Possiamo salvare il mondo prima di cena

Ho lavorato come barista dal 1996 al 2016 e ho smesso di dovermi lavare ogni sera i capelli, intrisi di fumo, nel 2003. Me la ricordo la legge del divieto: mai avrei creduto alla sua efficacia. Accadde davvero; quello che non riesco bene a ricordare è come si arrivò lì. Prima il veto aveva riguardato i cinema; ero piccola, ne ho memorie indirette: mio padre tra smettere di fumare e smettere di andare al cinema – non concepiva, fumatore, un cinema senza fumo – smise la sigaretta. Cancro, fumo passivo, riduzione dell’attesa di vita: sono parole che sono diventate spettri, non so bene in che ordine e con che scansione temporale. La legge ha reso possibile qualcosa che non sarebbe avvenuto, certo, ma le leggi non provengono da un’entità astratta e illuminata. Qualcosa, nell’arco di anni, ha cominciato a indicare, dapprima; e poi spiegare, raccontare, evidenziare. Allarmare. Ci si è accorti che ne andava della nostra pelle. 

 

Climate change, riscaldamento globale, estinzione della specie umana, terre sommerse, erosione dei ghiacciai. Non ne va della nostra pelle – quanto meno non della nostra di adulti, oggi, nel mondo occidentale – ma, con una buona dose di certezza, ne andrà già della pelle della carne della nostra carne. Quei figli che iniziano a parlare, quei figli con le trecce e l’impermeabile giallo che, nel giardino di asfalto in cima al Purgatorio messo in vita dal Teatro delle Albe, ci puntano il dito contro: tu, tu, tu e tu. 

Anche Safran Foer nell’ultimo suo libro (Possiamo salvare il mondo prima di cena) dice “tu”. Anzi, meglio, dice “io”: “Il 91% della popolazione americana crede che sia in atto questo cambiamento climatico – dichiara ospite al Festival letteratura di Mantova – e tuttavia solo il 17% è effettivamente allarmato da questa statistica: chi sono queste persone? Io sono una di loro”.

Possiamo salvare il mondo prima di cena non è un libro che “fa la morale”, come vorrebbe liquidarlo chi delega ad altri il dovere di una soluzione (mi chiedo sempre, davanti a questa espressione, quando e perché questa ‘morale’ sia caduta in un tal discredito). È un libro che porta chi legge a seguire lo snodarsi di un ragionamento che l’autore sembra tracciare prima di tutto per sé stesso – uomo, padre, intellettuale, scrittore, ebreo, cittadino degli Stati Uniti d’America – unendo riflessioni, dati, approfondimenti, la propria biografia e i propri sentimenti. La vergogna, primo fra tutti. 

 

Utilizzando la narrazione e l’arte della retorica, Safran Foer mostra come sia importante trovare una buona storia perché qualcosa agisca oltre la nostra capacità di ragionare; sono le buone storie a diventare la Storia: “la crisi climatica è anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione”. Non possiamo leggere la Storia che stiamo creando e dunque non sappiamo sentire quel che proviamo a descrivere: conosciamo una verità sul piano intellettuale, combattiamo le nostre battaglie contro i negazionisti del nostro presente, e tuttavia alla denuncia a parole dell’esistenza dell’emergenza climatica non sappiamo far seguire quel sentimento di urgenza che muove all’azione. Non sappiamo “credere”. E non si può credere per un atto di volontà. Viviamo nell’epoca della paura e non ne abbiamo per l’unica cosa che dobbiamo temere.

 

 

“Un vabbe’ cosmico”, nelle parole di Sara, la protagonista del romanzo Fine di Civati e Tiberi, in cui è descritto un mondo in un tempo non troppo lontano – 2042 – in cui Miami è stata evacuata, Venezia è sommersa e i pochi potenti – a questo il potere si è ridotto: a poter scappare prima degli altri – hanno trovato riparo sulla cima dei monti. Ma è un riparo provvisorio: poi più niente. E tutto è mare: un viaggio verso la Groenlandia, una speranza di salvezza che è speranza di un tempo ulteriore per attendere la fine. Un mondo in cui quello che ora ci minaccia è già accaduto e nel quale non resta che domandarsi: “Quando? Quand’è che tutto per tutti ha cominciato a finire? Perché non ce ne siamo accorti? […] Come ci si accorge di una cosa? Qual è il momento esatto in cui una cosa diventa un’altra, quando gli elementi si sommano a comporre un disegno? Qual è il segnale, quale la ragione perché tutti se ne rendano conto?”. Siamo qui a domandarcelo e siamo già in ritardo. E non lo dicono solo gli uomini di scienza – e da più di trent’anni – ma abbiamo anche imparato a ripetercelo gli uni agli altri, a gettare sui negazionisti il nostro j’accuse! E così acquisiamo informazioni e ci lasciamo scandalizzare. Le nostre risorse intellettuali sono attive. E tuttavia resta qualcosa di astratto: senza una ricetta, senza un programma, senza, soprattutto, una soluzione che possa dipendere anche da noi.

