La Sinistra postuma

“Il re è morto, viva il re!”. Nelle monarchie assolute pre-rivoluzionarie questa formula celebrava, come è noto, il “corpo immortale” del sovrano, accidentalmente incarnato in una esistenza particolare ma in qualche modo “eterno” nella successione dinastica. Con un po' di sano umorismo storico, si può aggiornare il detto alla vicenda della “Sinistra” in Occidente. C'è un fatto abbastanza sconcertante che caratterizza il nostro presente, un fatto sotto gli occhi di tutti che però gli analisti non evidenziano come invece meriterebbe. La Sinistra “politica” è indubbiamente morta e tuttavia la Sinistra sta conoscendo a Destra, all'estrema Destra, proprio quella populista e xenofoba, un singolare successo postumo. La sua retorica è diventata patrimonio di chi apparentemente l'avrebbe liquidata e rimpiazzata. La parola “popolo” non appartiene forse al suo lessico? Il lavoro come valore morale e fonte di ogni valore economico non era forse il fondamento della prassi politica della Sinistra? La redistribuzione del reddito ai cittadini non è forse un suo obiettivo? Ciò a cui stiamo assistendo, non solo in Italia, è perciò un inquietante gioco delle parti dove ciò che resta della Sinistra “politica” veste i panni del conservatorismo borghese, attento alle superiori ragioni del mercato, ostile alle rotture istituzionali e agli avventurismi, mentre la peggiore Destra che sia mai apparsa si mostra incline alle forzature leniniste dell'ordine costituito. Essa è cioè “soggettivamente” rivoluzionaria anche in assenza delle condizioni “oggettive” (economiche) adeguate. 

 

La trasmigrazione all'estrema Destra del lessico della Sinistra si inceppa però su di un punto capitale, che costituisce quasi il punto d'onore di questa nuova Destra sovranista così poco reazionaria. Senza un capro espiatorio il progetto sovranista vacilla. Muri ed esclusioni erano già presenti nelle politiche “democratiche”. Chi denuncia una continuità reale tra le politiche securitarie della Destra attuale e le opzioni dei governi precedenti in materia di immigrazione ha una qualche ragione. Quello che tuttavia è cambiato è la legittimazione simbolica di quei fatti. E non va assolutamente sottovalutata, come invece tendono a fare quegli analisti che la confinano nell'ambito del folklore e la spiegano con la xenofobia naturale dei popoli. Essa costituisce infatti il gesto propriamente sovrano del “sovranismo”. Rinunciando ad esso, il populismo rinuncerebbe in realtà a se stesso. Non è quindi un caso se ciò che viene rimproverato dai populisti alla Sinistra sia il suo “buonismo” e non sia, come accadeva prima della caduta del muro, il “socialismo”; come a dire che se la Sinistra politica ha fallito, se ha mancato i suoi obiettivi di trasformazione dello stato di cose, fino a divenire una sorta di paladina dell'ordine costituito, è perché è stata vittima di un abbaglio umanitario, ha cioè optato ideologicamente per l'universale astratto – l'Umanità, il “restiamo umani” – piuttosto che per la concretezza di questi individui particolari (i pensionati italiani, i lavoratori americani del settore del carbone, i gilet gialli...). In un certo senso, alla Sinistra viene rinfaccciato un difetto di materialismo, una indulgenza eccessiva per quei valori borghesi metastorici che avrebbe dovuto invece congedare.

 

Di questo strano gioco delle parti, che vede la Sinistra politica ad un tempo svanire e ritornare spettralmente come Destra populista, è segno l'imbarazzo in cui si trova la politologia quando deve definire, aggiornandole alla situazione attuale, le classiche categorie di Destra e di Sinistra. “Destra” e “Sinistra” sono infatti, da almeno trent'anni delle caselle vuote; “il loro bello, ha scritto Giovanni Sartori, è che sono sprovviste di 'ancoraggio semantico', che sono contenitori vuoti aperti a tutti i travasi, a tutti i contenuti”. Ogni definizione proposta è infatti immediatamente smentita dai fatti. Sinistra-cambiamento, Destra-conservazione o restaurazione? Sinistra-popolo e uguaglianza, Destra-élite-gerarchia? Sinistra-lavoro salariato, Destra-capitale o rendita? È perfino inutile mostrare la nullità di queste categorizzazioni se riferite all'oggi. Ci si deve però domandare che cosa effettivamente sia venuto meno quando è saltato l'ancoraggio semantico del binomio Destra-Sinistra, quale visione consolidata del mondo è tramontata e che cosa è subentrato al suo posto.

