Per interposta Persona

Quando il poeta statunitense Edward Estlin Cummings, nel ventinovesimo dei suoi Poems, varia sulla lingua inglese scrivendo “he danced his did” anziché “he did his dance”, non si sta solo concedendo una licenza poetica. E nemmeno, spiegano Deleuze e Guattari nel quinto capitolo di Mille Piani, l’atipicità di quest’espressione può dirsi il prodotto di una combinazione di forme linguistiche corrette. Essa, piuttosto, le modifica “strappandole al loro stato di costanti” (Deleuze & Guattari 1980). O, come amano dire i due autori, le “deterritorializza”, spingendo la lingua verso i suoi limiti. A cosa si assiste, infatti, nel verso di Cummings? A un’inversione del rapporto tra soggetto e predicato che produce una de-centralizzazione o de-localizzazione dell’intero senso della frase. Cummings non scrive “he did his dance” per dire “egli ballò” ma, appunto, “he danced his did”: proposizione difficilmente traducibile senza fare violenza alle nostre abitudini sintattico-semantiche. Si potrebbe renderla con “danzò il suo fatto”, “danzò il suo aver fatto” o, ancora, con “fece danzare quel fatto che è”. Ma, in tutti i casi, la linearità del senso si trova compromessa dalla caoticità dei segni. La danza non è più un complemento oggetto, né una cosa fatta e posseduta. La danza è un verbo, danzare, che mette in moto ciò che la correttezza della lingua tende, per sua natura, a stabilizzare.

 

‘Deterritorializzare’, per Deleuze e Guattari, vuol dire spogliare un sistema di riferimento privilegiato, anche sintattico, dei suoi privilegi sostituendo alla costanza di una “parola d’ordine” la variabilità di una parola “lasciapassare”. E qual è la parola, o struttura, d’ordine della grammatica occidentale se non la correlazione soggetto-predicato? Da Aristotele in poi, però, solo al primo dei due termini sono stati conferiti ‘pieni poteri’ perché è il soggetto il centro della proposizione e del linguaggio tout court. Un centro espresso da un nome e adornato dal servile lavoro degli aggettivi: i cortigiani dello hypokeimenon. Ma cosa succede, si domanda Deleuze in Logica del senso, se gli aggettivi vengono trasvalutati in attributi? Che succede, cioè, se anziché dire ‘l’albero è verde’ diciamo ‘l’albero verdeggia’? Deleuze è chiaro in proposito: quando ai predicati di una cosa inerte si sostituiscono gli attributi degli eventi in atto ci si trova catapultati nel mondo stoico degli incorporei e delle loro, sempre parziali, espressioni materiali, ossia in quel mondo in cui l’aggettivo non è un predicato. Nuovo modo di destituire l’è del giudizio di riconoscimento: l’attributo non è più una proprietà rapportata a un soggetto per mezzo della copula, ma un verbo qualunque all’infinito che sorge da uno stato di cose e lo sorvola, essendo qualcosa di simile a un “extra-essere” (Deleuze 2014). Tale, per gli Stoici, è il centro della proposizione: un centro, come si vede, che non centra, né chiude. 

 

Che l’evento sia incorporeo vuol dire che non è qualcosa cui la concretezza della res può dare eterna sepoltura. Esso, è indubbio, si incarna in ‘cose’ come attori, spazi e tempi, ma non vi si riduce, perché vi è sempre una parte dell’evento che supera la sua stessa effettuazione. La ‘primavera’ come evento cui la verdezza dell’albero fa segno, ad esempio, è l’evento dell’incontro tra albero, aria e sole che permette alla clorofilla di coesistere con tutte le parti della foglia. Ma, laddove il predicato lo riduce, reificandolo, alla qualità ‘verde’, l’attributo ne esprime il carattere processuale: ‘verdeggiare’. L’albero, infatti, è verde perché verdeggia essendo il suo essere, come l’essere di ogni cosa, soggetto compreso, un’attività o, per usare il linguaggio di Deleuze e Guattari caro al Paolucci autore di Persona, un concatenamento. E che cos’è un concatenamento? Una molteplicità di termini eterogenei che si influenzano reciprocamente e che, al di fuori della loro vicendevole azione, non hanno esistenza. Importanti, da questo punto di vista, “non sono mai le filiazioni, ma le alleanze e le leghe; mai le eredità o le discendenze, ma i contagi, le epidemie, il vento” (Deleuze 2007). Gli stregoni, dice Deleuze, lo sanno bene: un animale, non diversamente da una pianta, non si definisce per il suo genere o la sua specie, ma per i concatenamenti nei quali entra permettendo allo stregone che se ne serve di entrarvi a sua volta. Il ché, in fondo, è come dire che ogni cosa è definita da quello che fa o che può, ovvero dall’essere quel lasciapassare che la linguistica di Jakobson ha battezzato ‘shifter’.