 

Credere a quello che dicono gli scienziati, scrive Foer, dovrebbe immancabilmente far sorgere in noi l’urgente imperativo etico che ne consegue: muoverci a compiere, nell’uno per uno delle nostre singole vite individuali – che di questo uno per uno moltiplicato per un numero molto grande è poi fatto il genere umano – piccoli sacrifici per invertire una rotta certa verso la nostra estinzione. Ma se nessuno interviene dall’alto, quale differenza vuoi che faccia il tuo comportamento? Non si tratta solo di irresponsabilità, è detto in Fine: “se ne fregavano. Di più: teorizzavano la necessità di fregarsene”. E ancora: “non è forse questo quello che chiediamo alla politica? Decidere per noi quel che è meglio. Capire la situazione e prendere i provvedimenti necessari”. Sì, le cose stanno così. Senza legge sul fumo non sarebbe accaduto quanto è successo. Serve l’intervento dall’alto: le istituzioni e le forze economiche. Tuttavia il rischio è fare di questo “non bastiamo” un grande alibi che tutti ci assolve - il gramsciano "piagnisteo da eterni innocenti" - e evitare di provare a creare le condizioni di possibilità per un’altra storia e per un’altra cultura possibili. 

 

Safran Foer, pagina dopo pagina, ci porta a un: mi riguarda. Lo fa perché è di sé stesso che scrive, sono i propri dilemmi morali che mette in campo, la propria fatica a rinunciare a un hamburger: perché proprio io, figlio di una famiglia nata dal coraggio di una donna ebrea che è stata capace di fuggire dalla Germania quando attorno a lei nessuno voleva credere alla gravità di quel che stava accadendo, non so ripetere quel gesto e agire prima che sia troppo tardi? Perché attraverso in macchina l’America per correre dai miei figli e non lasciarli soli quando so che sulla mia città si scatenerà l’uragano Sandy, e non sono capace di modificare i miei comportamenti quotidiani per salvare quegli stessi figli da una condanna che con il nostro comportamento abbiamo già emesso? Perché è del nostro comportamento che parla Possiamo salvare il mondo prima di cena. Noi: io, tu. 

 

Tutto quello che questo libro riporta - dati, riflessioni, considerazioni, analisi - non ci dice che una cosa, molto semplice: non possiamo vivere la nostra vita come se fosse solo nostra, non possiamo mantenere la nostra alimentazione, non rinunciare ad alimenti di origine animale, senza rinunciare, nello stesso tempo, alla nostra vita su questo pianeta. I cambiamenti climatici sono una bomba a orologeria. Già esplosa, in parte: “Christiana Figueres, ex direttrice dell’ufficio sul clima dell’ONU, ha detto che abbiamo tempo fino al 2020 per evitare livelli di surriscaldamento che porterebbero cambiamenti climatici incontrollabili e irreversibili […] è impossibile guarire il mondo nel giro di pochi anni, ma lo si può ferire a morte per negligenza entro il 2020”. La scelta dunque è una: “netta e drammatica”: “quando serve un cambiamento radicale molti sostengono che sia impossibile indurlo attraverso azioni individuali, per cui è inutile provarci. È vero invece l’esatto contrario: l’impotenza dell’azione individuale è la ragione per cui tutti devono provarci”. Se anche arrivassimo spegnere tutte le luci e a privarci delle automobili non avremmo alcuna possibilità di salvarci dalla catastrofe annunciata: ecco perché “questo libro parla dell’impatto dell’allevamento sull’ambiente”: “non sappiamo con certezza se l’allevamento sia una delle cause principali dei cambiamenti climatici oppure la causa principale; sappiamo con certezza che non possiamo occuparci dei cambiamenti climatici senza occuparci dell’allevamento degli animali”.

