La vendetta perfetta di Peter Handke

Un uomo esce di casa e si mette in cammino; ed è fatta. Siamo già in una storia. Chiusa la porta di casa, attraversato il giardino, accostato il cancello, inizia l’avventura.

È forse, questa, la principale situazione di partenza delle narrazioni, anche se non sempre viene raccontata esplicitamente, come fa spesso invece Peter Handke, in particolare negli ultimi due libri, simili anche per molti altri elementi, tanto che credo che il più recente, La seconda spada (2020; da cui sono tratte tutte le citazioni senza ulteriore indicazione), sia una specie di costola uscita dal precedente di cui riprende alla lettera anche un paio di passaggi, il ponderoso e bellissimo La ladra di frutta (2017, ed. it. 2019; d’ora in poi LLF), tradotti per Guanda in modo come sempre eccellente da Alessandra Iadicicco. Entrambi raccontano un viaggio alla ricerca di qualcuno e in entrambi il viaggio, più che un andare verso una meta, si trasforma presto in vagabondaggio, sul modello di quelli romantici, costellato di interruzioni e di soste più che di spostamenti, e di incontri casuali più che di ritrovamenti mirati.

 

In entrambi i casi a partire, e raccontare, è un vecchio signore un po’ eccentrico (con il suo “abito Dior blu scuro in tre pezzi, il Borsalino dalla tesa ampia e la piuma di poiana nel nastro del cappello [e] gli occhiali con le lenti scure”, p.146) che assomiglia molto allo scrittore, e come lui abita una casa nei dintorni di Parigi, da cui si allontana per addentrarsi nei vicini territori dell’Île-de-France e della Piccardia, dei quali alla fine i libri verranno a costituire una specie di originale guida dedicata ai luoghi marginali e meno noti, dove il presente fatto di strade e alberghi spesso in decadenza, il passato recente e remoto come i resti di Port-Royal descritti in un bellissimo episodio di La seconda spada, e i residui di una “natura” in apparenza fuori dal tempo, con i suoi boschi e animali di ogni specie, stanno fianco a fianco senza quasi sfiorarsi e interagire. Quasi dei baedeker dell’irrilevante, scritti da un “geografo senza senso dell’orientamento” (LLF, 335). La sua epopea. L’epopea dell’apparenza, che “è per se stessa, e di per sé, materia; è sostanza” (p. 113).

 

 

Pur avendo una meta, infatti, i due narratori si lasciano continuamente conquistare dall’indugio, a cui ogni cosa li invita, racchiudendoli come in bolle di un eterno duraturo presente, tanto che il futuro che dovrebbe orientarli, lo scopo del viaggio, spesso sparisce dall’orizzonte. “E poi? Non si pensi a un poi. Adesso è adesso, non correre come un ossesso!” (p. 32). L’azione si muta in stasi, la mancanza di tempo, che spesso li attanaglia nella vita quotidiana, in abbondanza: “E una gioia senza nome si impadronì di me, la gioia del non far niente adesso, e del continuare a lasciare andare senza fare niente.” (LSS, 40).

 

La ragione della partenza, sempre che ne serva una, come se partire non fosse già sufficiente di per sé, è in entrambi i casi una ricerca: quella della misteriosa ladra di frutta nel romanzo omonimo, che poi si rivela essere la figlia del narratore partita a sua volta alla ricerca della madre; e di una giornalista di cui vendicarsi in La seconda spada, di cui ci occuperemo qui più da vicino. 

Il libro è stato scritto da Handke qualche mese prima dell’assegnazione del Nobel l’anno scorso, ma leggendo che il suo tema è la vendetta contro una giornalista, viene spontaneo pensare alle polemiche che lo hanno seguito, mentre il vero bersaglio sono probabilmente i critici, di cui la giornalista è una rappresentante, che hanno bersagliato lui a buona e talvolta anche a cattiva ragione negli ultimi vent’anni, dopo il suo schieramento a difesa della Serbia, cioè della parte ufficialmente sbagliata, nei conflitti seguiti alla deflagrazione dell’ex Iugoslavia, proiettando indebitamente i loro giudizi anche sulla sua opera. Non entrerò ancora nel merito della questione a cui ho già accennato nell’articolo che ho scritto in occasione del Nobel, e delle prese di posizione dello scrittore austriaco-sloveno che non vanno disgiunte dalla propensione alla provocazione che lo hanno caratterizzato fin dagli esordi, a cominciare dalle opere teatrali degli anni ’60 ora riedite da Quodlibet, sulle quali ha scritto per doppiozero una recensione molto bella Fabrizio Sinisi.