 

Persona. Soggettività nel linguaggio e teoria dell’enunciazione è un rigorosissimo libro di stregoneria perché, assieme a Deleuze e Guattari, anche Paolucci ritiene che non esistano né enunciazione individuale né soggetto d’enunciazione, soprattutto se con ‘soggetto’ si intende un padrone: un Io che coniuga alla prima persona dell’indicativo ogni verbo. L’Io, per Paolucci è declinato, derivato: un’integrale prodotto da quelle operazioni complesse che fanno dell’enunciazione un concatenamento collettivo. L’enunciazione, in altre parole è sì “l’atto con cui si produce un enunciato” (definizione di Benveniste), ma un atto complesso: la prassi di quel soggetto collettivo o diffuso cui fa segno il francese ‘agencement’. Come Fabbri suggerì al Paolucci che qui lo ricorda con affetto, ‘agencement’ è reso meglio da ‘assemblaggio’, ‘composto’, anche nel senso chimico del termine. E perciò, al pari della delibera di un’assemblea, anche dell’enunciato si deve dire che risulta dalla mediazione di diverse istanze, dalla composizione di più voci. Si ha individuazione dell’enunciato e soggettivazione dell’enunciazione, solo in quanto il concatenamento collettivo e impersonale lo esige e determina. Non, quindi, grazie alla singola, e demiurgica, performance attoriale dell’io (tesi di Benveniste). L’enunciazione è la costituzione di un senso o commensurabilità che avviene per “eterogenesi differenziale” (Sarti 2019), anonimamente, perché se è un atto, spiega Paolucci, è “un atto senza autore” (non c’è nessun eroe dell’evento aveva detto lo stoico Lacan!)

 

Ecco allora come mai, in un colpo solo, l’allievo di Eco sente l’esigenza di riabilitare sia l’etimologia di ‘soggetto’ che di ‘enunciazione’ seguendo, in ciò, il suggerimento di Latour: il soggetto è sub-iectum, ‘soggetto a’, ‘dipendente da’; mentre ‘enunciare’ significa inviare un nunzio, un messo: qualcuno che parli in e per noi. Tuttavia, si sbaglierebbe a intendere la delega come l’atto di un soggetto che gli preesiste. Con Latour ma, è il caso di dirlo, anche con il Peirce della logica dei relativi e il Tesnière della sintassi strutturale, Paolucci pensa l’invio del messo come un atto che precede l’emittente e il destinatario, l’istanza enunciativa e l’enunciato, il chi parla e il che cosa dice. Prima della coppia costituita, infatti, v’è la loro relazione costituente, e prima non soltanto in senso cronologico. L’invio è primo anche in senso causale perché non vi sarebbero i relativi come termini distinti solo funzionalmente (i ‘funtivi’ di Peirce) se non vi fosse, anzitutto, l’enunciazione come atto collettivo che li genera allo stesso modo in cui la valenza dell’atomo genera le sue terminazioni libere o legami non saturi. Come atto, l’enunciazione è un evento impersonale che inaugura sia le persone che le non persone, sia l’io-tu dell’allocuzione che l’egli del delocutivo, perché ogni evento chiama in causa una particolare “valenza verbale” che apre un numero variabile di posizioni di soggetto variamente riempibili. E ‘variamente’, per lo stoico Paolucci, vuol dire ‘non per forza da umani’. 

