Murphy factory: finzione su finzione

Ryan Murphy entra sulla scena internazionale della complex tv nel 2009, come showrunner di Glee; nel 2011 è la volta della bomba: American Horror Story; nel 2017 è già una casa di produzione, un marchio di fabbrica, più precisamente, e la sua Ryan Murphy Productions viene querelata dalla centounenne diva Olivia de Havilland, risentita per come un cameo l’aveva ritratta in Feud. C’è un Ryan Murphy touch? Possiamo dire di sì, sicuramente a partire da American Horror Story: nella superfortunata serie i writers di Murphy curvavano oltre ogni limite l’efferatezza tollerabile su piccolo schermo, sofisticando la crudeltà inaudita dei personaggi, e confondevano senza pudore lo storytelling costringendo a seguire ogni episodio nella speranza di capirci qualcosa. La fotografia era sontuosa, coloratissima, i set lussuosi, i costumi originalissimi; personalmente ho mollato AHS dopo una stagione, perché non reggevo il compiacimento sessuale, sanguinario e sadico, certo meno necessario nel plot del pulp tarantiniano.

 

Queste modalità della factory ritornano declinate in modo grazioso e tenero in Hollywood, miniserie Netflix in sette episodi che si chiude con una chiara opzione per una eventuale seconda stagione: il tono è quello di una commedia storica, ambientata nel secondo dopoguerra; la nazione riparte alla grande dopo la vittoria, e Hollywood rilancia il suo potere di mitica attrazione per bei giovanotti e belle ragazze di tutto il Paese. Ma una volta arrivati in “Dreamland” la vita si fa dura: code ogni mattina per un ruolo di comparsa, lunario da sbarcare, e compromessi non propriamente scelti. Il simpatico proprietario di una stazione di benzina ha un servizio parallelo in cui i suoi bei garzoni fanno cash facendo sessualmente felici signore attempate o attrici single. Murphy, omosessuale sposato, in ogni sua serie inserisce almeno un protagonista omosessuale o due, maschi e femmine.

 

 

Un giovanotto perbene, con la mogliettina incinta, si ritrova all’improvviso Cole Porter in mutande che lo attende nel camper dietro il distributore, pronto all’irrumazione. Fa le bizze, poi se ne fa una ragione. Tra i giovanotti di colore c’è un brillante sceneggiatore che ha scritto una sceneggiatura metacognitiva, Meg, su una giovane attrice afroamericana che perde infine la parte in un blockbuster annunciato, e disperata sale sulla grande H della scritta sulla collina e si getta nel vuoto per un finale tragico. Sono molto simpatiche le figure del vecchio produttore, del laido agente di attori interpretato da Jim Parsons (Sheldon di Big Bang Theory!), della irresistibile moglie del produttore che diventa produttrice quando al marito prende un coccolone mentre monta la sua attempata amante.

 

La squadra di sceneggiatori (Hernando Bansuelo, Ian Brennan, Ryan Murphy, Janet Mock, Reilly Smith) àncora la fabula alla realizzazione del coraggioso copione di Meg; si tratta di avere protagonista la prima afroamericana della storia di Hollywood; i ragazzi fanno squadra, lottano tutti insieme per un sogno che – essendo divenuto collettivo – si realizza; l’incantevole Camille di Laura Harrier  vincerà l’Oscar, e tra i più bei dialoghi della serie ci sono quelli dell’esordiente con la mentore elettiva della giovane attrice, un’attrice afroamericana che aveva vinto un Oscar sì, ma in un ruolo non protagonista interpretando ovviamente la tata "colored" di Gone with the Wind (è Queen Latifah!). Abbiamo addirittura un lieto fine della miniserie, anticipato dal nuovo finale del copione di Meg, perché i veri amori (quello omosessuale tra lo sceneggiatore e un Rock Hudson alle origini, tontolone e buono come il pane, quello eterosessuale tra il regista e la protagonista) salva tutti.

 

 

Il gioco di riscrivere finzioni con finzioni vede Murphy stavolta in tandem con Evan Romansky, in Ratched (Netflix 2020), ma qui il gioco recupera la perversione di American Horror Story: la mise en abȋme parte dal romanzo che ispirò nel 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman (Ken Kesey, One Flew Over the Cuckoo's Nest 1962). Murphy & Romansky decidono di scrivere il prequel dell’infermiera Mildred Ratched: perché è diventata così sadica e spietata con i malati di mente dell’ospedale psichiatrico? Perché distrugge così metodicamente il simulatore interpretato da Jack Nicholson? Chiaro, ci fanno capire nella serie i writers, perché lei stessa era una simulatrice che aveva istruito il fratello adottivo, serial killer, a fingersi folle per evitare la sedia elettrica! L’ambientazione è ancora nel secondo dopoguerra, 1947. Il realismo questa volta è solo apparente. Tornano fotografia laccata, costumi e scenografie sontuose, colori pop, make-up stratosferico alla AHS, nel ruolo protagonista una fenomenale Sarah Paulson. Se in Hollywood il soggetto è progressista, e ci spiega la lunghissima mai finita marcia democratica verso la tolleranza per omosessualità e afroamericani, qui nessuna pietà. Nessuna etica. Nessun buonismo. Nessun lieto fine. Si scanna facile, personaggi con tutte le rotelle a posto ce ne sono pochissimi, sacrificati prima o poi nella macelleria. Siamo in una fiction che riscrive la fiction, e il gioco intellettuale prende e si dipana ad arte. L’unico afroamericano è una brava guardia che finisce male.

 

E il lesbismo viene curato nella clinica della follia con bagni turchi bollito/surgelato, o con agghiaccianti lobotomie sofisticate da un sonoro che vi fa contorcere di schifo sul divano. Quello che capiamo è che se sei un orfano, se nessuno ti ama, se tanti ti abusano da piccino, da grande non puoi che diventare uno psicopatico criminale. Molto bella è l’evoluzione del personaggio Ratched, il lento sgretolarsi della anaffettiva maschera di Sarah Paulson verso l’emozione e le lacrime e la passione erotica per un’altra rara donna “normale” (la Cynthia Nixon di Sex and the city!), ovviamente immolata da un cancro. Ma il Murphy touch qui non deborda: produce un noir crudele per stomaci forti, affetti da morboso estetismo ed elegante perversione.

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