Julius Evola. Fuori dalla storia

Malgrado le opere di Evola siano ancora ristampate (oltre alle raccolte di scritti uscite per sigle editoriali espressione del radicalismo di destra, è il caso di segnalare le ristampe dei suoi volumi in corso da anni per le Edizioni Mediterranee), il periodo fra il 1943 e il 1945, corrispondente grosso modo alla storia della Repubblica sociale, è rimasto sempre abbastanza oscuro, con qualche sporadico chiarimento da parte dello stesso Evola – specie nella sua autobiografia, Il cammino del cinabro, pubblicata nel 1963 (ma cfr. la n. ed., Mediterranee, Roma 2014) – e nella sua fitta corrispondenza. Poche erano state finora le certezze sulle scelte e gli spostamenti evoliani in quel biennio. Il contributo di de Turris, il maggior specialista dell’opera evoliana, contribuisce a risolvere numerosi punti oscuri. Uno di questi concerne la paralisi agli arti inferiori, che afflisse Evola dal 1945 alla sua morte, avvenuta nel 1974. Quella paralisi fu l’effetto di un bombardamento sovietico a Vienna nel 1945, quando il filosofo si trovava per strada e rimase travolto da uno spostamento d’aria, rimanendo ferito gravemente. Negli anni successivi circolò l’ipotesi che quella paralisi fosse stata invece il risultato di un rito esoterico fallito. L’autore dimostra che quella era stata poco più che una diceria (cfr., pp. 124 sgg.).

 

Dalla ricostruzione di de Turris, nonché dalla copertina del volume, viene poi avanzata l’ipotesi che Evola fosse stato presente all’ultimo incontro fra Mussolini e Hitler, avvenuta a Rastenburg il 20 luglio 1943, poche ore dopo il fallito attentato al secondo. De Turris conferma inoltre che, spostatosi a Vienna dal 1944, Evola aveva iniziato a lavorare a un volume sulle società segrete, stabilendo rapporti stretti con le strutture delle SS e del Sichereit Dienst, la micidiale struttura spionistica creata anni prima da Heydrich. Secondo quanto è possibile dedurre dalla ricostruzione di de Turris, Evola doveva lavorare per la Sezione C del Sichereit Dienst, la sezione che si occupava di analizzare il materiale a stampa dei nemici del Reich. D’altro canto, com’è noto, i rapporti di Evola con le SS negli anni precedenti il conflitto non erano mai stati positivi; gli informatori di Himmler supponevano – e a ragione – che il filosofo, malgrado il suo risaputo antisemitismo, fosse molto legato ad alcune posizioni degli intellettuali tradizionalisti della konservative Revolution (Stapel, Spann ecc.), più che al regime.

 

 

Dalla ricostruzione di de Turris non è chiaro se fosse stato il Sichereit Dienst a chiedere a Evola di collaborare o viceversa; oppure ancora, se fosse stato Preziosi a suggerire ai nazisti il nome di Evola. In ogni caso, il rapporto di collaborazione si giustificava con lo specialismo evoliano nella conoscenza dei riti massonici, oltre che per il suo dichiarato antisemitismo. Non intendiamo enfatizzare il ruolo di Evola: è però verosimile che questi fosse uno degli intellettuali collaborazionisti più attrezzati nella conoscenza della massoneria (sicuramente lo era tra gli intellettuali fascisti italiani); per cui la sua collaborazione poteva risultare utile per i settori del Sichereit Dienst addetti ad accumulare materiali su questi problemi da tutte le zone dell’Europa occupata.

 

Ora, per tornare al periodo della Repubblica sociale, la lontananza dall’Italia spiega, a nostro avviso, perché Evola non figurasse fra i collaboratori dei pochi fascicoli de «La Vita Italiana», che Giovanni Preziosi riuscì a pubblicare nel periodo della Repubblica sociale. Evidentemente, anche per Preziosi sarebbe stato difficile ricontattare Evola, per chiedergli di collaborare alla rivista di cui, per quasi un decennio, il filosofo era stato uno dei collaboratori più proficui; oppure, Evola era troppo assorbito dal suo lavoro di documentazione e stesura del saggio sulle società segrete, per rendersi disponibile a una collaborazione. Un’ipotesi non esclude l’altra, e potrebbero essere verosimili entrambe. 

De Turris non risparmia qualche critica nei confronti di alcuni storici della Repubblica sociale (cfr., ad es., la critica a p. 41 alle «approssimazioni» e ai «pregiudizi» di un recente contributo di Osti Guerrazzi sulla storia della Rsi). Concordiamo, comunque, col suo giudizio finale, e cioè che Evola «operò nella RSI, ma non fece propriamente parte della struttura della RSI» (p. 176). Insomma, Evola conduceva una specie di “guerra parallela”.

 

Nel dopoguerra avrebbe in numerose occasioni elogiato lo spirito legionario della Repubblica sociale, dimostrandosi comunque ostile al programma “sociale” della Repubblica, giudicato poco più che un cedimento al detestato plebeismo demagogico del socialismo marxista.

D’altronde, la sua collaborazione a giornali e riviste nel periodo 1943-45 fu sparuta, se non quasi inesistente. L’impressione è che, da filosofo, Evola guardasse oltre le contingenze storiche. È il caso di indugiare su tale prospettiva evoliana. Nel corso del conflitto, dalle colonne del mensile di Preziosi, Evola aveva insistito sulla critica alle caratteristiche di massa del PNF, proponendo la trasformazione del partito in un “Ordine” a carattere elitario. La proposta si inquadrava nel più generale dibattito sul partito, il Nuovo ordine europeo, ecc. in atto nel regime. Ora, a regime caduto, e quindi già all’indomani del 25 luglio, Evola avrebbe proceduto a una singolare storicizzazione di quella vicenda, animato dalla convinzione che il rapido crollo del regime confermava le sue critiche precedenti.

 

Si trattava, allora, di verificare se esistessero fascisti che si erano salvati dal disastro del 25 luglio; e proprio su questi si sarebbe dovuta ricostruire una prospettiva futura, esistendo ormai poche possibilità che l’Asse potesse uscire vincitore dal conflitto mondiale. Detto nei termini spengleriani e di Orientamenti, il breve ma importantissimo testo cui si sarebbe spesso ispirato il radicalismo di destra dopo il 1945, si trattava di rintracciare eventuali soldati politici che riaffermassero le loro posizioni politiche e ideologiche in mezzo alle rovine del regime.

In questo senso, rintracciamo una resistente linea di continuità fra l’Evola del 1943-45 e quello del secondo dopoguerra: il buon dottrinario, soprattutto se tradizionalista, non è tanto interessato alle vicende storiche concrete, quanto alla caparbia riaffermazione dei principi metafisici e metastorici, senza nulla concedere alla storia effettuale.

 

Gianfranco de Turris, Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945Mursia, Milano 2016.

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