Lawrence Ferlinghetti: cento di questi anni

Cent’anni giusti (nato il 24 marzo 1919), quaranta libri, sessant’anni di dipinti, e una libreria tuttora aperta al numero 261 di Columbus Avenue, San Francisco: la City Lights Books, nome ispirato a Charles Chaplin, Luci della città, e col permesso di usarlo rispettosamente chiesto allo stesso Chaplin. E poi: l’arresto nel giugno 1959 per ordine dell’“esattore dei dazi doganali” signor Chester McPhee, il quale il 25 marzo 1957 aveva fatto sequestrare la seconda edizione di Urlo e altre poesie di Allen Ginsberg, pubblicato da City Lights Books ma stampato in Inghilterra e che quindi doveva passare la dogana. Due anni di tira-e-molla legali, interventi da parte della ACLU (Unione Americana delle Libertà Civili) e dei maggiori poeti su tutti i giornali in difesa di Ginsberg e del suo coraggioso editore. Infine l’assoluzione, il 3 ottobre 1957 con sentenza memorabilmente articolata del giudice Clayton Horn, fine di quell’epoca della censura americana iniziata nel 1921 con il processo alla “Little Review” per aveva pubblicato la prima versione dell’Ulisse di Joyce. L’audacia del modernismo era stata finalmente vendicata, e con essa, l’aggressione a mano poeticamente armata della poesia beat contro l’America degli anni cinquanta – Moloch, l’aveva chiamata Ginsberg.

 

Ma Ferlinghetti non era il poeta dell’orribile sublimità americana come Ginsberg, non era il poeta della beat-itudine come Kerouac, sempre a un passo dalla distruzione alcolica, e nemmeno come Burroughs il cronista della paranoia che l’America esporta nel mondo più di quanto non importi cocaina ed eroina. Ferlinghetti aveva già pubblicato nel 1955 la sua prima raccolta, Pictures of a Gone World (Istantanee di un mondo scomparso), che non è precisamente un titolo beat. E nel 1958, per il suo libro che avrebbe venduto più di un milione di copie, scelse A Coney Island of the Mind, che Damiano Abeni e Moira Egan, per l’edizione minimum fax del 2018 hanno scelto giustamente di non tradurre perché mind si può rendere con mente, spirito, anima, e Coney Island era il vecchio luna-park di New York, la città dove Ferlinghetti è nato. Un luna-park della mente? Dello spirito o dell’anima? Tutt’e tre le cose insieme, ma Coney Island infine è solo Coney Island, un’altra non c’è mai stata.

Ferlinghetti, a differenza di parecchi dei suoi compagni d’avventure, era uno che aveva studiato: laurea in giornalismo alla University of North Carolina a Chapel Hill, master in letteratura inglese alla Columbia e dottorato alla Sorbona in letteratura comparata con una tesi in francese sulla città come simbolo nella poesia moderna (nel 1958 pubblicò per Penguin anche le sue traduzioni da Jacques Prévert). Coney Island, per conto suo, è un omaggio devotissimo ai maestri del modernismo: Eliot soprattutto, citato alla lettera; Joyce, con l’ambizione sommessa ma tenace di essere il nuovo Dedalus; Yeats, l’antenato inevitabile; e Dante che fa capolino attraverso la mediazione di Pound. Nulla che Ginsberg non avrebbe potuto sottoscrivere, s’intende, ma Ginsberg si mette subito a pari con chiunque, se non sopra. Lui è il nuovo Whitman e vuole che lo sappiano tutti, anche Whitman. Ferlinghetti si mette in coda, parla più sommesso, evita i proclami, preferisce l’ironia. 

 

 

Però ascolta il jazz. Lo ascolta da poeta come lo ascoltavano Kerouac e Ginsberg, e quando decide di scrivere jazz poetry fa anche lui il salto verso il beat, non nel senso del “battuto-beato” come lo intendeva Kerouac, ma proprio come “battito”, ritmo nuovo che la rinnovata oralità della poesia deve assumere. Oggi sarebbe il rap. Nel lontano 1958, dà origine ad almeno due formidabili monologhi: Christ Climbed Down (Cristo scese giù – dalla croce, s’intende, come il Cristo di D. H. Lawrence in L’uomo che era morto) e DogIl cane, perfetto manifesto impolitico ma non populista, ritratto di un giovane cane molto serio che non ha per niente paura del deputato Doyle, anche se quello che gli sente dire passando per la strada dove Doyle sta comiziando è molto deprimente e molto assurdo, ma non importa, per quel giovanotto di cane che prende la vita molto sul serio il deputato Doyle è semplicemente un altro idrante sul quale alzare la zampa.