 

Non è sempre l’ego, insomma, che parla. E anzi, la psicoanalisi ci insegna che è sempre id a parlare. La domanda semiotica, da questo punto di vista, è la stessa che Lacan codifica per la scienza fondata da Freud: chi parla? Chi dice Io? E medesima è anche la risposta: tutti e nessuno, visto che quello dell’Io è un “luogo mobile” (Serres 1972): un posto strutturalmente vacante che, all’occorrenza, può essere occupato da chiunque, senza distinzioni tra piante, macchine e animali. ‘Persona’, ancora secondo l’etimo, vuol dire ‘maschera’, ‘personaggio’, ‘ruolo’, ma ‘maschera’, ‘personaggio’ e ‘ruolo’ aperti non soltanto dal linguaggio verbale. In quanto “piccolo dramma” (Fontanille 1998) organizzato attorno a un atto, l’enunciazione è una rete di posti cui, all’occorrenza, potranno corrispondere soggetti. Ma né i soggetti sono necessariamente egoici, né i posti, dal punto di vista strutturalista di Paolucci, vengono prima dei loro occupanti. I posti sono la condizione trascendentale di possibilità dell’addivenire degli occupanti in qualità di soggetti, sia egoici che non, perché strutturalismo, vuol dire primato delle posizioni e dei luoghi rispetto alle cose o esseri reali che li occuperanno. In breve: primato dell’attante sull’attore. Diversamente da Benveniste, cioè, Paolucci non costruisce una personologia incentrata sulla trascendenza eretica di alcune categorie linguistiche particolari: gli embrayeurs (pronomi personali, deittici e indicatori spazio-temporali), ma una topologia trascendentale basata sulla devota immanenza della non persona alla persona.

 

 

Per Paolucci l’enunciazione è la proprietà di tutti i linguaggi di allestire posizioni di soggetti che rendono possibili i loro usi e le loro trasformazioni, ossia quella proprietà che ogni linguaggio ha di manifestare gli atti che lo hanno prodotto predisponendo quelli che, come mostra il caso di Cummings, lo varieranno. Sicché, essa non è l’atto transitivo e intenzionale di “schizia creatrice” con cui un soggetto costruisce l’enunciato e sé stesso come istanza enunciante. C’è un debrayage all’origine, è vero, ma un debrayage produttivo della e non prodotto dalla soggettività. Al contrario, quella di Benveniste è una teoria semantica, e non semiotica, dell’enunciazione che 1. determina le posizioni attanziali a partire dagli attori concreti che le occupano; 2. categorizza la persona a partire dal comportamento del referente nel discorso orale riducendo la funzione predicativa alla funzione referenziale; 3. eleva la ripartizione tra persona (io-tu) e non persona (egli), che funziona solo nel discorso orale formulato in presenza, a meccanismo generale dell’enunciazione; 4. esclude dalla sua analisi, forse volutamene, l’uso che gli embrayeurs hanno nel linguaggio in generale, concludendo per il carattere privativo dell’opposizione presenza-assenza; 5. confina la soggettività alla performance che ne effettuano gli embrayeurs.

 

Come si vede, si tratta di errori come zavorre che impediscono, a una teoria che pure voleva rompere con l’ontologia del soggetto, di prendere il volo. Essa rimane incentrata sulla triplice fissità da cui sia Serres che Latour invitano a liberarsi: fissità al vecchio fatto narrativo io-tu, fissità a quell’etere linguistico che è il contesto, fissità a quel sistema privilegiato di riferimento che è la prima persona e la sua parola d’ordine: ‘Io’. Ad essa, pertanto, Paolucci oppone una teoria dell’enunciazione incorporea, nel senso di disincarnata, ed estesa, nel senso di allargata, il cui perno è una definizione generalista dell’enunciazione. Onnicentrica, de-egologica ed evenemenziale, questa nuova teoria apre anziché chiudere ed è partecipativa anziché esclusiva. Paolucci procede per innesti nel costruirla e i maestri del copernicanesimo cui si ispira sono eterogenei fra loro. Essi formano un concatenamento collettivo che, da Hjelmslev a Guillaume, passando per i già citati Peirce e Tesnière, giunge sino alle punte di diamante del pensiero francese più avanzato: quello del neutro (da Blanchot a Levinas, da Simondon a Deleuze). Eppure, la bontà delle loro intuizioni raffinate è verificata, senza pregiudizi, sul terreno della cultura di massa, sia musicale che cinematografica: dai Pink Floyd a Elio e le Storie tese, da Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry a The Perfect Sense di Mackenzie.

