Luca Molinari. Le case che siamo

“Abito da sempre (con involontarie interruzioni) nella casa in cui sono nato”. Così inizia un articolo pubblicato in una rivista di architettura nei primi anni Ottanta da Primo Levi in La mia casa e racconta com’è fatta la sua abitazione torinese, stanza dopo stanza. Lo scrittore si paragona a una patella che, dopo aver nuotato liberamente allo stato larvale, si fissa a uno scoglio e secerne il guscio, e non si muove più da lì nel corso della sua vita. Al contrario Jean Genet, il commediografo e scrittore francese, ha abitato gran parte della sua esistenza in stanze d’albergo, dove è anche morto nell’aprile del 1986; vita raminga di un “senza radici”, che ha come propria abitazione solo la parola e la scrittura. Due atteggiamenti opposti, e forse anche complementari, che corrispondono a due delle varie immagini di casa che lo studioso di architettura, docente universitario, saggista e critico, Luca Molinari racconta nel suo Le case che siamo (Nottetempo, pp. 94, € 10). La casa come identità stanziale e la casa “senza radici”.

 

La prima è l’abitazione come habitus, quale è stata concepita negli ultimi due secoli, fondata sulla solidità e l’utilità, casa di mattoni, come quella del Grande Porcellino che resiste all’assalto del Lupo nella celebre fiaba, residenza borghese priva di fronzoli, efficiente, ma anche confortevole; l’altra è invece una residenza provvisoria, instabile, mutevole, sino ad arrivare alla casa nomadica, che vive in un mondo virtuale dove esiste la più grande catena di ospitalità temporanea, Airbnb: catalogo on-line di due milioni di appartamenti per un valore stimato di 25,5 milioni di euro, inventati da Brian Chesky e Joe Gebbia, il cui motto è “a casa tua in qualsiasi parte del mondo”. Nella realtà globalizzata attuale siamo messi di fronte, da una parte al mondo occidentale, che ha fatto della casa o villetta unifamigliare, il proprio fortilizio presidiato con acquisti e mutui a lunga scadenza; e dall’altra a milioni di richiedenti asilo, profughi, che hanno lasciato le loro case devastate e distrutte, per cercare una nuova abitazione al di là del mare, viaggiando per migliaia di chilometri.

 

 Foto di Todd Hido.

 

Molinari è giustamente convinto che la casa sia oggi uno dei luoghi universali da cui ricominciare a ripensare se stessi e il mondo che abitiamo, che sia “un reale laboratorio di comprensione e trasformazione del mondo”. L’architettura contemporanea si è spesso dimenticata dell’atto dell’abitare, a partire dall’elegante e algida Casa Farnworth di Mies van de Rohe (1946-51). Si pensi inoltre alle architetture che abbiamo in mente, spesso presentate nelle riviste di settore, che riguardano perlopiù musei, edifici pubblici, stadi, ospedali, scuole. Il problema dell’abitare sembra diventato quasi superfluo in questo modo di progettare, sebbene tutti anelino a quel guscio, per dirla con Levi, che difende e dà identità in un mondo elastico, frammentato, pulviscolare, privo di un centro solido e duraturo. L’idea d’intimità si è radicalmente modificata e, come fa notare, Molinari, grazie anche al mondo digitale, ai social network, che hanno trasformato l’idea del dentro e del fuori, del vicino e del lontano, creando tante residenze temporanee, come i coworking o i bar dotati di wifi, dove si svolge oggi una parte della vita quotidiana.

 

Nessuno tuttavia può fare a meno di una casa, perché questa è prima di tutto un luogo dell’anima, spazio in cui si consuma l’esistenza terrena degli individui. L’autore cita un emblematico progetto di Franco Purini, architetto visionario, che nel 2000 aveva immaginato una città di un milione di abitanti costituita da un milione di abitazioni: per ogni casa un abitante, che prima o poi l’avrebbe avuta come una tomba, così che alla fine quella città si sarebbe stata trasformata in una monumentale e immensa necropoli. Una metropoli così c’è già; è al Cairo, dove le casette costruite dentro l’immenso cimitero della città egiziana, allo scopo di ospitare i proprietari delle tombe in un determinato periodo dell’anno dedicato alla cura dei morti, sono diventate le abitazioni stabili di migliaia e migliaia di persone. La prima casa, ci ricorda Molinari, è il ventre materno, la seconda, come scrive Levi, è invece un luogo di memorie, deposito del proprio passato, e in qualche misura del presente. Ha ragione l’autore di questo breve ed efficace volume nel rammentarci che senza di noi la casa non esisterebbe; questa realtà solida, prima che una costruzione con muri, finestre, scale, balconi, è uno stato d’animo e dunque psichico.

 

Foto di Todd Hido. 

 

Per questo la casa sintetizza in sé tutte le nostre aspirazioni più profonde, e anche radicali, fino a creare come effetto di una moltiplicazione inarrestabile “un corpo sociale abitato da anime sempre più diverse”. Il mostruoso inurbamento accaduto negli ultimi settant' anni in tutti i continenti ha fatto sì che il problema della casa esplodesse in un modo devastante, così da creare una sorta di strabismo: da un lato, le periferie tutte uguali, orrende, senza identità, lontane dalla forma della città tradizionale, quella nata in epoca classica e poi medioevale; e dall’altro, dentro ciascuna di quelle abitazioni, appartamenti in cui s’accumula la storia delle singole persone e delle famiglie, fatta di mobili, oggetti, gadget, immagini “teneramente accumulate negli anni”. Come siamo arrivati a questo? Molinari fa il nome di un genio dell’architettura del XX secolo, Le Corbusier. Dalla sua Unité d’Habitation di Marsiglia (1952) ha preso il via il morbo che ha contagiato le periferie di tutto il mondo. L’idea di inscatolare in una griglia di cemento le singole residenze, di immetterle in questa macchina affascinante, e insieme mostruosa, è una delle cause principali della devastazione delle nostre città. Per nostra fortuna gli uomini non hanno perso la loro capacità di creare spazi vivibili in luoghi orribili come le baraccopoli o gli agglomerati urbani (il Corviale di Roma o lo ZEN di Palermo). Siamo ancora capaci di “fare anima”, ricorda nelle ultime pagine del libro Molinari, dove, sull’onda dei suoi ricordi infantili e giovanili, ci racconta in modo poetico la casa che lui è stato e quella che è oggi.

 

Luca Molinari presenta oggi il suo libro, con Marco Belpoliti, al Festivaletteratura di Mantova. Questo articolo è già uscito su “La stampa”.

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