 

Foer racconta imprese collettive: “chi debellò la polio? Nessuno. Tutti”; milioni di americani, durante la Seconda Guerra Mondiale, ascoltarono il messaggio di Roosevelt alla radio e sentirono l’importanza di “fare qualunque rinuncia necessaria” a prezzo anche di molti agi della vita comune: fuori era la guerra, come poterlo ignorare? Siamo capaci di comportamenti virtuosi, comportamenti che fanno ormai parte del nostro bagaglio etico. Siamo capaci di quella che lo scrittore americano definisce “una grande ola collettiva”: “una ola non richiede sentimento e però genera sentimento. Non si resiste a una ola”. L’azione genera motivazione. 

 

 

Prima che la verità fosse detta dal maestro, prima che la verità diventasse discorso, era cercata negli elementi della Natura: acqua, aria, fuoco, apeiron. Siamo partiti da lì, no? Prima di ogni logos, prima che il nostro corpo si separasse dal nostro pensare. Gramsci, nel suo Odio gli indifferenti, scrive che tre anni di guerra avevano portato molte modificazioni del mondo, ma una sopra tutte: hanno reso sensibile il mondo: "noi sentiamo il mondo; prima lo pensavamo solamente". Sentiamo solo nell'emergenza perché non sappiamo più abbandonare il terreno certo delle spiegazioni e farci ascolto, perché il mondo, quel modo del mondo, ha smesso di riguardarci da un po'. Safran Foer, allo stesso modo, ripete che capire non basta, ci invita a trovare il modo di un sentire, ci suggerisce un piano d’azione possibile per noi.

Il mio, dichiara, è non mangiare cibi di origine animale la sera. 

 

Si tratta di costruirsi il proprio: ho smesso la carne e mi domando a ogni pasto, come suggerisce Possiamo salvare il mondo prima di cena, se in effetti io non possa fare a meno di uova e formaggio. Non avevo mai nemmeno preso in considerazione questa possibilità, non avevo mai banalmente sentito che valesse la pena. Ora credo sia così perché mi sono raccontata una storia che mi implica. In ogni storia c’è qualcosa di identitario e radicale, e certamente una parte della nostra identità è nel cibo, nelle ricette, in quella cultura immateriale che ci tramandiamo, nel sugo dell'arrosto di nonna: non siamo salvi da contaminazioni e contraddizioni e tensioni. Cosa, dunque, vale la pena? Costringerci in una via “giusta”? Foer lo dice bene: non serve a nulla. È sciocco pure presentarsi come eroi: anche perché non c'è alcun pianeta da salvare, in gioco è semmai la nostra permanenza.

 

Così mi sembra che forse sia possibile intrecciare questo discorso ad altri discorsi altrettanto urgenti, tracciare una linea e provare a vedere se in questa linea non si nasconde un invito cui possiamo somigliare; discorsi che ritornano e che riguardano uomini e donne lasciati in mare, il potere, l’accumulo, il modo e il posto del femminile, l’intelligenza delle piante, la parola poetica capace di arrivare prima e oltre rispetto a un nostro ridere, o soffrire, che cerca e computa le sue ragioni. Non ne va, qui, solo della nostra salvezza su questo pianeta: è del bufalo morente, che si parla, della compassione. È costoso un certo modello di vita, è un lusso di pochi. Probabilmente sì, lo è. Molti tra noi, non tutti, credo che siano tuttavia in una condizione in cui possono scegliere: un lusso alternativo a un altro. Il lusso di un racconto diverso, una certa rinuncia se questa rinuncia include nuove voci e quell’umiltà – così dismessa e straniera – che è accoglienza, sottomissione al mondo e alla grazia. Come abitare la natura in un mondo snaturato? Si domanda Leopardi. Un orizzontale contrapposto al verticale. 

 

“Ecco il mondo che dice: m’increpo! m’increpo”

scrive Mariangela Gualtieri nella sua Predica ai pesci:

“Ecco i quaranta ladroni del mondo 

ecco la cacciagrossa

ecco il mondo che dice: fate piano fate piano

Eccolo che dice: sono delicato”.

 

Ho messo in un minuscolo vaso di terracotta un ramo spezzato raccolto ad Alicudi, trasportato avvoltolato in un fazzoletto inumidito. Si chiama Aeonium arborescens, mi han detto. Ha attraversato il mare, mondo intero in un pezzo di mondo, con quella sua forma che ricorda i frattali. Io, da lei, mi faccio raccontare di donne volanti. Lei, alleata che tiene in vita le nostre vite, mi risponde, ma conosce storie più antiche. Non stiamo uccidendo il pianeta, ci stiamo rubando il tempo che abbiamo per ascoltare nuove storie; del resto “se non si stamperanno più lunari, la luna per questo non fallirà la strada”.

 

Oggi alle ore 18 Safran Foer sarà a Mlano, allo Spazio Cinema Anteo.

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