Non siamo mai stati femministi

“Com’è la casa dei tuoi sogni, bambina?”, “È tutta bianca e rosa!” Una famosa immobiliare ci ha bombardato per mesi, se non per anni, con questo spot in cui tutte le stereotipie di genere venivano confermate all’ennesima potenza. In questo periodo si vede continuamente, nella televisione cosiddetta generalista, lo spot di una marca di cioccolata italiana in cui bambino e papà, sullo sfondo, sono chini sui quaderni di scuola mentre la mamma, in edonistica solitudine, sgranocchia la sua tavoletta. Per non parlare della fastidiosa denominazione che viene data alle ragazze che coadiuvano Flavio Insinna nel popolare gioco a quiz L’eredità, tutte le sere su Rai Uno. Al gruppetto di giovanissime donne, selezionate chiaramente in base all’avvenenza, è dato come unico compito quello di leggere brevi schede che spiegano il senso di alcune risposte. Ma il format prevede per loro, come spesso sottolineato vivacemente dal conduttore, la definizione di “professoresse”, etichetta che forse gli autori trovano spiritosa e ironica ma che non è altro che la trita riproduzione di un cliché odioso: la donna, specie se giovane e bella, non deve dimostrare nessuna competenza reale e, se messa a contatto con il sapere, può al più essere definita secchiona, saputella o “professoressa” fra virgolette, appunto.

 

Le “professoresse” dell’edizione 2019-20.


Il grande pubblico non si rende conto della massiccia dose di stereotipi di genere che viene propinata ogni giorno a grandi e piccini. Se i babbi italiani la smettessero di chiamare le loro bambine “principesse” (con quale originalità, poi), e le chiamassero per esempio “ingegnerina di babbo”, “astronauta di papà”, “la mia piccola cardiologa preferita”, forse cambierebbe qualcosa in questo paese sessista e arretrato. 

Alla fine dello scorso novembre, i dati diffusi dall’Istat in occasione della giornata contro la violenza sulle donne sono a dir poco drammatici: quasi un cittadino su quattro (uomini ma anche donne) pensa ancora che la causa della violenza sessuale sulle donne sia addebitabile al loro modo di vestire e ben il 39,3 della popolazione italiana è convinta che sia possibile sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo si vuole. E ancora, il 15 per cento pensa che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l'effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. In altri termini, la violenza contro le donne è ancora, per molti, provocata dalle donne stesse. Il 7,4 per cento degli intervistati per esempio ritiene assolutamente accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo”. E così via: è risultato auspicabile che un uomo controlli il cellulare della compagna, che le donne (specie al sud) si occupino solo della casa e della famiglia, che “per l'uomo, più che per la donna, sia importante avere successo nel lavoro", anche perché, per il 31,5 per cento degli intervistati “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche”. 

Ovviamente un uomo non uccide la sua compagna perché ha visto la pubblicità vagamente sessista di un cioccolato. Ma si sottovaluta pesantemente il ruolo dei media (soprattutto di quelli pubblici, che avrebbero invece il compito di aiutare la crescita culturale ed etica dei cittadini), nel perpetuare un mefitico terreno di cultura per un’immagine della donna che la espone a umiliazione, riduzione di aspirazioni, scarsa autostima e, nei casi peggiori, violenza.

Per fortuna qualcosa sembra cambiare, per esempio da pochi giorni è balzato alle cronache mondiali il flash mob “El violador eres tu” organizzato per la prima volta in Cile, diffusosi poi in tutta l’America latina e approdato infine anche in alcuni paesi europei, fra cui l’Italia. Il concetto proclamato da migliaia di donne nelle piazze è molto semplice: chi fa la violenza sei tu, uomo, non c’entra nulla dove noi donne eravamo, com’eravamo vestite, ecc. 

 

Uno dei flash mob “Lo stupratore sei tu”.

  

