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La caffettiera e l'estasi

BERLINO – Sto ricapitolando, lì nella hall dell’albergo: trentasette anni, sedici libri, l’«ultimo scrittore tedesco» – Peter Handke. Mi hanno detto che è un individuo spinoso, impenetrabile, invivibile… Che mangia solo in ristoranti di lusso. Che per scrivere i suoi libri scompare per mesi in reclusione. Che vive con una figlia: che è lui, la «donna mancina» del romanzo e del film. Che si masturba… 

Sfoglio il suo ultimo libro, che si intitola Il peso del mondo: «Nella piena consapevolezza del fallimento, non dire più nulla…»; «Passare davanti a una finestra buia, dietro la quale un tempo viveva un amico…»; «Guardare il cielo, dove passano le nubi, e pensare: No, non mi suiciderò mai…»; «A volte la sensazione di dovermi distorcere la bocca con le mani, per non rimanere sempre lo stesso…»; «Lasciar cadere tutto: poi cadere a terra (lasciar cadere le cose che si hanno in mano, una dopo l’altra – poi tirare il fiato)…». Chiudo il libro. Aspetto.

Compare contro luce, sulla porta dell’Hotel Savoy; esita, strizza gli occhi assenti verso la penombra. «Grazie, Peter», gli dico, «di essere venuto. Mi dispiace per il disturbo…». Chiude gli occhi. Piega la testa di lato. È come se stesse per cadere. Passano molti secondi. Riapre gli occhi. «Facciamo una passeggiata?», dice. «Pensavo appunto a una passeggiata» dico io. «Ma come faccio a scrivere quello che diremo?». Riflette: «Noi non diremo niente…». 

Di là della Fasanerstrasse c’è una grande terrazza sterrata. Due pioppi altissimi; tavolini sparsi; una scritta: Delphis Terrasse. Handke si ferma: «Ci sediamo lì?». Capirò dopo che è per permettermi di lavorare. Si siede. Guarda le fronde dei pioppi altissimi dentro l’azzurro del cielo. Sembra che voglia guardarli per sempre. E poi dice: «Cézanne aveva ancora gli oggetti, noi non abbiamo più niente, solo scrittura…». I suoi libri sono pieni di oggetti… Si volta. Sotto a Delphis Terrasse c’è scritto: Pizza aus dem Blech, e ancora sotto, i prezzi. 

 

Di colpo tutto si allontana… Cosa sono lì a fare, con quell’uomo bello, smagrito, logorato, come murato o scorticato vivo, gentile e infinitamente remoto, nel sole assoluto dell’estate berlinese? Dove cominciare?

Lei è austriaco. Della Carinzia, come Musil… 

Sorride. «Musil ci è solo nato… Il senso dell’origine…». 

È figlio di contadini?

«Nemmeno. Niente. Non sono niente. Per me il senso dell’origine è molto profondo: non posso tornare indietro, ma sono sempre là… La Carinzia, il Friuli, la Slovenia… In Slovenia trovo i nomi della mia famiglia nei cimiteri, ma non so chi sono, quei membri della mia famiglia… Mio padre poi era tedesco. Così soffro di una difficoltà di identificazione. Sono un déraciné. E va bene; ma appena sono un po’ più debole, ecco: non so più chi sono…».

Non ha parlato della madre. Alla sua morte per suicidio ha dedicato nel ’72 il suo quinto romanzo, Infelicità senza desideri (edito da Garzanti): era un raggelato lamento funebre che a molti parve un tradimento: Handke tornava al «racconto tradizionale»! Non avrei immaginato che dietro quel racconto ci fosse un simile rovello per le «origini». 

Ma per uno scrittore, l’identità e la patria sono la lingua…

«Sì, un marocchino una volta mi ha detto, in francese: “Lei tratta la sua lingua come il suo popolo”. Mi è piaciuto. Ogni frase che scrivo avrebbe potuto risuonare nella mia casa materna. Con le origini uno non deve scocciare. Ma non deve neanche tradire». Tace lungamente. Guarda lontano. «Non mi piace», dice improvvisamente, «la letteratura latino-americana. È di latta. È un regionalismo panico, disgustoso…». E mi guarda come allarmato. Capisco che bisogna ricominciare.

Senta Peter. Di solito si interroga uno scrittore sulla sua ideologia. 

