Luigi Bernardi, L’intruso

"Per esempio, io non mai visto un supereroe in vita mia. Ma non ho perduto la speranza."

Luigi Bernardi mi parlò dell’idea di questo romanzo poco dopo aver cominciato a scriverlo. Mi accennò al fatto di voler raccontare gli anni del lavoro fatto nell’editoria, degli anni delle riviste e dei fumetti. Mostrare, in definitiva, quello che era stato, di come fosse andata. Una delle frasi che ripeteva spesso era: “Le cose vanno come devono andare” e così è accaduto. Sono andate che in mezzo al libro in scrittura e alla vita è arrivato il cancro. Rapido, devastante e, purtroppo, senza scampo. La strada del libro si è modificata, è diventata più tortuosa, non si è accorciata ma è cambiata. La bravura di Bernardi ha fatto in modo che la malattia non chiudesse il percorso di scrittura ma che lo ampliasse. Se il nuovo inquilino voleva esserci, Bernardi ha deciso di renderlo uno dei personaggi.

 

Personaggi, sì, perché L’intruso (Dea Planeta 2018) è un’opera di narrativa dentro la quale si è accomodata la vita vera. Luigi Bernardi detestava il racconto della malattia fine a se stesso, la persona che sopravvive al cancro e che dopo ci racconta la battaglia e commuove tutti; le sofferenze di qualcuno destinate a diventare un prodotto editoriale. Bernardi ha capito da subito che non ci sarebbe stata alcuna battaglia da combattere, c’era una guerra che avrebbe avuto un unico vincitore, il tumore. Il male che gioca, si infila dove vuole, non ti lascia mai e che non muore. Un personaggio del genere, degno di alcuni degli attori più terribili del mondo dei fumetti, era degno di stare nella storia che Luigi Bernardi voleva raccontare. Era l’intruso? Forse, ma di sicuro non sarebbe stato l’unico.

 

Luigi Bernardi ha cominciato col fumetto e attraverso grandi intuizioni ha creato mondi che a rievocarli ci vorrebbe una vita; basti pensare alla fondazione de L’isola trovata, che sfornerà i migliori fumetti tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta e la rivista indimenticabile: Orient Express. La Glénat Italia e la Granata Press (con  le riviste Nova Express e Nero). Non ha mai abbandonato veramente il fumetto, ritornandoci anche come scrittore più avanti, ma molta della sua strada è stata fatta come editor di narrativa da Granata Press, passando per Derive&Approdi, fino Einaudi Stile Libero, per cui è chiamato a dirigere il progetto Noir. Dobbiamo al fiuto di Luigi Bernardi la scoperta di molti scrittori da Giuseppe Ferrandino a Paolo Nori, Da Marcello Fois a Carlo Lucarelli, da Nicoletta Vallorani a Giampaolo Simi. E poi James Crumley e Jean-Patrick Manchette, senza contare le intuizioni su Joe R. Lansdale e Daniel Pennac (lasciato con saggezza a un editore più grande). È stato traduttore dal francese, tra gli altri ricordo Léo Malet per Fazi. Infine, è stato un grande scrittore, a volte troppo sottovalutato.

 

 

Ho letto qualche capitolo del romanzo mentre Luigi lo scriveva, ho sbirciato più che altro, gustandomi le nostre telefonate fino alla fine. In fondo a una e-mail in cui mi domandava se un certo film fosse di Polanski, mi scriveva che avrebbe voluto intitolarlo Parlami di settembre e con questo titolo ha lasciato il manoscritto in una cartella del Mac, dove poi lo ha trovato suo figlio Marco, che ringrazio per aver cambiato la sua idea iniziale e quindi di aver deciso per la pubblicazione. Ringrazio, poi, Stefano Izzo, l’editor di questo libro che ha avuto molto coraggio, e che ha scelto L’intruso, titolo meno romantico ma più efficace e che credo sarebbe piaciuto anche a Bernardi.

“Vorrei scrivere un libro perfettamente inutile, e non ho dubbi che questo mio – semmai diventasse un
libro – lo sarebbe. Perfettamente inutile, lo ripeto a scanso di equivoci. 

(Vi siete mai soffermati ad ammirare la bellezza della parola equivoco?)”