 

Nel libro il desiderio di vendetta (la paradossale urgenza di una vendetta tardiva, come si intitola la prima parte del libro) deriva dall’accusa di filonazismo che anni prima la giornalista aveva indirizzato alla madre morta suicida da ormai 50 anni del narratore e autore, che le ha dedicato, come è noto, uno dei suoi primi capolavori, Infelicità senza desideri; accusa peraltro simile a quella che il narratore stesso le rivolge in sogno, quando le chiede, con una sfumatura significativa, perché al nazismo non si era opposta. 

 

Sembra un compito (un dovere) facile e veloce da sbrigare, una volta presa la decisione di metterlo in atto, tanto più che la donna abita nelle vicinanze, ma la narrazione imbocca quasi subito anche altre vie, come consuetudine di Handke (come dice esplicitamente per la ladra di frutta: “ciò che importava ... era soprattutto rinviare il più possibile ... un continuo tentativo di evitare di dover poi raccontare la storia in maniera molto più lineare e veloce”, LLF, 253). La volontà di vendicarsi infatti, e di farlo subito (ma come?, chi lo farà materialmente?, non sarà meglio assoldare un sicario, chiederlo a qualcuno della strana congrega di conoscenti che incontra sul percorso: un clochard africano, la postina in pensione, i vecchi dell’ex-albergo dei viaggiatori, l’oste nordafricano, il carrozziere che ogni tanto gli manda poesie sul telefonino?), viene ritardata, quasi dimenticata, anche se presente in sottofondo e pronta a riemergere per un attimo o poco più, per poi a tornare nell’ombra e riaffiorare di nuovo. 

 

Handke non ti dà mai immediatamente quanto sembra offrirti; spesso si diverte a dilazionarlo, o fartelo sparire dalla vista e dalla presa, come a sfidarti, a vedere se te lo meriti e fino a che punto si disposto a seguirlo nei suoi percorsi programmaticamente senza tracciati prevedibili, non lungo quelli segnati dalle mappe, linguistiche e narrative, oltre a quelle geografiche che pure porta con sé, dettagliatissime, per meglio eluderle: una vera e propria strategia della delusione, quasi una penitenza, o un rito di iniziazione a cui il lettore è sottoposto per cogliere (per meritare), attraverso la sistematica distruzione o decostruzione del sistema di attese, quanto l’autore ha da mostrargli e partecipare così al suo peculiare modo di guardare, e rivelare, il mondo. Irritarsi è facile, però. Non sempre si è disposti, per esempio, a seguire per tre pagine le istruzioni (straordinarie) su come aprire una nocciola selvatica, come succede in LLF da pag. 245 a p. 248.  La lettura diventa un tour de force anche per il lettore, se non vi si abbandona, se resiste e cerca appigli, se quel che vuole è un racconto, non si dice tradizionale, ma quanto meno con una griglia, delle sequenze, ombre di causalità riconoscibili, non solo la successione cioè, ma anche un qualche tipo di implicazione, di direzione e sviluppo, una storia insomma.

 

 

Ma se non lo fa, se resiste alla resistenza, e meglio: la dimentica, se nemmeno più contempla la sua possibilità, allora è difficile trovare qualcuno a cui abbandonarsi con maggior fiducia di Handke, lasciandosi prendere per mano ovunque voglia portarti, senza provare a prevederlo, perché tanto non ci si riuscirà, ogni attesa verrà delusa e elusa, stornata, rovesciata, saltata a piè pari, declinata in una lingua sconosciuta che all’improvviso ci si accorge di capire e amare. Vai da ogni parte senza sapere dove sei e quale direzione stai prendendo, quale intrico di strade sentieri e piste stai percorrendo, e alla fine arrivi. O meglio: non ti perdi, anche se non conoscevi il paesaggio, perché ogni momento sei lì dove dovevi essere, appaesato.

