Latour: Tracciare la rotta

Che cos’è la denegazione? O, se preferite, in che cosa consiste la freudiana Verneinung? Sarebbe facile dire che si tratta di una negazione menzognera, del negare ciò che si dovrebbe affermare – del tipo: “non mi piace il gelato” significa che ne vado pazzo; o, più tecnicamente, “non conosco l’Edipo” vuol dire che sono mostruosamente geloso del posto di papà nel lettone. Per gli psicanalisi seri non basta dire che disconoscere è il miglior modo di confermare, che è in sé una banalità, ma che i soggetti, in analisi, tendono a respingere a parole ciò che vogliono nei fatti tenere nascosto, per rimuovere, per ostinatamente conservare nei meandri di un inconscio che non conosce contraddizioni i propri intollerabili segretucci infantili. La denegazione è insomma un meccanismo strategico, una strenua forma di difesa contro chi vorrebbe rigirarci come un calzino facendo cader fuori, poco a poco, i nostri desideri più depressi e repressi. Di modo che arriva sempre un momento in cui la lotta fra mascheramenti e svelamenti si fa più aspra, e la denegazione finisce per divenire una specie di segreto di Pulcinella. Additare il rimosso, in fin dei conti, è il miglior modo per combatterne l’energia negativa.

 

Scusate per la lezioncina psicanalitica. È senz’altro una semplificazione. Ma è comunque un buon modo per cercare di comprendere al meglio le attuali, intricatissime, inverosimili vicende politiche planetarie: un buon modo insomma, non solo per orientarsi alla meno peggio nel magma mefitico della politica, ma anche per trovare una rotta verso cui mirare, un orientamento sensato da perseguire nella concreta prassi politica. Il che – viste le macroscopiche difficoltà in cui si dibattono, pateticamente e inutilmente, i nostri amministratori e decisori (grandi e piccini) – non è poco. 

 

Chi è oggi il Massimo Denegatore? A seguire il ragionamento che Bruno Latour svolge nel suo recente Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica (Cortina, pp. 142, € 13), non può che trattarsi del principale uomo politico mondiale, il Presidente degli Stati Uniti: quel Donald Trump che, esibendo pacchianamente la propria ridicolaggine, mal nasconde i suoi ben precisi obiettivi politici (e dunque economici, sociali, culturali, etici, etnici, ecologici…), producendo molteplici avatar sparsi per i governucci di mezzo mondo. Gli obiettivi dei trumpisti sono perseguiti mediante precise strategie di denegazione: per loro il problema del clima non esiste, quello della disuguaglianza sociale men che meno, per non parlare di quello degli immigrati. Tutte scocciature di cui liberarsi prontamente e brutalmente, negandone sfacciatamente non solo l’importanza etico-politica ma perfino l’esistenza discorsiva. Non a caso, la più parte di fake news prodotta dai grandi apparati di Stato non inventa storie inesistenti ma nega quelle già attestate: storie di lotte sociali, di inasprimenti razziali, di disastri climatici che si dissolvono in quel grande schiamazzo postmediatico che, assordandoci, vorrebbe rassicurarci. 

 

 

Così, sostiene senza paradosso Bruno Latour, “il trumpismo è un’innovazione in politica come non se ne vedono tanto spesso e conviene prenderlo sul serio”; questo perché la politica denegatoria di Trump aiuta a comprendere, ribaltandone il senso, quali siano oggi le principali poste in gioco nella gestione di quella immensa cosa pubblica che è il nostro pianeta – da parte sua già pienamente entrato nell’era ibrida dell’Antropocene. L’emergenza ambientale, la deregulation sociale e i disastri migratori – ovverossia i tre grandi nemici abilmente nascosti del trumpismo sovranista – sono in fondo tre facce dell’attuale inasprimento dei conflitti riproposte a tre diversi livelli, come dire, geo-storici: scontri tra esseri umani (a livello locale), scontri tra etnie (a livello globale), scontri fra umani e non umani (a livello planetario). Se da una parte, dice Latour, abbiamo da tempo perduto quel mondo comune che, attraverso il mito moderno del progresso, avrebbe dovuto essere l’oggetto di pensiero e d’azione della dimensione politica, continuiamo a essere tutti quanti, attori umani e entità viventi non umane, abitanti della medesima terra, ossia, né più né meno, terrestri. Siamo tutti terrestri: dovremmo farcene una ragione, e cominciare a pensare, dice Latour, non più in base a oggetti galileiani (come fa l’occhio di certa scienza che, piazzandosi idealmente su Sirio, assimila tutto con tutto) ma piuttosto con oggetti lovelockiani (che rendono possibile un dialogo ad armi pari fra i vari abitanti del pianeta a partire dalla sua superficie realmente abitata e articolata).

