dobbiamo assumerle a partire dalla nostra creatività, dirigendola verso un impegno sia politico che spirituale. 

 

E. M. Sì. Ma anche a partire dalla nostra coscienza, perché occorre prendere coscienza di tutti gli errori che sono stati commessi.

 

M. P. Esattamente. È proprio per questo che parlo di creatività. E della necessità, per gli artisti, di mettere in gioco la loro ispirazione. Dell’urgenza, per gli artisti, di mettere in gioco la loro libertà individuale e di trasformarla in responsabilità collettiva. E di conseguenza, suscitare profondi cambiamenti nella società. 

 

E. M. Non solo per gli artisti … Anche per gli intellettuali e per i politici. Oggi il mondo intellettuale è moribondo. Perché? Perché questo mondo vive con idee sterilizzate, con idee compartimentate. Ed anche per la ragione che attraversiamo un periodo di crisi della conoscenza. Corriamo verso la catastrofe perché siamo vittime di tutti quei pensieri puramente astratti, formali, illusori, di tutti quei calcoli dei tecnocrati e degli economisti, del calcolo della crescita, di quello del PIL, ecc. Si crede soltanto a una conoscenza fondata sul calcolo, sulle cifre, dimenticando che le cifre non rendono assolutamente conto della realtà umana che è fatta di sofferenza, di amore, di poesia. C’è dunque una grande necessità di pensare che questo mondo va male, che questo mondo pensa male e che questo mondo conosce male. Non basta denunciare, bisogna enunciare, proprio come lei ha appena fatto. E ci occorre proporre.

 

M. P. Religione, politica, organizzazione sociale sono parte della cultura. Ma gli uomini si sono sempre uccisi tra loro. Si sono sempre fatti la guerra. Si è sempre tornati, e si sta tornando, a un uso del sapere che tende a favorire un potere distruttivo. Occorre che gli artisti, gli intellettuali parlino e lavorino con la gente e che, attraverso una cultura responsabile, giungano a cambiare i sistemi della politica. Ma è necessario cominciare dalla spiritualità, che resta ancora monopolio delle religioni.

 

E. M. È questo un problema sociale fondamentale. Viviamo in una società in cui i rapporti di gerarchia, di dominio e di padronanza divengono fenomeni senza contrappeso, dove la democrazia è molto debole e molto impotente, dove gli elettori non controllano gli eletti, ecc. Viviamo una crisi della nostra civiltà occidentale e, nello stesso tempo, siamo in un’epoca in cui crediamo che esportando la nostra civiltà occidentale verso il resto del mondo – lo si chiami sviluppo o globalizzazione –, faremo così la felicità dell’umanità, mentre invece le portiamo come soluzione il problema che non riusciamo a risolvere. Bisogna prendere coscienza che siamo in uno stato di grande difficoltà e che si devono ripensare le cose. Questo è il grande problema. E, beninteso, dovremo essere creativi. 

 

M. P. Da un lato un’accumulazione insensata e, dall’altro, l’esclusione di gran parte dell’umanità dai beni primari. Ecco cosa sta accadendo.

 

E. M. È appunto questo quel che critichiamo, che denunciamo. Il vero problema è che delle forze cieche sono messe in moto da persone che non sono consapevoli o che sono irresponsabili. E io non parlo soltanto dei gruppi finanziari e dei traders, parlo anche di tutti i fanatici religiosi di tutte le religioni. Sono completamente incoscienti e irresponsabili. Sono loro quelli che creano le guerre civili. Noi viviamo in un mondo in cui la follia è più importante. L’essere umano non è solo Homo sapiens, non è solo un essere ragionevole, è anche Homo demens. È capace di follia per natura. 

 

M. P. Nel suo ultimo saggio sull’educazione, Insegnare a vivere, lei parla della necessità di prendere coscienza di ciò che è umano, di ciò che fa l’umano. Anche il mio impegno è diretto verso questa finalità. 

 

E. M. L’umano è un essere assolutamente complesso che non possiamo ridurre dicendo che è buono o cattivo. È capace di tutto. Gli umani sono capaci di cambiare a seconda delle condizioni vissute. Vi sono degli individui che diventano carnefici perché la Storia li trasforma in carnefici. Noi subiamo tutta la follia umana. Ed è contro questo che dobbiamo lottare, anche se la lotta è piuttosto difficile. Infatti, per cambiare le cose, bisogna anche avere una diagnosi sull’umano, su ciò che è umano, sulla sua complessità. Così come bisogna avere una diagnosi sulla globalizzazione. Constatare che non si tratta solo di un fenomeno positivo, generatore di benessere, ma che è anche qualcosa che distrugge il pianeta e che crea disuguaglianze incommensurabili. Viviamo in un’epoca nella quale siamo obbligati a riflettere, ma sfortunatamente sono attivi tutti i meccanismi per impedire alla gente di riflettere. Vediamo soltanto degli esperti che sciorinano informazioni specializzate, e il tempo della riflessione non esiste più! Siamo condotti senza riflettere in una folle corsa e andiamo verso la catastrofe.