 

La volontà di esaurire la descrizione delle cose e dei luoghi richiama da una parte Perec e dall’altra Ponge; ma a differenza del primo, che privilegia enumerazione e asciutta descrizione, lo sguardo di Handke si lascia attrarre, e sorprendere, da tutto, e ha sempre una tonalità emotiva, o meglio: affettiva, e rammemorativa, propensa a seguire ogni sollecitazione innescata da parole, fantasie, analogie, ritornelli, citazioni dirette o nascoste; mentre la minuziosa attenzione non è tanto un esercizio metodico come quello di Ponge che scaturisce dall’affetto per le cose ma poi si sviluppa per una precisa volontà di esaustione, quanto piuttosto un abito e un costante invito a soffermarsi sulle percezioni, a decifrare i segnali dei sensi, a leggerli nelle sfaccettature del presente e, se è il caso, a ricordare ricorrenze e sfumature passate (p. 27), o a immaginare qualcosa, sviluppi o brevi storie proiettate in un futuro immediato o lontano, magari come stimolo, inaspettato quanto imperativo, a metterle in atto. Sempre nel concreto in ogni caso, nel dettaglio, come quando si sofferma a cercare le esatte parole per raccontare le peculiarità dello scroscio di un ruscello, di quello e nessun altro (p. 25-26). 

 

Si tratta di un sentire piuttosto che di un ascoltare; di un vedere, piuttosto che di un contemplare volontario e intenzionale, ma come disponibilità, accoglienza: un esercizio di riduzione dell’io, o meglio: un’eclisse non cercata né voluta,  e soprattutto piuttosto che di un osservare (“Per carità, proprio no.”; p. 37):  “accorgermi di qualcosa senza fare nulla, e accoglierlo ... e poi con quell’immagine andare subito alla deriva, in un sogno a occhi aperti assolutamente vigile” (p. 38).

Uno sguardo che non viene mai, o rarissimamente, esercitato da sopra o da sotto: di dominio, per ghermire il sensibile e assimilarlo alla nostra chimica, o viceversa asservito, stuporoso; gli occhi sono sempre allo stesso livello di ciò che vedono, sempre disposti a ricambiare lo sguardo che esso ci rivolge, e a lasciarsene ammaliare. “... studiare ciò che deve essere studiato e venerare in silenzio l’inesplicabile” (p. 113). E tuttavia “”non meravigliarsi di niente!” ... [è] uno dei miei motti, quasi una professione di fede ... (Venerare o “lasciarsi scuotere, lasciarsi commuovere”, era qualcosa d’altro.)” (p. 88).

 

È questa disposizione a conferire alla scrittura di Handke il suo tono a volte eccitato, ma lievemente, appena appena, e esclamativo: “un’esclamazione! ... era ancora capace di ciò che – ne aveva la certezza, e ne era profondamente pervaso non solo da ieri – costituiva, accanto al fremito deferente, la parte migliore dell’uomo. Fremito silenzioso ed esclamazione forte!” (LLF, 338). Vale anche per noi.

Così, anche quando parla di cose insignificanti o laide, o di persone e azioni non proprio commendevoli, purché umili però, non c’è mai neppure un accenno di superiorità, e men che meno di disprezzo, riuscendo nella difficilissima impresa di evitare sempre e comunque la più diffusa, perché più economica, patente di intelligenza dei nostri giorni, il cinismo, e semmai di riservare l’ironia, quasi sempre con la sordina peraltro, a ciò e a chi avanza pretese di importanza, e anche lì senza esagerare. 

 

 

Il nostro narratore, dunque, esce di casa “dopo molti anni di esitazione, di rinvii, a tratti anche di oblio, ... per compiere la vendetta da lungo attesa ... nell’interesse del mondo ... o anche solo – perché “solo”? – per spaventare e di conseguenza risvegliare un pubblico. Quale? Il pubblico di quelli là.” (p. 11-12). È curioso però che vada a cercare vendetta durante il lungo ponte del Primo Maggio, che in quell’anno è in coda alle vacanze pasquali, quando tutti sono ancora via (p. 16), quindi con ogni probabilità anche la giornalista. Lì per lì, siamo solo all’inizio della storia, uno non ci fa caso, ma poi gli viene qualche dubbio. Sarà proprio vero che vuole prendersi la tardiva vendetta? Così tardiva, varrà ancora? E poi quale vendetta? Uccidere la giornalista colpevole di lesa maternità?

