L’università pubblica a distanza

Ho trascorso l’intera mattinata di sabato 28 marzo 2020 a smanettare su Microsoft Forms, un applicativo della suite di Office 365 alla quale è abbinata anche Microsoft Teams, la piattaforma sulla quale, dal 9 marzo scorso, si è di fatto trasferito l’ateneo di Palermo, nel quale lavoro: la didattica, certo (lezioni curriculari, lauree, seminari, ricevimento studenti…) ma anche l’attività cosiddetta gestionale (riunioni di commissione) e le adunanze degli organi collegiali (senato accademico, consiglio di amministrazione, consigli di dipartimento e di corso di studio). A suggerirmi l’utilizzo di questo programma era stato il mio amico di vecchia data Renato Lombardo, collega docente di Chimica fisica a Unipa, il quale si è prodigato a realizzare un tutorial e a diffonderlo sulle pagine social giusto quel sabato mattina (su Facebook, tra gli altri, proprio all’inizio della quarantena, è stato creato il gruppo “C’è vita (digitale e non) su Unipa”, che si è rapidamente popolato), venendo in soccorso a decine di colleghi comprensibilmente spaesati, malgrado il lavoro di assistenza, generoso e in molti casi davvero straordinario, offerto ai docenti dai tecnici dei dipartimenti.

 

Mi ero inoltrato avventurosamente nella lussuriosa foresta virtuale di Office 365 perché volevo trovare una modalità di svolgimento dei miei esami dell’appello di aprile non troppo differente da quella prevista prima dell’emergenza e attuata fino alla sessione di gennaio-febbraio. L’appello di aprile è rivolto, ovviamente, agli studenti che hanno seguito l’insegnamento che avevo tenuto al primo semestre (Letteratura italiana II per la triennale del CdS di Lettere) e non a quelli del corso di magistrale che sto attualmente svolgendo al secondo. Come consuetudine, l’esame avrebbe dovuto prevedere una prova scritta con sei domande a risposta aperta (almeno due delle quali rimandano a un testo da riconoscere, descrivere e commentare brevemente), oltre a una parte orale. Temevo di dovere ripiegare su moduli di questionari “vero o falso” o a risposta multipla, ma invece l’applicativo, pur richiedendo un ulteriore piccolo sforzo, mi ha consentito di elaborare una prova pressoché identica a quella che ero solito preparare e che avrei assegnato anche in questa sessione. Naturalmente ho dovuto calibrarla per la modalità “a distanza”, semplificando un minimo le domande e stabilendo la lunghezza massima delle risposte (comunque abbondante), prevedendo e fissando nelle impostazioni un tempo di svolgimento dell’elaborato più breve del solito, anche per scoraggiare la tentazione di scopiazzare grossolanamente (il più grave motivo di angoscia di alcuni colleghi); anche in questo caso, per fortuna, il programma mi viene in soccorso, fornendomi svariate possibilità di tarare la prova al meglio. Pare possa funzionare. Eureka! Posso prevedere perfino la prova scritta! 

 

Anche per la prova d’esame, in altre parole, ho cercato di mettere in atto quanto sto provando a sperimentare per le lezioni, facendo in modo che la didattica a distanza sia, per quanto possibile, quello che ritengo debba essere: una supplenza, un surrogato di quanto avrei fatto in presenza. Lezioni dal vivo e non registrate, dunque, tutte le volte che posso, consentendo in questo modo una interazione in tempo reale con gli studenti (in video, in voce o anche solo in chat durante la lezione) e, come ho scritto, un esame che non si discosti troppo da quello che le studentesse e gli studenti avrebbero svolto in condizioni di normalità: una prova scritta e, alcuni giorni dopo, per coloro che avranno superato la prova, un orale in “presenza remota”, per così dire, e la conseguente verbalizzazione. Naturalmente adeguo non poco l’articolazione della mia lezione alla modalità “a distanza” alla quale siamo costretti e sfrutto come posso le opportunità della piattaforma. Come per la prova scritta, anche per le lezioni la tecnologia mi soccorre: alterno blocchi di lezione “frontale” a momenti di discussione in chat, a telecamera disattivata; carico per ogni lezione i materiali che ci serviranno per quella lezione, così da renderli immediatamente disponibili, scaricabili o visibili; preparo spesso qualche attività inerente alle opere di cui trattiamo, per consentire alle studentesse e agli studenti di intervenire attivamente sui testi e sugli autori che andiamo studiando, anche a lezione conclusa, anche allo scopo di alleggerire la noia di sorbirsi per due ore di fila un faccione che parla da uno schermo, che magari, per alcuni studenti, è quello di un telefono cellulare. Insomma: anche durante quarantena, grazie alla tecnologia, ogni cosa sembra andare per il meglio. Tocca sgobbare, certo, ma posso essere orgoglioso di poter contribuire a fare andare avanti – neanche troppo male, tutto sommato – i corsi, la didattica, l’università pubblica statale. 