Ma lei…

 

Si mette a ridere. «Potrei parlare del cattolicesimo socialista austriaco». Lo dice con rassegnazione.

Volevo dire un’altra cosa. Lei è diventato scrittore in un periodo in cui la letteratura era fuori corso…

«Certo, c’era solo politica e ideologia. Non era bello. Era vuoto. I politici non possono scrivere».

Quando Handke diventò scrittore, gli studenti tedeschi cominciavano a rumoreggiare. Era il 1966. Lui pubblicò Die Hornissen (I calabroni).

Poi pubblicò L’ambulante. Ed era il ’67. Poi pubblicò un lavoro teatrale che si chiamava Insulti al pubblico ed era esattamente quello che il titolo dice: una cosa abbastanza comune in quegli anni di antiteatro, ma che fece rumore. La rivolta studentesca lo lasciò indifferente. Girava per le discoteche di Francoforte ad ascoltare dischi. Passava ore davanti ai flipper, assorto in un’attenzione assurda e stuporosa. Della sua generazione sembrava rappresentare l’autismo protervo, la non volontà di comunicare, l’assenza, l’indifferenza per il mondo circostante.

Quando pubblicò il suo terzo romanzo, La paura del portiere prima del calcio di rigore, la grande bufera era passata. E nulla era cambiato. Quando pubblicò il quarto, Breve lettera del lungo addio (1972), una generazione disorientata e demoralizzata scoprì il «suo» scrittore. Al momento buono era stato a giocare a flipper, ma intanto aveva scritto della grande estraniazione, del mondo capovolto, dell’invivibilità. Aveva trovato il linguaggio di una generazione. Tornava dalla sua assenza come un eroe. 

«…I politici non possono scrivere perché nulla può essere esorcizzato, tutto deve trasformarsi in linguaggio, tutto deve stare nelle frasi, quello che c’è nella testa deve tradursi in frasi… Il modello è Kafka. Kafka resterà il modello del secolo. Proust è sentimentale e borghese. Joyce è uno scrittore per assistenti universitari. Kafka… ogni frase si sa quanto costa, quanto l’ha pagata. L’unica cosa che mi disturba è che vuol sempre essere vittima… Io non voglio essere vittima. Da qui le mie difficoltà».

 

 

Ho capito il genere: la scrittura come tortura, la letteratura come colonia penale… E di nuovo mi sorprende: «Mi viene in mente adesso: Goethe. Dice: Se si riflette sull’io buono (das gute Ich, dove forse meglio di “buono” è “positivo”) non ci si può perdere… Ecco, per me, da qui si sviluppa ogni società… Però non deve confondere questo “Io” con l’Io dei tedeschi, col “Sé” dei tedeschi… Attenzione: lì c’è palude, giungla, sabbie mobili… tutta la filosofia tedesca, Marx compreso, l’idealismo, l’hitlerismo…». Goethe. L’io positivo… Sono così sorpreso che gli faccio una domanda incongrua. 

Se ripenso a quei suoi romanzi, Peter: i critici scrissero che erano gialli rovesciati. A me parevano una maniera di mostrare l’esperienza reale di soggetti reali nel mondo reale. Libri pieni di oggetti. Libri pieni di corpi in continua trasformazione, che si trasformano in cose, che si dilatano, si restringono. Nella Breve lettera il suo protagonista sta nella vasca da bagno e si sente dissolvere mentre l’acqua va via…

«Sì, sì, è la mitologia nella vasca da bagno. Elias Canetti ha detto che l’uomo non si trasforma ma subisce metamorfosi. Io credo nelle metamorfosi. La scomparsa del corpo… era allora. Oggi, per me è compiuta. Oggi cerco gli spazi, gli oggetti, come Cézanne. Oggi non c’è più un paesaggio, una campagna… Oggi abbiamo la scrittura». Torna a guardare la scritta Pizza aus dem Blech, che mi appare improvvisamente oscena; si volta come disperato. «Filippini, la lingua, il linguaggio sono la cosa più sporca che ci sia, ma sono anche, dopo la fine dell’infanzia, l’unica purezza… Noi dobbiamo attraversare questa palude di scrittura, questo mondo pieno di Pizza aus dem Blech, tutto questo, andare verso la purezza». 