 


Dal punto di vista concettuale, prescindendo dal contenuto, Destra e Sinistra nominano dei “contrari” non dei “contraddittori”. I contrari sono quanto più diverge all'interno di un genere comune che li comprende entrambi (i contraddittori non hanno genere comune). La loro differenza è perciò solo una differenza di grado come tra l'alto e il basso. I filosofi scolastici fissavano in uno dei contrari il momento della “forma” e nell'altro quello della “privazione della forma” e spiegavano il “divenire” come passaggio dalla privazione al raggiungimento della forma compiuta (ad esempio, dal bambino informe all'adulto formato). I contrari, quanto al valore, non stanno però sullo stesso piano: in realtà solo uno è quello “buono”, solo uno è quello “vero”, mentre l'altro rappresenta il difetto che deve essere superato. È l'ostacolo frapposto alla verità e la condizione del processo che porta alla verità. Questa digressione filosofica sui contrari non è inutile. Essa getta luce sulla canonica distinzione Sinistra-Destra, sul modo in cui essa ha funzionato a partire dal dopo Rivoluzione (francese). L'ancoraggio semantico del binomio è stato a lungo assai saldo. Politicamente Destra e Sinistra sono stati infatti i contrari riferiti ad un genere comune, il cui nome è Storia e il cui protagonista è l'Uomo. Il contrario buono, la forma compiuta, è allora rappresentato dalla Sinistra, quello cattivo, ma necessario, dalla Destra. Dalla Rivoluzione francese in poi, la Sinistra ha stretto un patto indissolubile con la Storia intesa come irreversibile processo di emancipazione dell'Uomo. La parola “Sinistra”, a dispetto del suo etimo che ne fa qualcosa di inevitabilmente storto, indicava la direzione del processo.

 

Il destino della “Destra”, a dispetto anch'essa del suo nome che ne fa il dritto e il giusto, era così segnato in partenza, dal momento che costituiva l'ostacolo-strumento di un processo di liberazione in atto che dalla sua aveva la forza di un destino manifesto. Ancora negli anni della mia giovinezza, essere di Destra voleva dire schierarsi consapevolmente dalla parte di chi sarebbe stato spazzato via dal turbine della Storia. Destra era un anacronismo, talvolta rivendicato con l'orgoglio del militare giapponese che non si arrende all'evidenza di una sconfitta. I “contrari” Destra-Sinistra non mappavano semplicemente delle “posizioni” nel Parlamento ideale della modernità politica, ma ratificavano l'esistenza della Storia intesa come progresso dell'Idea.

Il ritornello “né di Destra né di Sinistra” qualifica invece il populismo attuale. Lo si ascolta con giustificato sospetto perché a cantarlo con più insistenza sono persone sgradevoli. Raramente però il sospetto diventa intelligenza del suo contenuto latente. Quel ritornello parla di una trasformazione epocale. Ci dice che la Sinistra, vale a dire il solo contrario “vero”, è finita e che quello che è rimasto non è la Destra. Se la politologia arranca è perché mappa un nuovo territorio con categorie ereditate da altre mappe (quelle generate dal Rivoluzione francese) che funzionavano per un altro continente, ormai scomparso. I contrari, dicevamo, suppongono un genere comune che è il vero soggetto. “Né di Destra né di Sinistra” sta allora a significare, ci piaccia o meno, l'evaporazione di quel soggetto.