 

Eppure, la mattina di sabato 28 marzo, un rovello ha cominciato a insinuarsi. E dire che trascorrere quelle ore a imparare a utilizzare un applicativo mai maneggiato fino a quel momento era stata un’attività tutto sommato piacevole e quasi divertente. Se non altro rispetto alle ore del pomeriggio precedente, trascorse, insieme ai miei pur amabili colleghi della commissione AQ della Ricerca di dipartimento (“AQ” sta per “Assicurazione della Qualità”: uno dei tanti acronimi in aziendalese posticcio nei quali parla l’università post-gelminiana), con i quali ero in riunione (sempre in collegamento su Teams, ovviamente), a compilare qualche altro quadro della Relazione annuale del riesame della ricerca. Il mio ateneo, infatti – ma temo non sia stato il solo –, in osservanza alle direttive dell’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), nemmeno durante l’emergenza per il covid-19 ha considerato di derogare al monitoraggio dettagliato dell’attività scientifica dei dipartimenti, settore per settore, nonché alla compilazione della relazione, anche e soprattutto in vista dell’imminente tornata della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) 2015-2019, le cui procedure sono demandate appunto alle varie commissioni AQ di dipartimento e dai cui esiti dipende l’entità di una parte consistente del finanziamento pubblico a ciascun ateneo. Del resto il direttivo ANVUR, proprio un paio di giorni prima della nostra riunione, trasmetteva il nuovo crono-programma: giusto una proroga dei tempi del “conferimento” dei “prodotti della ricerca”, perfino a dispetto delle raccomandazioni del Consiglio Universitario Nazionale, l’organo consultivo delle università italiane.

 

Così, quella mattina, dicevo, mentre proseguiva il mio allegro apprendistato digitale per diventare un docente smart, inframezzato da qualche scambio in chat con i colleghi dell’AQ (una coda delle nostre discussioni del giorno prima, suscitate dall’irragionevolezza di questa decisione e dalla sgradevole certezza che quanto stessimo facendo, in questo momento, avesse poco o nessun senso) il rovello, insinuatosi, ha cominciato a tormentarmi, fino a compromettere la serenità apparente che stava accompagnando il mio lavoro. Esiste un’università fatta di docenti, amministrativi, tecnici, che, senza alcun clamore, sta lavorando con uno spirito di servizio esemplare, coerente con un’idea condivisa di universitas pubblica, qualificata, aperta e accessibile. Ma esiste altresì l’università della valutazione permanente e dell’aziendalismo corrivo, della competizione selettiva e della selezione escludente, della sussunzione delle più brutali logiche dell’economia di mercato e dell’asservimento remissivo a queste stesse logiche, dell’ideologia del merito e della burocratizzazione punitiva, sostenuta da una campagna ormai ventennale fatta di retorica, luoghi comuni e cattiva informazione. Esiste un’università che, nel pieno di una spaventosa pandemia, mentre il paese si accinge ad affrontare la più grave crisi economica della propria storia recente, ritiene irrinunciabile non sospendere (come è già accaduto in Francia e perfino in Gran Bretagna), o quanto meno semplificare le procedure di Valutazione della Qualità della Ricerca (e poco importa se, formalmente, demandi il compito a una agenzia delegata) e conseguentemente di destinarvi le risorse pubbliche, tutt’altro che irrisorie, che essa richiede. Ma, soprattutto, non sa ripensare a fondo le sue procedure di autovalutazione, sottraendole ai presupposti privatistici, nonché agonistici, di cui sopra.

 

 

Il rovello, dunque, ha fatto il suo lavoro e mi ha indotto a ripensare a quanto sto, stiamo facendo dalla prospettiva di questa università neoliberista (perdonatemi se uso questa formula triviale: è giusto per capirci), tanto che i presupposti e le finalità di quanto stavo, stiamo facendo con scrupolo e dedizione mi sono apparsi rovesciati. Questa rapida, faticosa e autonoma estensione delle nostre competenze sulla didattica a distanza è di fatto, nella logica di questa concezione privatistica dell’istruzione superiore, una ulteriore estrazione di valore dal nostro lavoro, che non sappiamo ancora come potrà essere capitalizzato, ma che potrà essere investito per mettere in atto nuove politiche restrittive e selettive. Nessuno ci garantisce che, quando l’emergenza sarà terminata, le lezioni da remoto torneranno utili per altri piani di contrazione al personale docente e amministrativo e per lesinare ulteriori risorse per le strutture (aule, laboratori, attrezzature): basteranno pacchetti di corsi registrati, da caricare sulle piattaforme e da rendere accessibili (acquistabili) da una platea indifferenziata di studenti (clienti), ed ecco che il reclutamento e gli investimenti potranno essere ulteriormente ridotti mettendo a rendita la DAD (ecco un altro acronimo pronto per l’uso). Ma, a proposito di “distanza”, sempre guardando quello che sta accadendo dal punto di vista dell’università neoliberista, mi è saltato agli occhi un dettaglio evidente, fino ad ora colpevolmente trascurato: i mezzi e i canali per colmare questa distanza sono privati (appartengono alle corporation informatiche e telefoniche) e rispondono a logiche di mercato; a ben guardare perfino questa distanza stessa, questo spazio virtuale (e materiale) è già, di fatto, privatizzato.