 

Questa, in definitiva, è stata la grande lezione di Eco: la semiotica è il modo di guardare al mondo sub specie expressionis. Paolucci ne rilancia l’insegnamento facendone qualcosa di là da venire, oltre che avvenuto. E ciò, vale la pena notarlo, attraverso un confronto con i nuovi regimi di segni dell’audiovisivo (la bestia nera della semiotica ‘maggiore’ che Paolucci include anziché lasciar fuori), dei big-data, dei visori per la realtà aumentata e molto altro. Come a voler subito testare – con ottimi risultati – la bontà della sua stessa definizione di enunciazione: un transfert o trasduzione permanente tra due livelli differenti per natura e non per grado, come invece ha implicitamente ritenuto la semiotica simulacrale di Greimas incentrata sulla cosiddetta “enunciazione enunciata”. V’è un livello virtuale, quello dell’istanza enunciativa, e un livello attuale: quello dell’enunciato in cui il potenziale dell’enciclopedia di echiana memoria – “l’insieme del già detto” – si realizza sotto forma di “bava e detriti”. Tuttavia, in quanto mediazione, l’enunciazione è la stessa modulazione di questi due livelli, il loro incessante interscambio o interpretazione (non si esce dalla semiosi, per Peirce: essa è illimitata!): la sua ibrida natura partecipa tanto dell’incorporeo quanto del corporeo, tanto dell’intensivo quanto dell’estensivo, tanto di quell’“effetto a priori” che è lo schema rizomatico del linguaggio quanto di quella causa a posteriori che è l’enunciato come sua, momentanea, sezione.

 

In questa mediazione dello “spirito oggettivo” con lo “spirito oggettivato” (Descombes 1996), ci dice un Paolucci ispirato dalla pittura di Bacon, l’enunciazione è una paradossale “aggiunta di sottrazioni”. Enunciare, come dipingere, vuol dire ripulire la tela da quegli stereotipi che vi pulsano dentro facendone sempre qualcosa di diverso dal bianco e dal vuoto. Eppure, gli atti con cui Bacon faceva piazza pulita dei clichés erano atti rigorosamente involontari con cui, casualmente, il caso veniva manipolato, messo a lavoro. Non, quindi, atti la cui agency possa dirsi egologica. L’Io non riesce a mediare tra i diversi modi dell’esistenza, spiega Paolucci, ed è per questo che una teoria semiotica unificata non può fondarvisi. In fin dei conti, anzi, nemmeno la teoria di Benveniste avrebbe potuto/dovuto farlo, perché non è l’Io a fare quel che Benveniste vorrebbe che faccia. L’Io non è né la forma pura della soggettività in quanto occupante preferenziale di ogni posto aperto, né la condizione di felicità dei performativi di Austin (‘io giuro’, ‘io prometto’ etc.). Proprio in virtù di ciò che ne fa qualcosa che si riferisce solo a sé stesso, l‘Io è, al pari degli altri embrayeurs, intrinsecamente co-referenziale, dipendendo, come semplice funzione, dalla variabile qualunque che la assumerà nell’enunciazione e che non è necessariamente un essere umano in carne e ossa. Ma vi è di più: nel funzionamento di quelle enunciazioni che impegnano invece di descrivere – i performativi – non è la sua presenza l’x-factor del successo. 