 

Per comprendere questa “evaporazione” si tenga presente il giudizio formulato da Nietzsche sulla fine di un altro celebre dualismo, imparentato con quello che ci riguarda. Nietzsche, come è noto, contestava il dualismo platonico-cristiano che contrapponeva un mondo “apparente”, dominio dell'errore, ad un mondo “vero”, stabile e immutabile, fonte di ogni valore. Ne concludeva, con logica impeccabile, che se è venuto meno il “mondo vero” con esso, inevitabilmente, viene meno anche il “mondo apparente”. Morendo, la verità si è portata nella tomba anche il falso (in termini di teologia morale: la morte di Dio significa automaticamente la fine del peccato). Lo stesso si può ripetere oggi a proposito della Sinistra. Finendo la Sinistra ha assolto la Destra dal ruolo subordinato che essa aveva assunto dall'indomani della grande Rivoluzione, cioè vestire i panni della reazione e farsi paladina di ogni restaurazione. La fine della Sinistra ha voluto dire anche la fine di questa Destra e l'inizio di qualcosa d'altro che non è né di Destra né di Sinistra e che, se guardato con quelle lenti, non può che apparire impreciso, vago, confuso, aperto, come diceva Sartori, a tutti i travasi, a tutti i contenuti.

 

Il populismo sovranista (e razzista) non è infatti né reazionario né restauratore. Tantomeno nasce perdente. Parla la lingua del cambiamento e si fa paladino del lavoratore (bianco) vessato dall'egoismo del capitale. Il richiamo al fascismo storico, così frequente, nei comportamenti dei suoi leader (così frequente da escludere l'ipotesi della citazione involontaria causa ignoranza), non falsifica questa ipotesi, tutt'altro. Il fascismo nella sua genesi è stato infatti un esempio folgorante di trasmigrazione del linguaggio della Sinistra rivoluzionaria in un corpo per così dire neutro, non più identificato dal “genere” Destra-Sinistra. Come suo ultimo e decisivo ispiratore, Mussolini indicava Sorel, e più precisamente quel momento capitale della dottrina soreliana in cui il marxismo abbandonava la sua veste scientifica per diventare una grande macchina mitologica capace di suscitare rivoluzioni con la frenesia contagiosa dell'entusiasmo nazionalista. Prima di arrivare in Italia, quel sindacalismo rivoluzionario, populista ed irrazionalista, era stato adottato in Francia dalla Destra estrema della Action Française. Come Zeev Sternhell ha mostrato in studi mirabili, l'esperimento fascista è stato alternativo alla coppia dei contrari Destra-Sinistra che informava la politica europea. Il fascismo sfuggiva alle mappe concettuali dell'epoca, diventando così concettualmente inafferrabile e assicurandosi, grazie a questa invisibilità teorica, una potenza operativa straordinaria. Per questa ragione il fascismo è paradigmatico per il nostro presente. Esso ne costituisce l'orizzonte ideale, ne è una sorta di anticipazione “epistemologica” alla quale i nuovi sovranisti non possono non rivolgere uno sguardo ammirato. Non è la nostalgia che li muove, ma la coerenza. 

 

A differenza del populismo, il fascismo storico doveva fare i conti con il contemporaneo esperimento comunista e questo lo costringeva in sede politica a scelte decisamente reazionarie. Il populismo agisce invece oggi in uno spazio libero da competitors insidiosi. Il solo avversario politico è un liberalismo esausto, delegittimato a livello simbolico dalla critica puntuale che la Sinistra gli ha mosso in questi ultimi trent'anni. La critica del “pensiero unico” è una di quelle eredità – forse la più preziosa – che il populismo ha ricevuto dalla Sinistra e che ha saputo mettere a frutto. E ciò non è dovuto a semplice opportunismo. La critica del pensiero unico nelle mani dei populisti “funziona”. Il che non significa affatto che quella critica non sia “corretta” e vada abbandonata per abbracciare spensieratamente il liberismo economico. Significa soltanto ribadire la necessità per chi voglia comprendere il presente (e agire politicamente in esso) di procedere in modo pragmatico considerando sempre gli effetti reali dei concetti, i quali, lungi dall'essere frigide astrazioni, sono potenze reali, vere e proprie armi che vanno usate con estrema cautela.

 

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R. Ronchi, Metafisica del populismo

Ph Carolyne Kaster.

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