 

L’università pubblica, di conseguenza, non solo è un cliente munifico di queste multinazionali, ma, trasferendosi di fatto su piattaforme proprietarie, rischia di trasformarsi in una sorta di gigantesco agente di commercio al loro servizio, essendo un ente che dispone di una enorme platea di utenti da consegnare a chi gli strumenti per colmare questa “distanza”, molto semplicemente, li detiene e li mette in vendita. Corollario di questa logica di predazione degli strumenti pubblici di accesso al sapere, evidentemente, è il non tenere in alcun conto di quel divario digitale che, a causa della disparità di mezzi e di accesso alle reti di connessione veloce, determina già in partenza una selezione brutale tra chi può e potrà fruire con agio della didattica a distanza e chi dovrà arrangiarsi o rinunciare. La DAD abbandona lo studente privo di mezzi alla propria condizione di partenza, a dispetto di quanto è sancito nella Costituzione: lo inchioda là, proprio nel luogo dal quale auspicava di muoversi e gli intima di restare dov’è e per giunta di dotarsi, per conto suo, degli strumenti per collegarsi da remoto; e se non può permetterselo, peggio per lui. In effetti, ho pensato mentre il rovello completava il suo compito, tutto quello che ho appena imparato rischia di essere del tutto funzionale a quanto l’università neoliberista potrebbe apparecchiare: progressiva rinuncia a una nozione complessa e critica delle conoscenze e del loro insegnamento, a favore di una parcellizzazione dei saperi, da destinare e condividere non più con una comunità di studenti, ma da “rilasciare” a discenti atomizzati e da restituire magari a risposta multipla, proprio con quell’applicativo, Forms, che ho appena imparato a usare, o con qualsivoglia altra risorsa informatica utile all’occorrenza. 

 

Il rovello, se non altro, non ha tormentato solo me. Nelle stesse ore i primi firmatari dell’appello “Disintossichiamoci – Sapere per il futuro”, che, poco prima dell’esplodere della pandemia, in poche settimane aveva ricevuto più di 1400 adesioni di docenti universitari – me compreso – lo hanno rimesso in circolazione, insieme a un nuovo documento aggiornato alla situazione di emergenza in corso. Il 30 marzo un mio collega di Ingegneria, Enrico Napoli, avviava con un proprio intervento sul suo blog una animata e fruttuosa discussione sulla didattica universitaria durante e dopo il COVID, nella quale ritrovavo il mio amico Renato e il suo consueto acume. Negli stessi giorni, su iniziativa di Elisabetta Menetti dell’Università di Modena e Reggio, una sezione della rivista «Griselda on line», Diario da una quarantena, cominciava ad ospitare articoli sullo stesso tema di docenti dell’università e della scuola – tra i quali una prima versione di quello che state leggendo – (ma qui sto citando solo due degli svariati luoghi virtuali nei quali, in queste settimane, un po’ ovunque si è riflettuto e discusso sui rischi e sui problemi che la DAD presenta per tutti i livelli di istruzione e formazione, in special modo per i cicli scolastici dell’obbligo. Uno su tutti, per l’università, il portale ROARS).

 

Mi ha confortato constatare che, in gran parte degli interventi che ho letto, le preoccupazioni espresse erano analoghe a quelle che mi andavano tormentando: evidentemente, dieci anni di università “riformata” ci hanno reso assai diffidenti, ancorché remissivi. Anche per queste ragioni, in quei giorni, attendevamo quasi tutti una sortita pubblica del Ministro dell’università Gaetano Manfredi: un tecnico, come si suole dire, già rettore della Federico II di Napoli e presidente della Conferenza dei Rettori. Mi chiedevo, ci chiedevamo, se non si trattasse di una colpevole reticenza o dell’ennesima testimonianza della scarsissima attenzione destinata al sistema universitario dai mezzi di comunicazione e della sua irrilevanza nel dibattito pubblico nazionale. Finalmente, su «Avvenire» del 7 aprile, è apparsa un’intervista. Il Ministro ha lodato il lavoro svolto fin qui e ha risposto con competenza rassicurante alle domande postegli. Tuttavia, un passaggio dell’intervista mi ha fatto sobbalzare: sollecitato sulla inevitabile contrazione della mobilità degli studenti dal Sud al Nord (fenomeno che, evidentemente, per il giornalista è un dato di fatto immodificabile), il prof. Manfredi ha precisato che «l’attuale configurazione delle premialità è stato assorbito e diversi atenei del Centro-Sud hanno dimostrato di saper raccogliere la sfida». Ma che comunque, proprio in considerazione della ridotta mobilità, si dovrà prevedere un programma di investimenti che tenga conto dell’offerta centromeridionale.