 

È quello che il narratore propone, salvo poi dire che era uno scherzo, al suo amico carrozziere-poeta, e poi al clochard africano, ma forse non è convinto nemmeno lui. Ne dubitiamo a maggior ragione quando, sia pure in un differente contesto (ma lo è davvero, in uno scrittore per il quale la sistematica divagazione non è che un modo per legare insieme tutto con lacci tanto stretti quanto invisibili?) scrive: “c’è stata violenza in qualche mia azione come pure, in altro modo ... nelle mie parole. Ma ... si è trattato, senza eccezione, delle parole pronunciate, mai di quelle scritte, vale a dire quelle da pubblicare, destinate a questo stato un tabù, per me. ... Come culmine dell’azione violenta, io nel corso della mia vita ho visto sempre più spesso ... la lingua scritta, quella pubblica, quella che viene per così dire esercitata in via ufficiale ... quella che tutto interpreta e giudica ... che sul pianeta recava le più grosse sciagure alle vittime indifese... questa scrittura da lontano” (p. 76-77). 

La parola artistica invece (la sua quantomeno: quella a cui scrupolosamente attende), è quanto di più lontano possibile dalla violenza. Anche quando la parola pubblica, ufficiale o consolidata, surrettiziamente, per consuetudine o leggerezza, si intrufola nel suo discorso, attraverso cliché, espressioni, singole parole o facili slittamenti narrativi o pseudocausali, Handke è subito pronto a segnalare le intrusioni e a trasformarle, interrogandole o dislocandone significato e uso. ““Ma così vuole la storia” – “La historia?” – “Deficiente!” (p. 79). 

 

Anche la vendetta è una violenza? o è una questione di giustizia? Ci può essere una giustizia non violenta? Una giustizia che non sia un giudizio? La seconda spada è la risposta a queste domande in buona parte nemmeno formulate. La questione della giustizia viene sollevata dal lungo monologo del giudice, vicino di casa fino a quel momento preso in antipatia, incontrato a Port-Royal des Champs; quella della violenza oltre che nelle riflessioni sulla lingua pubblica ufficiale, nel giudizio emanato senza istruttoria dalla giornalista. “Oggi sulla terra non c’è più giustizia senza violenza, e di qui discende la leggere della spada” (127). Non è questo che il narratore ricerca, però. Man mano che il cammino procede è un’altra giustizia che si fa strada, la giustizia dell’immaginazione: “è l’immaginazione, non la ragione, a creare la parvenza di bellezza, fortuna e giustizia” (ibid.). È questa la seconda spada? Quella intinta nel rosso non nel sangue, ma nell’inchiostro, come la penna della bella copertina del libro.

 

L’improvvisa urgenza della sua impresa, decisiva, come afferma lui, non impedisce al vendicatore di lasciarsi plasmare dai minimi eventi e esseri viventi che incrocia e presso cui si sofferma, tanto che poi è talmente cambiato, senza che quasi nulla evidenzi il cambiamento (come accade a tutti, ogni giorno), che prima la meta non è più importante, e poi anche l’obiettivo, pur rimanendo lo stesso, va incontro a successive, lente, metamorfosi, per essere infine raggiunto sì, ma in un’altra forma. L’intenzione è rimasta, il modo e il bersaglio si sono persi, modificati e abbandonati, ma il risultato è comunque raggiunto, diverso però, migliore. La giornalista, e quelli come lei, è meglio lasciarli perdere e tenerli fuori dalla storia. Se la seconda spada è raccontare, scrivere, la vendetta è subordinarli alla scrittura, ridurli a “funzione di” (di un discorso, di un viaggio, di incontri, di nuove storie), e per il resto affidarli al silenzio e all’oblio. La vendetta perfetta è quella che non si prende. O che si porta a buon fine senza portarla direttamente a compimento, se non in un modo laterale: buono, appunto.

Allora si può fare festa, come quelle che chiudono entrambi i libri. Ogni storia è una festa. Ogni libro una rinascita.

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