 

M. P. Come ripensare l’educazione? Lei pone una domanda fondamentale, interrogandosi su cosa sia un essere umano. Bisogna che i bambini si rendano conto di cosa è un essere umano. Ma non si parla mai di questo ai bambini.

 

E. M. La scuola non parla mai dell’umano … 

 

M. P. Da parte mia, ritengo che un lavoro efficace sull’educazione abbia il dovere di mettere in opera dei principi attivi in grado di produrre risultati pratici, prendendo in considerazione tale complessità e tali contraddizioni. Nel mio manifesto Ominiteismo e demopraxia, ho elaborato il teorema della “Trinamica”. Sono convinto che possa essere utilizzato vantaggiosamente sotto diversi aspetti, in particolare nel campo dell’educazione. La Trinamica è la dinamica del numero 3. È la combinazione di due unità, che dà vita a una terza unità distinta e inedita. Il fenomeno trinamico avviene in chimica e in fisica, o in molti altri ambiti ancora. Constatiamo, infatti, che l’unione o la congiunzione, la connessione, l’interazione, la fusione di due elementi – per quanto semplici o complessi possano essere, come due cellule o due esseri umani – fa nascere un terzo elemento, distinto dai primi due. Esso costituisce, in sé, una creazione. Che accada per una combinazione fortuita oppure che sia stata voluta, che concerna la fisiologia dei corpi o la vita in società, nelle sue dimensioni culturali o politiche, economiche o religiose, il fenomeno della creazione si verifica e produce l'esistente … Così ci troviamo oggi, ad esempio, di fronte a due società di diverso tipo: le une soffrono di un eccesso di individualismo, le altre soffrono di un eccesso di comunitarismo. Considerare e mettere in relazione queste due realtà può così generare una realtà nuova, inedita.

 

 


La Trinamica consente di risolvere queste tensioni, basandosi sul concetto di dualità che appartiene non soltanto all’individuo stesso, ma a tutti i rapporti umani che formano il contesto sociale, dal momento che due persone formano già di per sè una società … Siamo sempre uno di fronte all' altro! … Considerare un rapporto duale fra sé e il mondo permette di pensare questo rapporto in modo nuovo, poiché la Trinamica lo fonda sulla creazione. A Cittadellarte, abbiamo istituito UNIDEE, Università delle Idee, che permette ai giovani – soprattutto ai giovani artisti – di affrontare le problematiche della società attraverso l'impegno dell'Arte. Di conseguenza, non si tratta più di arte per l'arte, ma di un'arte che unisce l’etica all'estetica. L’estetica da sola non basta più, bisogna unirla all’etica. Ormai è necessario che l’estetica sia in grado di proporre un cambiamento etico. Un’estetica etica, in qualche modo … 

 

E. M. Il futuro, in effetti, si può sperimentare solo attraverso dei tentativi dove si cerca di vedere in modo pratico la relazione tra le opere o i lavori di artisti e la società nella quale essi si trovano. Oggi le grandi iniziative non vengono né dal mondo politico né dal mondo intellettuale, vengono un po’ dappertutto … Da un progetto ambizioso come pure da numerose iniziative, a volte modeste, come quei tentativi di agro-ecologia – ne esistono in Italia e in Francia –, dove l’obiettivo è produrre alimenti molto più sani rispetto a quelli dell’agricoltura industriale … O ancora tentativi ecologici specifici per disinquinare un fiume, un lago, ecc. Esistono nel mondo molteplici iniziative per preparare un futuro, ma queste iniziative sono disperse e, beninteso, lei ha ragione nel dire che occorre che siano collegate le une alle altre … 

 