Nel campo letterario italiano, a questo proposito, mi piace ricordare una giovane autrice, Manuela Lunati, che ha vinto come premio a un concorso della Rai-Eri la possibilità di pubblicare il suo primo romanzo, Giochi di mano (2013), in cui racconta la sua vicenda autobiografica di moglie brutalmente picchiata. Interessante l’incipit: “Lasciamo subito chiara una cosa: queste parole non sono per te, quindi non ti illudere. Non ti mettere idee strane in testa. Sembrano rivolte a te, ma non lo sono. Nessuno qui ti chiede di ascoltare. Nessuno qui reclama la tua attenzione. Non sto parlando con te, per te, a te. È a me che parlo. Casualmente, trovo a parlarmi come se parlassi a te. Come se tu fossi qui – coi tuoi occhi, i denti, la giacca beige, l’accendino – e non uno schizzo a lapis della memoria, polvere sottile degli ultimi sogni.”  Notiamo che, come nel flash mob citato, c’è un “tu”, un soggetto maschile che viene interpellato ma al tempo stesso in maniera tangenziale: il vero destinatario è la donna stessa e l’attenzione del mondo. La qualità della scrittura di Lunati fa sì che il suo primo romanzo non sia una semplice testimonianza: attraverso la scrittura emerge la complessità del rapporto uomo-donna e, in questo caso, è proprio la capacità di elaborazione letteraria al centro dell’emancipazione della vittima. Questa autrice è interessante anche per come ha gestito la sua seconda opera con il coraggio, dopo un pregresso di denuncia contro la violenza, di essere una raccolta di racconti francamente erotici, di nuovo scritti benissimo. Lupa in fabula (Eretica edizioni, 2018), infatti, equivale al grido delle manifestanti: non è perché ho una sessualità, perché a volte mi piace vestire in modo provocante, perché, se mi va, posso giocare anche in modo piuttosto hard con te, che tu ti puoi permettere di usarmi violenza o di pretendere sesso quando io non lo voglio.

                             

L’attivismo, la letteratura stanno quindi facendo molto per smuovere le acque ataviche della misoginia e del sessismo che traggono ogni giorno nuova linfa dalle rivendicazioni di politici e governi populisti e sovranisti. Il concetto di famiglia tradizionale viene celebrato da convegni e consessi internazionali, il termine “feminism” è tra le parole più consultate nei dizionari (la fonte è il Webster-Murray), e con movimenti quali #MeToo e Ni Una Menos il femminismo ha ripreso visibilità, rivendicando non solo la propria esistenza, ma anche la possibilità di un futuro culturale e politico. Questo è lo scenario studiato da un altro libro importante uscito di recente, Teorie di genere. Femminismi e semiotica (di Cristina Demaria, con Aura Tiralongo, Bompiani, collana Campo Aperto, diretta da Stefano Bartezzaghi, 2019. Il volume costituisce una completa revisione della versione originariamente pubblicata nel 2003: ha una nuova introduzione, l’aggiunta di nuove parti e di un’appendice, i dovuti aggiornamenti teorici, tematici e bibliografici). 

 

                             

Vengono introdotti degli strumenti metodologici, nella fattispecie la semiotica, utili a disinnescare la fruizione acritica dei prodotti di comunicazione “tossici” di cui si è parlato. Come le autrici mettono bene in luce, il femminismo non è solo un movimento che ha già determinato importanti cambiamenti nella nostra vita, e nemmeno si esaurisce nella critica al cosiddetto patriarcato. Esso è soprattutto una teoria critica delle culture, e dei modi stessi di produzione della conoscenza, il cui oggetto principale è il genere. Queste culture fanno sì che l’identità dei soggetti, venendo al mondo, sia innanzitutto definita dal loro sesso. Nei vari capitoli, si ripercorrono criticamente gli studi, a partire dagli anni Settanta, su come il femminile e il maschile siano costruiti nella lingua e dalla lingua, ma anche da altri sistemi di significazione come le immagini e i rituali. I modelli di genere – che a loro volta sono molteplici, e variano a seconda dei contesti storici, culturali e nazionali –  si “intersecano” con altre definizioni dell’identità, quali la “razza” (anch’essa costruzione sociale e culturale), la classe sociale, la religione, la preferenza sessuale, ecc. Le autrici aiutano quindi a capire come il dibattito sull’identità di genere vada collocato in un campo più vasto, non solo, ma come le stesse teorie femministe di matrice angloamericana e post-strutturalista sviluppatesi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del nuovo secolo siano in realtà molteplici e non univoche. Si può tuttavia affermare che la critica militante e l’elaborazione di “teorie” in questo ambito abbiano mantenuto e mantengano come punto di partenza e di arrivo i significati e le rappresentazioni della soggettività come posizione sessuata. La semiotica può dare in vari modi il suo contributo: come si riconoscono gli stereotipi, come sono strutturati narrativamente, attraverso quali storie, e quali strategie enunciative? Come l’esperienza individuale si coniuga con le formazioni enciclopediche (cfr. Umberto Eco), con le memorie collettive e culturali? Come, a loro volta, le norme e gli usi culturali definiscono il senso stesso dell’individuale? E in che modo i testi offrono posizioni del soggetto con cui identificarci, “abiti” che ci predispongono a determinate azioni?

 

Da un lato, le teorie femministe possono aiutarci a riformulare e riorientare le domande di una semiotica intesa come critica della cultura; dall’altro, la riflessione semiotica può contribuire a far chiarezza sui processi di valorizzazione che determinano il senso del presente in cui viviamo, soprattutto per quanto concerne le soggettività sessuate. Tutto questo, nella speranza che la semiotica possa contribuire ad alimentare la possibile e auspicabile funzione critica di cui oggi crediamo ci sia particolare bisogno.

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