Lucia Calamaro: “Scritture” senza dogmi

“Il problema della formazione in Italia è molto serio”, appuntava Luca Ronconi a margine della sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Torino (Prove di autobiografia, Feltrinelli 2019, p. 184). E aggiungeva: “non voglio un insegnamento unilaterale. Penso sia utile studiare psicologia: senza questa profondità, l’espressione artistica sarà necessariamente anchilosata”. 

Guidata dallo stesso desiderio di ampliare gli orizzonti culturali, prima che tecnici, Lucia Calamaro comincia l’avventura di Scritture, una nuova scuola di drammaturgia progettata con Riccione Teatro, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro (bando aperto fino al 15 aprile 2021). Una scuola itinerante, strutturata per settimane immersive, che prevede la concentrazione di giorni consecutivi di lavoro, e lunghe pause di rielaborazione personale. Il plurale scelto nel titolo parla chiaro: niente canoni, niente dogmi, ma il desiderio di unire la qualità di ricerca di un laboratorio intensivo con la continuità didattica garantita dai grandi centri di formazione. 

Abbiamo colto l’occasione per parlare con Lucia Calamaro di formazione, di nuove generazioni, di buoni e cattivi maestri. 

 

A marzo dell’anno scorso hai lanciato su “doppiozero” una provocazione: defenestrare chiunque “metta in scena una cosa su questo fatto che ci accade”. Oggi, a dodici mesi di distanza, hai cambiato idea? Si può o si deve scrivere di una pandemia?

Continuo a sbatterci la testa, quotidianamente. Cosa ci facciamo con questa pesantissima eredità del reale, nelle nostre opere? Come possiamo gestirla? Il racconto autobiografico, il vissuto diaristico, continuano a sembrarmi un principio sbagliato: abbiamo vissuto un’esperienza allo stesso tempo intima e collettiva, privata e pubblica. Sento che ci vorrebbe uno sforzo di figurazione, una pratica di ri-nominazione, un’invenzione nominale, direi, per affrontare questo evento, che corrisponde a una parte di realtà di cui facciamo esperienza ma per la quale ancora non abbiamo, almeno io, le parole.

L’animale che è in me – e che mi aiuta a scrivere – mi porta in territori nuovi, dove tutto quello che è accaduto è già in qualche modo penetrato nel mio immaginario. Ma continuo ad avere come una volontà ideologica di non parlarne, perché so che si tratta di un iper-oggetto che non ho pienamente capito. L’animale e la mente lottano e non trovano un accordo. Allo stesso tempo, so che se c’è un mezzo capace di raccontare l’ora, l’adesso è proprio il teatro… ma non è detto che sia il mio.

 

Speri insomma che qualche giovane autore prenda la penna e racconti il presente?

Esatto! Il cinema è lento a produrre, i tempi di stesura di un romanzo ben scritto devono essere distesi. Il teatro invece ha una temporalità veloce e le regole sono pochissime: siamo i più punk, abituati a fare i conti con economie ridotte e consegne lampo. Il teatro (anche quello italiano) forse può cominciare a prendersi la responsabilità di parlare del mondo, e di parlare del presente. È un’arte antica, potente, libera… Se non qui, dove?

 

 

All’interno del progetto Scritture sarai una formatrice. Che rapporto ha avuto con la sua formazione, Lucia Calamaro?

Pessimo. Non ero adatta. Non lo sono stata per anni. Sono molto contenta di non essere i professori che ho avuto. Impaurita, scartata, sbagliata: non ho mai passato un concorso, non sono mai stata accettata del tutto in una scuola ufficiale per quanto ci abbia fatto passaggi occasionali. Non ero un elemento contemplabile dal sistema, un’alunna su cui puntare, qualcuno che avrebbe dovuto fare questo mestiere. Ma ho insistito. Il mio carattere non ha aiutato al consenso ma mi ha aiutato a non arrendermi e a trovare una via indipendente, da cane sciolto: non acconsento, non coincido, spesso non sono d’accordo, e ho imparato solo l’altro ieri a non dirlo sempre. Anzi, forse oggi.

La mia è stata una formazione completamente underground, strappata più che altro con caparbietà e studi paralleli al teatro: università e cantine su cantine. Ho iniziato a recitare a 16 anni a Montevideo in una compagnia che più alternativa era impossibile: Teatro Uno. 