M. P. Non solo lo dico, ma mi impegno anche a far sì che tutte queste iniziative, tutti questi diversi progetti siano effettivamente connessi gli uni agli altri. Una delle azioni di Cittadellarte è consistita soprattutto, fin dal 2003, nel procedere al censimento di tutte quelle iniziative e di tutti quei progetti impegnati nella pratica del cambiamento della società. Così, si è potuta redigere una “Geografia della trasformazione”, che segnala sulla mappa del mondo i luoghi di tutti questi progetti e di tutte queste iniziative, nell'ambito di ogni settore al quale appartengono. Abbiamo raccolto, per ognuno di essi, tutte le informazioni e i dettagli utili affinché fosse possibile valutarli in tutta la loro portata. E per quanto è possibile farlo, stabiliamo dei legami con i responsabili di tali iniziative, con gli artigiani di quei progetti. Oggi ne contiamo più di settecento! Alcuni di questi progetti sono assolutamente straordinari. Ho tuttavia l’impressione che non si conoscano abbastanza, altrimenti, mi pare, saremmo molti di più a impegnarci e a sostenerli, dal momento che le persone nutrono in sé un vero e proprio desiderio di cambiamento. È nostro dovere diffondere la conoscenza di tali progetti e indispensabile che diventino materia di studio all’Università. Questa è di primaria importanza.

 

E. M. Assolutamente. Ma, purtroppo, l’Università oggi sta per cadere sotto l’egida dell’economia di mercato. Vogliono farne una quasi azienda. Si distrugge la cultura. Si vogliono applicare all’università criteri di redditività economica. È una catastrofe storica. Bisogna lottare contro questo stato di fatto. È il trionfo del denaro. 

 

M. P. Non posso darle torto. L’Università è dovunque in crisi. L’Università sembra non essere più capace di rinnovarsi. La persone oggi vengono formate secondo le aspettative predisposte dal sistema. Siamo ben lontani dall’umanesimo che dovrebbe comunque prevalere quando si tratta di insegnamento universitario. Essere capaci di instaurare un rapporto con l’altro è essenziale: la democrazia è basata sulla relatività dei rapporti fra le persone.

 

E. M. È vero. Ma il grande problema della democrazia – così come lo ha enunciato con grande correttezza il filosofo Claude Lefort – è che la democrazia non ha verità. I dittatori, Mussolini, Stalin, Hitler, possiedono la Verità. Ma la democrazia non ha verità. Essa accoglie la verità di un partito che trionfa alle elezioni e detiene il potere per tre o quattro anni, e che poi è rimpiazzato dal partito di una verità contraria. Ora, se le persone sono entusiaste della democrazia quando subiscono la dittatura perché vogliono essere liberi, una volta che la democrazia è istituita, perdono al momento stesso il loro entusiasmo perché essa non porta con sé un elemento di fede. Ognuno deve cercare la propria verità, il proprio partito … 

 

M. P. Penso che si dovrebbe rivedere l’utilizzo della parola “democrazia”, per la ragione che -crazia vuol dire “potere”: il potere del popolo …Ma il concetto assoluto di potere non si confà ai fini della democrazia. A Cittadellarte abbiamo suggerito di sostituire kratos con praxis, formando la parola “demopraxia”, che rimanda alla pratica, alla messa in pratica … 

 

E. M. È una bella parola, in effetti. 

 

M. P. Sì. Bisogna sperimentare, mettere in pratica … Lavorare su due fronti. Anzi, per utilizzare un termine che le è caro, dovrei dire due vie. Sulla prima si incontrano tutte quelle iniziative, quei progetti di cui parlavamo poco fa. Quanto alla seconda via, è quella dell’educazione. Bisogna formare le persone alla “demopraxia”. Spetta alle giovani generazioni costruire il mondo di domani … Non solo ribellandosi al mondo di ieri, ma proponendo soluzioni inedite. 

 

E. M. Occorre anche che noi siamo capaci di proporre le soluzioni nuove. Oggi s’impone uno sforzo morale e intellettuale. E questo sforzo è, sicuramente, già condotto, già intrapreso, senza che neppure ce ne rendessimo conto … Infatti, nella storia umana, tutto comincia, sempre, con un’iniziativa, un’innovazione, un messaggio dal carattere apparentemente deviante, marginale, modesto e che resta, generalmente, impercettibile ai contemporanei. Così il principe Sakyamuni elaborò il buddismo al termine di una meditazione solitaria sulla vita; a partire da alcuni discepoli, poi, si è sviluppata una religione che si è diffusa in Asia. Gesù era uno sciamano galileo che enunciò senza successo la sua predicazione presso il popolo ebraico … Il suo messaggio, ripreso e universalizzato da un fariseo dissidente, Paolo di Tarso, si fece lentamente strada nell’Impero romano e ne divenne infine la religione ufficiale. Maometto fu cacciato dalla sua città natale ad opera degli abitanti della Mecca e dovette rifugiarsi a Medina. La scienza moderna si è costituita a partire da alcune menti devianti, disperse: Galileo, Bacone, Cartesio … Si crearono reti che le permisero di introdursi nelle università nel XIX secolo, e poi nelle economie e negli Stati nel XX secolo. Il socialismo è nato in alcune menti autodidatte e marginalizzate nel XIX secolo, per diventare una formidabile forza storica nel XX secolo … Oggi, tutto è da ripensare. La nostra epoca dovrebbe essere – come fu il Rinascimento, e ancora di più – l’occasione di una riproblematizzazione generalizzata. È tutto, dunque, da ricominciare. Ma, di fatto, tutto è già ricominciato. Senza che lo si sappia. Siamo nella fase degli inizi modesti, marginali, devianti, dispersi, invisibili.