Peter…

 

«Voglio darle un’immagine di me. Di recente, sull’autostrada per Monaco, costruita da Hitler, nel sole della sera… mi sono fermato. C’era, intorno, un paesaggio di colline; prati, declivi. E una luce limpida che radeva l’erba. Ed è scomparsa, questa luce, appena ho pensato che ero nella storia». In uno dei suoi libri è scritto: «Posso dire di essere nato per l’orrore e lo spavento…». 

Ricade un enorme silenzio, come un lutto.

«…Qui, in questa storia, non può nascere una grande letteratura. Questa può nascere solo là dove la morte non è implicata fin dall’inizio…». 

Nel suo ultimo libro parla di un’«epoca nuova»?

«Sì. Bisogna abbozzare la pace. C’è intorno a noi una rete del male. Ma non va declamata; questa è una malattia tedesca. Ci vuole la bellezza». Purezza. Bellezza… Capisco. Ma sono così sconcertato che gli faccio un’altra domanda incongrua. 

Peter, lei da noi è diventato famoso due volte: prima con gli Insulti al pubblico e adesso con questa Donna mancina iperrealista… Garzanti lo ha appena pubblicato… 

 

Scoppia a ridere. «Famoso due volte… Dimentica il mio romanzo migliore, che non è tradotto in italiano. Si chiama L’ora del vero sentire. È la storia di un impiegato d’ambasciata austriaco a Parigi. Hanno detto che era una riscrittura della Nausea di Sartre. È un libro enormemente negativo, comico… lei riderebbe…». Ride lui, ride, ride. «Il male che trionfa in me! L’insensatezza dell’esistenza umana. Una maledizione rivolta a tutto… Una beatitudine… Comico, comico – anche se io non sono comico; caso mai allegro; il compito della poesia è l’allegrezza, la serenità… Davvero: lei riderebbe molto… È il libro del nichilismo demoniaco…». E ride.

Me lo guardo, questo «ultimo scrittore tedesco». È pallido. Esitante. Parla spezzato, cercando le parole. Dev’essere dimagrito di recente perché i vestitucci gli vanno un po’ larghi. So che è appena tornato dall’Alaska. 

In Alaska… 

 

«Tutto ciò che scrivo è al limite. Solo al limite appare qualche cosa. Al limite del tempo appare l’eternità… In Alaska ho scritto un libro che si chiama Lento ritorno a casa. È l’esperienza di un uomo che in Alaska abbozza una società umana… Sento il compito dell’armonia… Non più scrivere il negativo… Fare qualche cosa di bello, fare il Bello…». E si rimette a ridere, come d’imbarazzo.

«Abbiamo parlato tanto, Filippini. Adesso so che ha un altro impegno. Le voglio scrivere qualcosa». Estrae un quadernetto. Ricopia sulla mia carta, con bella calligrafia. Leggo: «30. V. Ieri non sono stato punito, ma sono sempre stato seduto nell’azzurro del cielo. Mettersi a dormire nell’erba della striscia verde che divide l’autostrada…». «Legga dopo», dice. «È la mia scrittura di oggi». Capisco che è un vero dono. «Abbiamo parlato tanto. Spero che adesso possa trovare dentro di sé un po’ di silenzio». China la testa così profondamente che non oso salutarlo. La rialza. Sorride: «Chi come me non ha una società rischia l’estasi, e l’estasi…». E tace. Capisco che per lui è stata una grande fatica.

 

Riattraverso la Fasanerstrasse: con rimpianto. Chiedo un taxi al portiere. Mentre aspetto, riapro Il peso del mondo, che è un’«autovivisezione», o un’auto-divorazione, tutta fatta di brevissimi appunti. Ne leggo uno: «Nel dormiveglia il mio pensiero si è trasformato in una caffettiera…». Be’… Ne leggo un altro: «Starsene lì, senza coscienza di sé, nelle proprie scarpe, finché ti si raffreddano i piedi…». Arriva il taxi. Salgo. Gira di fronte alla Delphis Terrasse. Mi alzo sul sedile per guardare. È sempre là, seduto al tavolino, con lo sguardo perduto nelle fronde dei pioppi.

 

Questa intervista è tratta da Enrico Filippini, Frammenti di una conversazione interrotta, Interviste 1976-1987, Scritti Vol. I, a cura di Alessandro Bosco, Castelvecchi 2013, che ringraziamo.

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