Avendo avuto un’esperienza di formazione poco standard e non priva di incidenti, ho capito quasi subito che adoravo trovare il modo di insegnare senza danno. La trasmissione di saperi è una pratica specifica dei rapporti umani. Ci vuole un certo tipo di ingegno. Che poi uno, anche se sta attento, fa sempre danni: chi impara è fragile. È delicato. Sempre in attesa di conferma. Perché chi impara cerca l’autorizzazione all’esistenza, e chi sono io, essere umano come lei/lui, per non dargliela? Tutto sta a trovare il modo giusto per aiutarli a essere.

Poi, se c’è una cosa che amo in modo viscerale, è l’incontro con il talento. Ti passa di fianco una, uno… che non gliel’hanno ancora detto quanto è bravo e hai il privilegio di farlo tu. Credo che ognuno di noi si ricordi quella volta che gli hanno detto “Sei bravo!” per la prima volta: è come un imprinting di esistenza. Si diventa luminosi. Si prende consistenza. È un lavoro molto bello il mio. Mi sento abbastanza fortunata. Così come lo è veder crescere davanti agli occhi lo spettacolo di un altro che scena su scena diventa mondo. Il suo mondo. E prima non c’era niente.

 

E tu l’hai trovato, un maestro?

Ognuno trova – o non trova – la persona o almeno gli autori-amici che sta cercando, nel tempo. Io ne ho trovati parecchi nei libri. Poi, a un certo punto, l’ho trovato in un essere umano: a Parigi seguivo un corso di etnoscenologia con Jean-Marie Pradier. Entrava in classe suonando il tamburo, con il naso da clown. Un folle, un uomo-cosmo che non si prendeva mai troppo sul serio. L’ho guardato e ho detto: “Ma questo matto?”. E poi Artaud, Il Teatro e il suo doppio, letto in edizione francese mentre ero a Montevideo. Mentre leggevo, sentivo la testa che si apriva come un melone maturo, ed entravano nozioni che non avevano mai trovato posto. Entrambi non sono stati maestri di teatro, ma maestri di pensiero e di impasse: ed è quello che proverò a essere anche io, se ci riesco. Poi ognuno farà il teatro che preferisce.  

 

Qual è il vuoto che speri di colmare attraverso Scritture?

Una certa ipo-formazione teorica di chi fa pratica. È come se in Italia i saperi teatrali si fossero drasticamente divisi il campo. Da una parte gli universitari/critici, in contatto col pensiero sulle cose, pensiero che cambia ed evolve; e dall’altra i registi/attori/autori che fanno le cose. 

E mi sembra che non si parlino poi tanto questi campi che però vivono intorno allo stesso oggetto vario e diverso che è lo spettacolo dal vivo. Nella maggior parte delle accademie non c’è bibliografia obbligatoria, anche se sono equiparate a un corso di laurea universitario. Ma fare ore di palco non basta purtroppo a creare un artista ragionato. Servono anche strumenti banalmente intellettuali. Una tournée non equivale a stare seduti ore alla scrivania a studiare e viceversa. Vorrei reintrodurre l’idea di una formazione intellettuale a tutto tondo dell’artista. Bisogna studiare, sempre, in continuazione, allenare la mente, cercare di capire meglio e di più sia il passato che il presente e non solo nei libri di teatro. L’attore deve pensare – non solo il regista, o l’autore – e per farlo in modo continuativo e organico deve mettersi nella posizione dello studioso.

È fondamentale prendere in mano il proprio destino attraverso lo studio. Solo così si smette di essere ‘preda di’, e si diventa davvero liberi e indipendenti.

 

E a proposito di giovani generazioni, ti chiedo una generalizzazione: cosa vedi, quando insegni ai venti-trentenni?

Vedo uno scarto generazionale importante: i venti-non ancora trentenni sono veloci, preparati, hanno obiettivi chiari e cadenzati. Invece quando guardo i trenta-quarantenni, incastrati in un limbo tra i sessanta-settantenni – gli Immortali – e questa nuova generazione di ventenni agguerriti che scalpitano alle porte, mi preoccupo. Vorrei dire loro: “State attenti, veloci, ci vuole un salto di specie, questi vi schiacciano da tutte le parti”. Credo davvero che emergeranno nuove voci e nuovi talenti. 

E se devo dire la verità ho un desiderio, se non proprio una priorità: che il nuovo teatro, i nuovi scrittori di storie per attori e spettatori (diverse dalle storie per lettori) asfalti un certo modello di fiction Rai, Sky e compagnia bella, desueto, imbarazzante, lento, poco ironico e facilone per contenuti, stile, modelli umani. O meglio, che il racconto del reale che ci propina oggi la televisione su canali di stato e piattaforme – salvo meravigliose e rare eccezioni – venga fatto esplodere dal racconto del presente di nuove generazioni teatrali. 

 

Le fotografie sono di Guido Mencari

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