 

M. P. Quando mi chiedono se credo veramente che l’arte, piuttosto che la religione, ad esempio, o la politica, possa cambiare le cose, rispondo che non lo so. Ma che ci provo. Nel 1994, nel mio manifesto Progetto Arte, che dà origine al progetto di Cittadellarte, scrivevo della necessità di arrivare a un livello di coscienza e responsabilità che fosse il corrispettivo della nostra aspirazione alla libertà. Persone di cultura mi hanno detto all’epoca che era un buon proposito, ma che era pura utopia. Ho loro risposto di no. E che ne davo per prova il fatto che il termine “utopia” significa letteralmente “senza luogo”, mentre io un luogo lo avevo: un'antica manifattura a Biella, appena acquistata per insediarvi il mio progetto di Cittadellarte … È così che l'utopia si trasforma in realtà. 

 

 

E. M. In ogni caso, il sedicente realismo è del tutto irrealista perché si dimentica che il reale si muove. Il reale non è stabile. Non è eterno. Ci sono forze di trasformazione all’opera senza sosta. Del resto, il mio maestro di filosofia, Bernard Groethuysen, diceva: “Essere realisti, che utopia!”. Ci si piega davanti alla realtà quando invece bisogna trasformarla. Per quanto riguarda la salute, questa deve essere considerata come una questione politica, una questione che non è di pertinenza solo dei medici ma che concerne tutta l’organizzazione della società. La medicina occidentale ha i suoi limiti. È l’eccesso di specializzazione. Così, a mio parere, il medico generalista dovrebbe essere il direttore d’orchestra che esamina i differenti dati che forniscono gli specialisti. Ma, di fatto, il generalista è al livello più basso e sono gli specialisti che prendono le decisioni. Ma questi vedono l’essere umano solo in frammenti. C’è stato comunque un progresso grazie a quella che si chiama la medicina psico-somatica, cioè la scoperta che la mente poteva giocare un ruolo in malattie fisiche. E ce ne siamo resi conto tanto meglio in quanto oggi sappiamo che il cervello non è solo una sorta di computer, ma che è anche una ghiandola che secerne ormoni che arrivano in tutto il corpo e lo influenzano. Dunque, ciò che accade nella mente può trasformare il corpo sia nel bene che nel male. Ma sono progressi ancora molto limitati. La medicina occidentale tollera, ma senza comprenderla, un’altra medicina occidentale che viene chiamata omeopatia, ad esempio. Ma non ci sono mai veri contatti, nessuna comprensione reciproca… Non c’è vera politica della salute da noi. Oppure la politica della salute è unicamente a favore della medicina occidentale. 

 

M. P. È probabile che questo stato di fatto sia dovuto soprattutto alla potenza e all’intervento egemonico delle grandi case farmaceutiche … le quali auspicherebbero di vederci tutti malati in un solo e unico modo! 

 

E. M. La nostra medicina è, in effetti, interamente parassitata da un’industria chimica estremamente potente che influenza molto i medici. Sono stati condotti degli studi, negli Stati Uniti, su documenti declassificati che mostrano bene come dei produttori di sigarette siano riusciti ad influenzare dei ricercatori scientifici. Vale a dire che sono riusciti a far sì che i loro interessi economici parassitino la medicina … Ma oggi assistiamo a una nuova presa di coscienza, un po’ influenzata senza dubbio da ciò che accade in Cina dove il medico è qualcuno che, innanzitutto, impedisce la malattia. Si occupa della prevenzione prima che della cura. Così l’idea del nutrizionismo comincia a diffondersi. Ma, purtroppo, la presa di coscienza è inquinata perché le pubblicità, i diversi organismi commerciali bombardano la gente facendo promozione di prodotti miracolosi che si crede possano alleviarla di tutti i dolori, di tutti i loro mali. Bisognerebbe smettere di restare passivi.