 

Il performativo non rinvia a nulla di esterno rispetto all’atto di linguaggio in cui una cosa è fatta mentre viene detta, ma questo ‘nulla di esterno’ non è la prova del carattere sui-referenziale dell’io (tesi di Benveniste). Se il sindaco può sposare la coppia che gli è davanti semplicemente proclamandoli marito e moglie non è perché è un uomo ma perché è un sindaco: cioè una persona nel senso di maschera, ruolo sociale o funzione garantita, nella sua efficacia, da un insieme impersonale di leggi. Il suo speech act, perciò, non attesta un uso speciale della persona ‘io’ irriducibile alla non persona ‘egli’, bensì un primato della seconda sulla prima. E ciò allo stesso modo in cui, secondo Guillaume, il fatto che, nel linguaggio, i pronomi personali ‘io’ e ‘tu’ possano essere impiegati delocutivamente, attesta un primato dell’egli sulle altre due persone, essendo la terza persona l’unica che presenta in maniera esclusiva il tratto delocutivo. Quelle che Austin chiama “condizioni di felicità”, infatti, sono variabili di espressione che mettono la lingua in rapporto con il fuori proprio perché sono immanenti alla lingua. Ma Benveniste, pur avendo mostrato perfettamente che un enunciato performativo non esiste sganciato dalle circostanze che lo rendono tale, lo riconduce a un significante nello stesso istante in cui appone il sigillo dell’Io all’enunciazione come atto linguistico chiuso su sé stesso. 

 

Ciò nondimeno, vi sono casi in cui l’Io funziona come l’egli, così come vi sono casi in cui se ne differenzia. Paradossale, quindi, fondarvi l’enunciazione: credendo di porla nel posto più vicino e familiare, in realtà la si pone dappertutto perché ‘io-qui-ora’ è “di ogni momento dello spazio e del tempo, di ogni persona”. Dove doveva esserci l’Io, in sostanza, c’è sempre altro: quella quarta, più che terza, persona del singolare che Deleuze prende in prestito da un altro poeta, Ferlinghetti, per indicare la zona di indiscernibilità grazie a cui ogni discernimento è possibile. Essa, dice Ferlinghetti, “non parla, e tuttavia esiste”. Non localizza, possiamo aggiungere, e tuttavia individua. Caotica e mobile come gli shifters che ne sprigionano la quintessenza, anch’essa sfuma anziché definire e si distribuisce in luogo di restare presso di sé. La quarta persona dà luogo senza generare, ma la sua performance non è eretica perché mostra la dipendenza del linguaggio dal suo fuori umano troppo umano, bensì perché, al pari degli embrayeurs dell’audiovisivo, essa permette a ciò che è fuori di lei di fare qualcosa col suo dentro. Non, dunque, per forza qualcosa con le parole. In quei “punti di prensione percettiva, narrativa e cognitiva” che sono le affordances dell’audiovisivo, noi “non ci appropriamo delle forme della langue attraverso il nostro ‘io-qui-ora’, ma assumiamo punti di vista e capacità non nostre, non umane”. Qui, suggerisce il Paolucci che ha speeched his did, si è fatti da e attraverso qualcosa che non è parola ma segno: un segno qualunque che, la semiotica come “discorso silenzioso”, deve incontrare trasformando le parole d’ordine in parole di passaggio, o enunciazione.

 

Bibliografia :

 

  • Deleuze, Gilles, Parnet Claire, Conversazioni, Ombre Corte, Roma 2007.
  • Deleuze, Gilles, Logica del senso, Feltrinelli, Milano 2014.
  • Deleuze Gilles, Guattari Felix, Mille Piani. Capitalismo e Schizofrenia, vol. II, Orthotes, Napoli-Salerno 2017.
  • Descombes Vincent, Les institutions du sens, Les Editions de Minuit, Paris.
  • Fontanille Jacques, Zilberberg Claude, Tension et signification, Mardaga, Liège
  • Sarti Alessandro (et all.), “Differential heterogenesis and the emergence of the semiotic function”, in Semiotica, 230, pp. 213-246.
  • Serres Michel, Hermés II. L’interférence, Les Editions de Minuit, Paris 1972.
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