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Paolo Billi: le orme dei figli

Lirico spettacolo d’immagini e voci, perse in una foresta di foglie, in nubi riflesse nell’acqua con rami di alberi, in sentieri di fango segnati da orme per seguire strade, per perderle, per inventarle. Questo ultimo lavoro di Paolo Billi e del Teatro del Pratello rinuncia alla trama e si affida totalmente alle suggestioni, agli archetipi, alle visioni, a voci giovanissime di corpi che appena si distinguono o ad altre più anziane che prendono la luce di una scena arsa, rocciosa. 

Lo spazio di Le orme dei figli è chiuso da un telo lattiginoso, che impedisce la visione di ciò che avviene nel palco, a meno che questo non sia illuminato da dentro. Ma anche quando ciò avviene, le proiezioni video nascondono, travisano e in certi momenti rivelano i corpi degli attori. Sono giovanissimi ragazzi in carico ai servizi della Giustizia minorile esterni al carcere, quasi tutti affidati a comunità di recupero. Ma con loro ci sono anche le ragazze, anche loro giovani, della compagnia Botteghe Molière, come negli ultimi spettacoli visti a Bologna, all’Arena del Sole, quasi sempre all’inizio dell’anno, firmati dal regista che dal 1999 lavora con l’adolescenza, quella ristretta nel carcere minorile, quella che frequenta le scuole superiori, quella delle comunità, seguendo l’idea che simili sono alcuni problemi, diverse le situazioni personali, molte volte determinate dalla nascita, dalle occasioni, dalle tentazioni, dal caso... Dopo un baluginare di foglie, nuvole, specchi di acque, alberi, con figure che appaiono deformate, solarizzate, o che si inseguono su virtuali sentieri, l’apertura dello spettacolo è affidata a due persone anziane, un uomo e una donna, in un deserto che si apre dopo le apparizioni iniziali del video di Simone Tacconelli e Elide Blind. Sono un fratello e una sorella, gli orchi della fiaba di Pollicino, lui in cerca di carne umana, lei più materna, misericordiosa. Ma sono anche Laio e Giocasta, che scacciano la minaccia del figlio Edipo, che potrebbe detronizzarli o desiderarli oltre ogni limite.

 

 

Maschere bianche in cima all’erto pendio che si scorge sul fondo della scena. Corpi distesi, accucciati, oppure che vengono in primo piano, frontali, a dire, in costumi a pezzette colorate, come teneri Arlecchini disarmati. Di figli minacciati o sentiti come minacciosi, figli che cercano di scomparire, nascondendo le proprie orme su altre che già marchiano il terreno, è fatto questo lavoro, composto come sempre attraverso un laboratorio che raccoglie le scritture dei ragazzi, poi messe in copione dallo stesso regista, Paolo Billi. Le parole, pronunciate con empito romantico, con sfumature ora stupite, ora indignate, ora patetiche, ora incalzanti, ora racchiuse come in scrigni di voce, ora lanciate contro mura invisibili, si intrecciano con le immagini, senza sviluppo, in una ricerca di strade da percorrere, spesso sbarrate dal fuoco di fila delle aspettative degli adulti, in preda all’errore o allo sgomento di non poter sbagliare. 

Le musiche di Gurdijeff, un piano sentimentale, una malinconica chitarra, sonorità orientali, accompagnano le azioni che si risolvono, nella piattaforma fortemente inclinata dietro lo schermo, in arrampicarsi, scivolare, celarsi, rivelarsi. “Nel buio non vedrò chi non dovevo vedere”… “Ragazzo selvaggio, figlio della fortuna trovato su un monte”… “Lasciatemi andare nel deserto che mio padre e mia madre mi avevano assegnato”… “Non lascio traccia, come il battito d’ali di una farfalla”… “Non lasciarti trattenere dalle orme visibili di chi mai si è perso”… Vento che non lascia pedate sul terreno, come il guizzare di una serpe. Ombre, pietre che coprono i volti, dissolvenze, nubi, nebbia, segni nella terra di un camminare che non cancella le impronte lasciate da altri o di passi che provano a sfuggire alla sequenza, inventando strade nuove. Figure invadono lo schermo, ricoprono gli attori come un puzzle, come un sudario di foglie, di pietre di fiume. Voci che vorrebbero vivere selvagge, e qualche padre minaccia il manicomio, invoca la quieta normalità… 

 

 