 

Insomma: anche in quella che sarà la più grave recessione almeno da un settantennio in qua, dovremo continuare a “sfidarci” per contenderci il finanziamento ordinario, specie noi terroni; se non altro, grazie all’epidemia che costringerà gli studenti meridionali a non muoversi, forse potremo aspirare a una più equa distribuzione dei fondi. Peccato che né l’intervistatore né il Ministro abbiano pensato al fatto che gli studenti del Sud, perdurando il divieto di assembramenti, potranno invece immatricolarsi nei più prestigiosi atenei del Nord Italia senza doversi muovere da casa, frequentando le lezioni da remoto anche nel prossimo anno accademico. Due giorni dopo, quantomeno, una nota del Ministro prospettava possibili differimenti di un semestre delle procedure per la VQR.

 

Preparata la bozza di prova, da testare in vista della sessione di esami che sarebbe cominciata subito dopo le vacanze di Pasqua, ho comunque ricominciato le lezioni con la solita lena. Una l’ho dovuta registrare proprio durante le vacanze (il pomeriggio di Pasquetta, per la precisione): a causa del ritardo con il quale sono cominciati gli insegnamenti del II semestre, considerata la lunga pausa didattica che l’ateneo ha imposto per gli esami, rischio di non completare il mio corso. Anche in questo caso non sono stato il solo: a Siena la mia amica Daniela, che ho sentito per il giorno di Pasqua, l’aveva registrata il giorno prima. Nel frattempo, i vertici del mio ateneo, verosimilmente (e comprensibilmente) precipitati in una crisi d’ansia da ricorsi per la violazione della legislazione sulla privacy, dopo avere rilasciato un minuzioso regolamento per lo svolgimento degli esami a distanza, hanno cominciato a inoltrarci una circolare dopo l’altra sulle procedure di identificazione degli studenti nelle sedute di esami, che si facevano via via sempre più farraginose a ogni nuovo aggiornamento.

 

Martedì 14 aprile ho convocato gli esaminandi per una simulazione d’esame («ecco a voi l’applicativo Forms») e l’indomani ho somministrato la prova: è andata. La correzione è stata più faticosa: a partire dal pomeriggio ho cominciato a scaricare ciascun elaborato in pdf, mentre, trasferitomi nel Team degli esami di una collega, seguivo in cuffia i suoi orali, cosa che ho continuato a fare fino a venerdì pomeriggio (tutto con grande lentezza: la piattaforma è pesante e rallenta tutti gli altri programmi sul mio pc). Occorre infatti che, in ciascuna commissione di esami a distanza, oltre al presidente sia presente almeno un componente di commissione, il quale dunque non può “spostarsi” in un altro Team. Per questa ragione, già costituirle, le commissioni, e stabilire un calendario, per noi di Letteratura italiana, è stato un problema non da poco: siamo in quattro, abbiamo almeno una decina di insegnamenti e alcune centinaia di studenti. Così sono stato costretto a chiedere a una mia allieva di darci una mano. Chiara, dopo avere concluso brillantemente il suo dottorato di ricerca, non avendo potuto proseguire la carriera universitaria (ho perso varie “sfide” per vedere assegnato al mio settore disciplinare uno dei pochissimi bandi per RTD/A –Ricercatore a Tempo Determinato – disponibili), ha fatto altro e attualmente è collocata in cassa integrazione dall'associazione per cui lavora.

 

Tuttavia, fortunatamente, il suo titolo di “cultrice della materia” era stato rinnovato anche per quest’anno, ha ancora un account unipa e dunque un accesso alla piattaforma Teams licenziata per l’ateneo. Abbiamo potuto contare anche sulla sua generosa disponibilità: da lunedì 20 aprile è stata in commissione con me, mentre il venerdì pomeriggio precedente mi ha sostituito nella stanza virtuale della collega, mentre io tornavo a riunirmi con i colleghi della commissione AQ: la relazione del Riesame non era stata ancora completata (avremmo concluso i lavori domenica 19 aprile alle 8 e mezza di sera).

Andrà tutto bene. Perfino nell’università pubblica, qualificata, democratica, aperta e accessibile nella quale, come migliaia di altri colleghi, vorrei continuare a lavorare.

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