 

Oggi più che mai, sostiene Latour ricollegandosi alla fitta serie dei suoi studi precedenti (da Non siamo mai stati moderni a Politiche della Natura, da La scienza in azione a Cogitamus), la questione della politica e quella scienza si rivelano essere due facce del medesimo problema: solo passando da un ripensamento profondo dell’idea di natura, rifiutandone cioè la presunta alterità muta e obiettiva, e accettandone piuttosto le valenze etiche, possiamo pensare un nuovo modello sociale. In altre parole, politiche sociali e politiche ambientali sono – o meglio: dovrebbero essere – il medesimo problema: pensando al tipo di ambiente che vogliamo, pensiamo alla società che vogliamo; e viceversa: “non c’è da scegliere tra il salario degli operai e la sorte degli uccellini, ma fra due tipi di mondo in cui ci sono, in entrambi i casi, sia i salari degli operai sia gli uccellini, ma diversamente congiunti”. Da cui la domanda: “perché il movimento sociale non ha fatto subito proprie le sfide ecologiste, cosa che gli avrebbe consentito di sfuggire all’obsolescenza e di dare manforte all’ecologismo ancora debole?”.

 

Se, come ribadiscono molto bene Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola in un recente volume che ripercorre il dibattito in corso su questo tema alquanto delicato (Nell’Antropocene, Derive e approdi, pp. 270, € 18), siamo entrati nell’era dell’Antropocene, un’epoca in cui la specie umana ha irrimediabilmente permeato di sé gli strati geologici più profondi della sfera terrestre, non c’è più (ammesso che ci sia mai stata) da una parte la natura e dall’altra la società, ma un’unica entità di cui devono rendere conto, orchestrando a tutti costi i loro discorsi, geologi e storici, sociologi e geografi, climatologi e, appunto, politici. Lottare per una qualche forma di suolo condiviso da tutti gli attori che potrebbero calpestarlo significa così, innanzitutto, rinunciare ai falsi miti di una natura non meglio identificata da proteggere a ogni costo e di un’umanità che, per ambiguo mandato superiore, si fa signora e padrona di tutta la terra; e significa, secondariamente, saper ben tracciare la rotta, progettare una comune direzione di marcia, avendo ben chiari quali sono gli attrattori fasulli (come quelli dei trumpisti dell’ultimora) e quali invece quelli quanto meno verosimili. 

 

Per cominciare, dice Latour, potremmo attuare una buona politica di descrizione dei problemi e delle esigenze dei singoli e delle specie, delle etnie e dei gruppi sociali, un po’ al modo in cui, nel secondo Settecento, su invito del Re in persona tutti quanti, a qualsiasi ceto appartenessero, iniziarono a stilare i loro cahiers de doléances, raccogliendo quell’enorme lista eteroclita ma possente di desiderata che di lì a poco portò, se pur per vie traverse, alla Rivoluzione dell’89. Del resto, il termine ‘rivoluzione’, sostiene Latour, va preso oggi nei suoi due significati principali, astronomico e politico. Abbiamo perduto la terra dove poggiare saldamente i piedi, stiamo girando intorno a un pianeta che abbiamo profondamente modificato, ci tocca adesso cercare una buona pista dove atterrare e ricominciare. Non è fantascienza, è politica.

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