 

M. P. Negli Stati Uniti, c'è stato un tempo in cui la gente inghiottiva pillole di tutti i colori, mattina, pomeriggio e sera … 

 

E. M. Un giorno si convincono le persone che devono prendere degli omega-3, che devono evitare il colesterolo e questo fa sì che la presa di coscienza – che sarebbe stata veramente utile – non può avvenire perché i media finiscono per influenzare il pensiero della gente. Un giorno si vantano i meriti del carciofo. L’indomani, della carota. Lo Stato poi tollera che dei prodotti pericolosi – antiossidanti in particolare – entrino nella fabbricazione delle conserve. La salute è un problema politico che necessita di una grande coscienza dei problemi della società e dell’individuo. Possiamo e dobbiamo mettere in guardia la gente che ci leggerà. 

 

M. P. La questione è essenzialmente culturale, nel senso che implica l’educazione, la ricerca … Servirebbe una ricerca scientifica volta al servizio del vivere insieme. E questo riguarderebbe certi aspetti sia della medicina, sia dell’alimentazione, sia dell’habitat … Tutte queste case, questi edifici costruiti in cemento, sono la conseguenza di un’altra speculazione, di un altro inquinamento, di un altro modo di avvelenare la gente. Tutto è avvelenato!

 

E. M. Era Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, che diceva: «Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita». È vero che viviamo più a lungo, ma viviamo meglio? … Ora, è la qualità dei giorni che importa, ovviamente. 

 

M. P. Bisogna assolutamente cominciare dall’infanzia. I bambini possiedono un’attitudine particolare alla creatività, alla creazione. Bisogna sviluppare la loro voglia di conoscere, incitarli alla scoperta e non chiudere loro gli occhi, né inculcare loro nozioni preconcette. Solo andando in questa direzione si riuscirà a far evolvere la società. È da qui che dobbiamo partire, dall’educazione. 

 

E. M. Jean-Jacques Rousseau diceva che era necessario insegnare a vivere. Ora, ci insegnano a scrivere, a contare, a calcolare. Cose che aiutano a vivere, sì, … Si insegnano anche elementi delle scienze, che aiutano anch’essi a vivere … Insegnare una professione è evidentemente utile. Ma che cosa manca all’insegnamento perché prepari alla vita? Vivere significa affrontare di continuo i problemi dell’errore, dell’illusione, dell’incomprensione e dell’incertezza. Ma non si insegna assolutamente questo. Non si insegna che cos’è l’essere umano, e dunque quel che siamo. Non si insegnano neppure i principi della conoscenza. Alla fine siamo costretti ad auto-educarci perché non abbiamo ricevuto una educazione corretta. Al contrario, quella che ci è stata dispensata ci ha deviato e abbrutito. Quando si considerano le credenze del secolo scorso, si dà per certo che il nazismo, il fascismo e il comunismo sono errori. Ma oggi siamo immunizzati contro gli errori? Il neo-liberismo non è forse un’ideologia erronea? Siamo abbastanza lucidi oggi? Bisogna saper lottare. Bisogna insegnare i principi della conoscenza. Bisogna insegnare che in qualunque conoscenza c’è un rischio di errore e di illusione, poiché ogni conoscenza è una traduzione della realtà e una ricostruzione. Se si insegnasse questo, se si insegnasse a comprendere gli altri e a comprendere se stessi, se si insegnasse ad affrontare l’incertezza che ognuno incontra nella sua vita, allora si farebbe veramente un progresso che potrebbe aiutare a vivere, a vivere meglio e in modo più lucido.

 

Accademia Unidee è il prototipo di un nuovo tipo di accademia d’arte della Fondazione Pistoletto. La proposta nasce dal percorso e l’esperienza del grande artista e dalle numerose azioni e iniziative ospitate nella sede di Cittadellarte. Accademia Unidee si caratterizza per una conoscenza multidisciplinare, orientata alla sostenibilità, all’innovazione consapevole, con attenzione all’impatto delle tecnologie sull’uomo, sull’ambiente e sulla società, e con una forte vocazione alla ricerca. Leggi anche: Una nuova AccademiaLa conversazione è tratta da Attiviamoci. Dialogo per il secolo, New Press Polyhistors 2019. Si ringrazia l'editore, Franco Minonzio, per aver concesso la pubblicazione dell'estratto. La traduzione è di Mario Porro.

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