Non c’è fede che tenga

Manifesto contro il multiculturalismo

Un libro coraggioso quello di Cinzia Sciuto, tagliente e spigoloso, che non fa sconti e mette il dito nella piaga di un atteggiamento sempre più diffuso, l’elogio del multiculturalismo, che però nasconde un dono avvelenato, che lo porta ad assomigliare a una forma di razzismo capovolto, seppure animato da lodevoli intenzioni. La critica dell’autrice parte dalla necessità di esercitare sempre e in modo coerente una determinata laicità, che conduca a prestare sempre più attenzione ai diritti degli individui, piuttosto che a quelli dei gruppi, di qualunque specie essi siano: etnici, religiosi, politici, ecc. Laicità come fondamento della democrazia, laicità che non si oppone alla/le religione/i, ma che rifiuti ogni principio di autorità e di ingerenza e non solo quelli religiosi. Essere laici significa, per Sciuto, “non invocare nessuna tradizione per giustificare una limitazione, se non addirittura una violazione, dell’autonomia e della libertà di ciascun essere umano”.

 

 

Nei paesi come la Gran Bretagna, dove da decenni si segue la linea del multiculturalismo, sono venute a formarsi comunità etniche o religiose che vivono una accanto all’altra, ciascuna secondo dei dettami della sua tradizione. Questo ha fatto sì che, per esempio, siano nate scuole confessionali, dove si insegna la tradizione islamica o induista e solo quelle. Questo, ci avverte l’autrice, porta a chiusure reciproche e non alla costruzione di una reale società, capace di contenere delle differenze. Ogni tradizione poi, e qui a volte Sciuto sembra essere un po’ eccessiva, finisce per limitare le possibilità di scelta del singolo individuo, pena l’esclusione o la marginalizzazione della società. Se poi lo Stato agisce nei confronti delle comunità culturali in quanto tali, finisce che l’attenzione si sposta dalle persone al gruppo, per cui un individuo diventa degno di protezione o di qualche altra azione solo in quanto appartenente a tale gruppo.

 

Ampio spazio è dedicato alla questione del velo a proposito della quale Sciuto è molto critica anche sulla possibile libera scelta per una donna di indossarlo, in quanto ogni scelta è condizionata da una tradizione culturale e da un senso di appartenenza. In parte è vero, ma è vero che anche la laicità, che condivido pienamente, è il prodotto di una tradizione culturale, la nostra. L’autrice però, giustamente, afferma che se “loro” vivono qui, non sono più “loro” ma parte di “noi”. Forse il paragone tra il velo e le mutilazioni genitali femminili appare un po’ eccessivo, ma pone il giusto problema del limite di accettazione che ogni comunità può sopportare e soprattutto di chi stabilisce questo limite.

Ovviamente questo discorso implica anche una riflessione sul concetto di identità, che pervade gran parte del dibattito politico-culturale attuale e su come tale identità venga sempre più spesso rappresentata in modo essenzialista e fissista, per poi essere strumentalizzata politicamente. Riprendendo una distinzione proposta da Seyla Benhabib tra ethnos e demos si sottolinea come debba essere il secondo a prevalere, cioè una comunità a cui si sceglie di appartenere e non a cui si “deve” appartenere secondo una logica di discendenza o in nome di una tradizione. La critica non risparmia neppure una certa sinistra, che sempre più spesso si è dedicata al riconoscimento dei diritti di gruppi particolari, dimenticando la sua vocazione universalista.

 

Tutto il percorso di Cinzia Sciuto è teso al raggiungimento si una società laica, che riconosca i diritti agli individui per ciò che sono e non perché appartenenti a una comunità di qualche tipo. Un percorso che serva a elaborare urgentemente “una prospettiva solidale, laica, libertaria e universalista: perché i diritti, se non sono universali, si chiamano privilegi”.

 

C. Sciuto, Non c’è fede che tenga. Manifesto contro il multiculturalismo, Feltrinelli, 2018.

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