Non piangere. L'eredità del male

Montse ha quindici anni quando viene portata dalla madre in casa di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri della zona per sostituire la precedente domestica, licenziata perché puzzava di cipolla. I señores Burgos esaminano la ragazza, non la fanno sedere, non le danno la mano. Jaime Burgos, il capofamiglia, la squadra e si rivolge infine alla moglie con un complimento soddisfatto, violento come uno schiaffo: “ha un'aria molto umile”, ovvero niente grilli per la testa, nessuna ambizione, una facile e docile sottomissione. 

Le donne vengono congedate e in strada Montse sbraita, impreca, grida la sua offesa e gonfia la sua protesta sul marciapiede, mentre la madre la supplica a bassa voce di tacere e perlustra con occhi preoccupati la via deserta.

Il giorno dopo è il 19 luglio 1936, in Spagna scoppia la guerra e Montse saluta con sollievo il conflitto, grata di non dover fare da serva ai Burgos o a chiunque altro.

 

Montse è Montserrat Monclus Arjona, madre dell'autrice, e ha ormai novant'anni. 

Il tempo ha attraversato il suo corpo e le si è posato addosso lasciandole una curiosa amnesia selettiva e un'inclinazione al turpiloquio creativo e divertito. Nel fumoso e beato oblio senile riluce la tumultuosa estate del Trentasei.

Sulla sua sedia a rotelle l'anziana Montse osserva il giardino dalla finestra e racconta alla figlia Lydie il periodo più bello della sua vita, resuscitandolo in un francese movimentato che inciampa nello spagnolo e si diletta con le sconcezze.

 

L'autrice raccoglie allora i fili di un discorso sospeso: srotola una pagina di storia recente, quella della guerra civile spagnola, poi su questa proietta la luce cupa de I cimiteri sotto la luna di Bernanos, il resoconto di una piccola rivoluzione combattuta prima di tutto contro se stessi e contro le proprie assurde certezze, incenerite senza scampo dalla verità.

E sopra questa doppia linea del tempo la Salvayre incastona le schegge di vetro brillanti pescate dai ricordi della madre.

È una sovrapposizione di filtri – quello dello scrittore cattolico, quello della giovane Montse e quello dell'autrice – che restituisce alla Storia una caleidoscopica tridimensionalità e tutta l'urgenza e la necessità del raccontare.

 

C'è un racconto in presa diretta, quello di Bernanos, che raccoglie testimonianze sui fatti di Spagna per la rivista cattolica “Sept”, diretta da frati domenicani. Bernanos descrive la progressiva presa di coscienza dell'orrore e della furia degli uomini, dell'epurazione che i nazionalisti di Palma di Maiorca portano avanti con la connivenza e la benedizione del clero.

All'orrore e all'odio che montano impetuosi dalle pagine di Bernanos fa da controcanto l'entusiasmo di Montse e del fratello José e un'estate di festa e di ribellione, vissuta con il cuore come una polveriera e tutto l'incanto di una promessa bellissima e impossibile.

 

 

José sperimenta a Lerima una nuova vita fatta di terre collettivizzate, di chiese mutate in cooperative e di libertà e riporta con sé “parole nuove e audaci”, parole come colectividad, fraternidad, revolución, che grazie all'accentazione iberica sull'ultima sillaba “ti arrivano dritte in faccia come pugni”. Riporta con sé il pugno alzato, le note di “Hijos del pueblo” e una causa a cui votare tutto il proprio dolore e la felicità più folle.

E anche Montse ne subisce l'incanto, si riempie di allegria, di ribellione e di poesia.

E così anche tanti altri giovani: “quasi tutti i padri sono infelici nel 1936 perché i figli sono ormai stufi della Santa Spagna […] E tutti questi figli i cui desideri non trovano posto nell'universo moribondo dei padri li maledicono, ne ripudiano i valori e in tono beffardo gli sbattono in faccia certe cose fantastiche che loro non riescono proprio a concepire”. È un fiume in piena ed è esaltante lasciarsi travolgere.

 

Mentre José canta le sue gioiose utopie alle assemblee in paese, presto smorzate da una rappresentanza comunista più cauta, più incline alla disciplina e meno permeabile alla poesia, Bernanos guarda gli autocarri carichi di prigionieri attraversare la Rambla de Palma, “l'ultimo paseo”, “l'ultima passeggiata”: «una triste visione di cui i passanti non sembrano neppure accorgersi, che non suscita in loro nessun moto di ribellione, che non scatena in loro nessuna forma di protesta e che non li muove a nessun gesto di pietà, una triste visione che gli stringe il cuore». Costa più l'omertoso silenzio che un'imprudente denuncia e così Bernanos scrive dei preti che danno l'estrema unzione alle “pecorelle smarrite sterminate a branchi”, con la tunica intrisa di sangue, e racconta la terribile offesa a Cristo che è l'approvazione della chiesa cattolica all'epurazione nazionale, all'esecuzione sommaria operata dal regime franchista.

 

La storia di Montse è un romanzo avventuroso, la favola coinvolgente di una giovane donna che scopre la vita, la maternità, le nozze, la morte, l'odio, la crudeltà e l'esilio. Una storia turbolenta e magnifica che dura meno di quattro anni e coincide con uno dei periodi più controversi e oscuri della storia spagnola. 

Nel libro, i fatti storici e i diari di Bernanos puntellano il romanzo, lo interrompono per ricordare che si tratta di una storia vera, che non è solo un coinvolgente memoir, ma una finestra ancora aperta attraverso cui guardare il buio.

 

Lydie Salvayre ascolta la madre e legge I cimiteri sotto la luna perché entrambi graffiano una ferita aperta, stimolano il bisogno impellente di guardare, semplicemente guardare, «le porcherie che fanno gli uomini quando il fanatismo li tiene in pugno e li aizza fino a indurli a compiere le peggiori nefandezze». 

 

La cosa più preziosa di questo libro furibondo e delicato è la protesta che fiorisce nello stomaco come un acido e risale, e bisogna vomitarla e cercare di spiegarsi la storia e gli uomini.

 

Lydie racconta con la lingua meticcia di sua madre quell'estate di giovinezza assoluta per metterla al sicuro e racconta anche lo stesso anno vissuto da Bernanos, attraverso ricordi atroci e terrificanti che «rimangono piantati nella memoria come un coltello ad aprire gli occhi», lo fa perché i libri servono a entrambe le cose, a conservare e a non dimenticare.

 

Non piangere affronta con furore e tenerezza tutti i gradi del dolore e della violenza e quello più affilato è un tipo di dolore che non colpisce diretto ma di sbieco, un dolore di secondo grado che brucia nell'osservare l'orrore che dilaga e il cuore che piange la sua impotenza. È un boccone velenoso che scopriamo di aver inghiottito senza saperlo, una responsabilità scomoda che torna a pulsare quando gli spettri del passato si fanno più tangibili e sembrano incarnare le perversioni e le paure più attuali.

 

C'è un'eredità del male e della stupidità che non si consuma e come una maledizione chiede conto di quello che è stato. E c'è un particolare tipo di violenza, silenziosa, subdola e pericolosa che dilaga sempre diffusa e indisturbata prima di ogni fanatismo, di ogni stermino. Il romanzo della Salvayre non propone antidoto né cura, si limita a suggerire di cercare la verità, di aprire bene gli occhi e non piangere, limitarsi con coraggio a guardare.

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Lydie Salvayre.