 

I fortunati che si imbatteranno nel libro troveranno molte realtà. Incroceranno la grande storia del fumetto italiano, con il grandissimo Magnus, sarà lui che interagirà con Bernardi dall’inizio alla fine. Ci passeranno davanti Capitan America e Jean-Louis Trintignant, entrambi supereroi, entrambi portatori d’amore. Ci passeranno sotto agli occhi nomi di farmaci, taxi che faranno da spola tra la casa dell’autore e gli ospedali. Il piano della terapia del dolore, raccontato in poche poetiche (sì) battute, le risonanze magnetiche e le tac, le opinioni dei medici. Il dolore, la lotta per trovare una posizione comoda per dormire un paio d’ore sul divano, La difficoltà dello scrivere. La lucidità e la memoria da mantenere e da preservare fino alla fine. La visione di quella che sarà la lucidità che andrà a svanire. Il mondo editoriale dalla Granata Press fino a Einaudi. Le discussioni con Severino Cesari e gli amatissimi francesi. I treni, molti treni, treni tra Bologna e Milano, treni per andare lontano. L’alta velocità e la capacità rarissima che aveva Bernardi di immaginare il futuro. Amici che non vengono citati ma che ci sono, tra l’affetto e l’esitazione, tra la volontà di sapere quel che accade e il terrore di domandarlo. Bernardi lo spiega, gli amici non vengono citati perché c’è qualcosa del privato che va preservato. Il cancro, no, non è privato, è solo uno dei protagonisti del racconto, rendiamolo degno di nota. Troveremo i libri già scritti, i racconti, e i romanzi che sarebbero dovuti venire.

 

L’autore a un certo punto scrive una cosa cruciale, che è poi una domanda, se sia possibile sopportare di tutto. Mi ha ricordato Bolaño, che attribuiva questa dote (o dono) ai poeti, giocando e sublimando come solo lui sapeva fare. Bernardi sapeva che non si può sopportare di tutto, così come lo sapeva Bolaño, uno scrittore bravo può provare a trasformare quella domanda in una pagina scritta.

L’intruso è il cancro, è il libro che molto tempo fa si è dovuto inserire in una collana editoriale senza che ne fosse degno, è un libro riscritto per salvare o rovinare (scelga il lettore) un autore mediocre, gli intrusi sono sette, quelli che Bernardi trova in una mostra a Milano sui Coralli di Einaudi. L’intruso è Bernardi che in tanti anni di storia editoriale non ha mai fatto niente per essere simpatico ma ha fatto di tutto per difendere le proprie idee. Quasi sempre per farlo ha dovuto sbattere la porta; porta che gli hanno richiuso sulla schiena alla velocità della luce.

 

“Le collane funzionavano come le riviste. Essere capaci di realizzare una buona rivista non è difficile. Difficile è mantenere la qualità, il tono: trovare numero dopo numero i collaboratori adeguati, quelli capaci di scrivere nella giusta via di mezzo fra le loro pretese e quelle delle pagine che li ospitano. Perché è di questo che alla fine si tratta: di saper mediare fra la morte de sé e la fine del mondo. Un esito che meno scontato non si può prevedere.”

La lingua di questo libro regge e tiene insieme tanti piani. La biografia, la storia dell’editoria, la cronaca di circa un anno di vita con dentro tutto ciò che accade. L’intruso è la storia di un uomo che non ha mai dato niente per certo, che non ha mai fatto sconti, nemmeno a se stesso, è la vittoria della parola precisa (quella e non un’altra) sul tempo che si andrà a esaurire e sulla malattia; è una critica profonda al mondo dell’editoria e ai nostri giorni, uno sguardo molto lucido sulla situazione del paese. Bernardi non ha mai smesso di raccontare il male, il suo modo è sempre stato tra i più efficaci perché lo ha fatto viaggiare insieme al bene.

 

Dentro L’intruso ci sono degli intermezzi e tre straordinari racconti, che erano usciti tempo fa negli ebook di Doppiozero. Già al tempo Luigi Bernardi li raccolse sotto la parola Avvoltoi con il sottotitolo Tre storie strappate, col senno di poi ripenso allo strappo: portarle via in tempo dall’oblio e dai giorni che scappavano via. Un autore che piazza dei racconti all’interno di un libro biografico, un’impresa non semplice – quando l’ha fatta Ben Lerner ce ne siamo innamorati (anche giustamente) – è coraggioso e molto bravo; questo è stato Luigi Bernardi.

 

Luigi Bernardi, L’intruso, Dea Planeta 2018.

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