Sono vent’anni che Paolo Billi e il Teatro del Pratello lavorano con gli adolescenti. Prima a Bologna, poi anche in altri luoghi, in una sperimentazione che non accetta mai di mettere in scena direttamente i vissuti, ma che filtra la condizione reclusa, quella emarginata, le inquietudini di un’età di ansie e splendori attraverso la letteratura, spesso con una cifra grottesca che mette a gambe all’aria gli stereotipi; confrontandosi con le esperienze dei ragazzi, rivissute, trasformate, cercando di sfuggire alle strade troppo facili da percorrere. Questa storia racconto in un libro appena uscito da Titivillus, Teatro del Pratello. Vent’anni tra carcere e società. Testi processi spettacoli, montando materiali differenti di un lavoro che di diversità si nutre, sporcandosi continuamente le mani con i sogni, le aspirazioni, i dolori. 

Le orme dei figli segue il lavoro dell’anno scorso, ugualmente realizzato in un progetto del Coordinamento teatro carcere Emilia Romagna e intitolato Eredi eretici. Là si parlava di eredità lasciate o non lasciate dai padri, di eredità cercate o rifiutate. Qui si tratta di padri che dovrebbero risalire il corso della corrente e seguire le orme di figli capaci di rimproverarli, da ombre che alludono a quelle della coscienza, per promesse non mantenute, viltà, compromessi di generazioni che si sono ribellate alla miseria per poter accedere al superfluo. Che cosa hanno consegnato ai figli? Quanto hanno guardato in volto, dentro, a fondo, quei ragazzi?

 

 

Tutto diventa un pullulare di immagini, di domande, di voci tenere e incrinate, desiderose di gioia. Ha scritto uno dei ragazzi che lavorava da tempo a questo spettacolo e che non è arrivato in scena, perché ha scelto, alla fine, di abbandonare la comunità, rendendosi irreperibile: «Io non sono altro che un frammento di una stella / sono la luce che sporge in fuori / ma da dentro sono solo il buio in persona / mi muovo come l’ombra / e non mi faccio prendere dalla luce / perché il buio non sparisce mai / Volete sapere se posso morire? // Io sopravvivrò / sono in ognuno di voi dentro di voi / e il mio nome esisterà anche dopo di me”.

Lo spettacolo si è trovato nei pasticci, perché lui, Karim, che doveva essere uno dei protagonisti, se n’è andato. Un altro ragazzo su cui era stata costruita un’altra parte importante ha avuto il perdono giudiziario ed è tornato nel proprio Paese. Questo lavoro teatrale con gli adolescenti è così, esposto continuamente alla necessità di ricalibrarsi, di fare i conti con una realtà in movimento continuo. 

Nel finale tornano i due anziani come turisti nel deserto e danno il via a uno spietato allegro tiro a segno contro palloncini che piovono dall’alto, mentre ripetono, ridendo con cinica levità sotto musichette felliniane, frasi che potrebbero essere dette dai ragazzi, che cercano un rifugio, un tetto, un abbraccio, come lo scoglio su cui si appoggia il gabbiano, come la conchiglia del paguro, che sono convinti di avere un segreto o dal segreto essere posseduti, come il buio fa dentro al luce, come Edipo, come il piccolo Pollicino che deve sopravvivere alla crudele fame dell’Orco. E poi li sparano, con allegria swing, a uno a uno quei ragazzi e quelle ragazze, come Crono che divora i propri figli.

Le luci, tra il vedere e il non vedere, sono di Flavio Bertozzi, il video di Simone Tacconelli e Elide Blind, realizzate con i ragazzi dell’Area penale esterna col coordinamento di Susanna Accornero, la struttura di scena di Gazmend Llanaj, scenografia e maschere di Irene Ferrari. Laboratori di scrittura a cura di Filippo Milani, Viviana Santoro, Eleonora Scriva. Maddalena Pasini è aiuto regista, Elvio Pereira De Assunçao ha curato le coreografie, Amaranta Capelli l’organizzazione. In scena la Compagnia del Pratello con Abdullah, Angelica, Christian, Emini, Kevin, Khadim, Soufiane, Youssef e Botteghe Molière con Ester Ceccaroli, Marianna Cumani, Giorgia Ferrari, Bianca Porazzini, Viola Urso, e la partecipazione dei senior Anna Guglielmi e Giuseppe Ferrentino. 

 

In scena all’Arena del Sole di Bologna fino a domenica 12 gennaio.

Le fotografie che illustrano l’articolo sono di Veronica Billi.

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