 

Ferlinghetti non ha mai dimenticato che la poesia è musica. Dev’essere stato intorno al 1972, o così mi hanno raccontato. Leggeva poesie alla University of Houston, quando un bambino seduto vicino a sua madre prese a piangere rumorosamente. La donna lo prese in braccio e stava per lasciare la sala ma Ferlinghetti la fermò. “Non se ne vada” le disse con dolcezza, e invece di continuare a recitare la sua poesia si mise a cantarla. Il bambino si calmò immediatamente. Un solo aneddoto, insignificante ma non troppo, su una vita di cent’anni.

Già: quaranta libri di viaggi, poesie e romanzi, e finora abbiamo parlato solo dei primi due? Ma Ferlinghetti non è mai cambiato. È sempre rimasto un grande minore, un poeta che introduce alla poesia, a volte mettendo il piede dentro, a volte standone fuori ma senza rancore, anzi con un sorriso. Si può seguire la sua parabola attraverso la sua antologia del 1993, These Are My Rivers (Questi sono i miei fiumi, con chiaro riferimento a Ungaretti), o il seguito ideale di Coney Island, intitolato A Far Rockaway of the Heart (1997), la Far Rockaway del cuore o del sentimento, quartiere di Queens che una volta dovevi passare per arrivare a Coney Island. Oppure i suoi aforismi raccolti in Poetry as Insurgent Art (Poesia come arte dell’insurrezione, l’ultima edizione è del 2007): “Se vuoi essere un poeta, scrivi quotidiani vivi. Scrivi reportage dallo spazio profondo, manda dispacci a qualche redattore supremo che crede nella divulgazione della verità e ha una bassissima tolleranza per le cazzate.” Perché “tu sei Whitman, tu sei Poe, tu sei Mark Twain, tu sei Emily Dickinson e Edna St. Vincent Millay, sei Neruda, Mayakovskij e Pasolini, sei americano o non-americano, e con le tue parole puoi conquistare i conquistatori”.

 

Roman Poems è stata una delle prime antologie di Pasolini uscita in America, per i tipi della City Lights Books, traduzione di Lawrence Ferlinghetti e Francesca Valente che allora (1986) era direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. C’è moltissima Italia in Ferlinghetti, il cui padre, originario di Chiari, è morto prima che lui nascesse. Ma fino a quando non entrò nell’esercito non seppe di essere di origine italiana; solo all’atto di mettere la firma gli dissero che il suo cognome non era Ferlin, come lui credeva. La madre non glielo poteva dire, Lawrence non era cresciuto con lei. Si è rifatto dopo, con la lingua e la poesia, e in Far Rockaway scrive di accodarsi davanti all’Università di Bologna “alla solita manifestazione di studenti insoliti” che protestano in nome di qualunque cosa si protesta in Italia: Giordano Bruno, Garibaldi, Pasolini o Lotta Continua. Per lui però è una marcia contro la realtà virtuale, “guidata da Umberto Eco, credo, o da qualche spiritoso che gli somiglia, sventolante una rosa”.

In uno dei suoi tanti viaggi in Italia, Ferlinghetti andò a cercare la casa di suo padre. Trovò la palazzina che ne aveva preso il posto e suonò il campanello. Aprì un bresciano vociante che lo scambiò per un “extracomunitario” (allora si diceva così) e gli urlò in dialetto di andar via. Per caso passava una pattuglia della polizia che lo mise spalle al muro e gli controllò i documenti. Andò tutto bene, ma poteva andar peggio. Gli americani dopotutto sono extracomunitari, no? E chi vuole leggere la mia particolare versione di quella vicenda la trova nel racconto Parenti lontani, incluso nell’antologia L’italiano degli altri. Narratori e poeti in Italia e nel mondo (Newton Compton, 2010).

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