Principianti, competenti, esperti

La competenza, questa sconosciuta. Se si tratta, con buona probabilità, di una delle questioni più discusse negli ultimi anni – in campo scientifico come politico, medico e mediatico, artistico e tecnologico – è proprio perché, alla fine, non abbiamo le idee chiare su che cosa essa effettivamente sia, come funzioni, che cosa significhi, come la si acquisisca. Sappiamo che l’expertise è uno strumento simbolico di potere, rimpallato fra forze opposte in campo, rivendicato di continuo dagli uni e parallelamente dileggiato dagli altri. Ma non sappiamo esattamente perché lo sia, né dunque come poter sedare gli animi, dando agli esperti quel che è degli esperti e ai dilettanti il brio per dilettarsi ancora.

 

Certo è che, in ogni caso, la pandemia non ha fatto che accentuare i conflitti in corso, ingrossando a dismisura – da un lato – la fideistica richiesta di professionisti cui delegare scelte sanitarie su larga scala, dunque politiche, e accentuando altresì – da un altro lato – l’onda anomala di coloro i quali rivendicano il diritto di decidere da sé, in nome di una libertà personale tanto vaga quanto perigliosa. La cosa ha radici antiche, manco a dirlo, collegandosi quanto meno alla putrescente retorica delle facce nuove in politica, che ha finito per mandare al governo, proprio perché inesperti e incompetenti, un manipolo di avventurieri. 

 

Occorre approfondire la questione. E in questo ci aiuta un formidabile libretto di Hubert Dreyfus, filosofo americano da sempre critico nei confronti dei programmi di ricerca sulla cosiddetta intelligenza artificiale, dedicato appunto al complesso tragitto che va Dal principiante all’esperto (cura e postfazione di Dario Mangano, Luca Sossella editore, pp. 130, € 9). Questo testo, primo capitolo di un grosso volume del 1985 scritto a quattro mani col fratello Stuart e intitolato Mind over Machine. The Power of Human Intuition and Expertise in the Era of the Computer, pone una questione apparentemente banale ma in effetti cruciale: come impariamo a fare tutte quelle cose che facciamo – camminare, andare in bicicletta, conversare, cucinare – senza conoscerne, e soprattutto saperne esplicitare, le regole costitutive? come siamo diventati esperti in determinate forme di saper-fare senza che nessuno ce le abbia insegnate? In modo curioso, spesso casuale, certamente pochissimo razionale (se per ragione intendiamo precisi e controllati protocolli di pensiero e d’azione).

 

Più diamo per scontata una nostra capacità, fosse pure, appunto, fare una passeggiata, meno ne padroneggiamo le tecniche che, in un modo come nell’altro, il nostro corpo deve avere acquisito. Analogamente, e viceversa: più cerchiamo di rendere esplicite tali regole sotto forma di istruzioni, meno quella capacità sappiamo adoperare. E Dreyfus racconta, a questo proposito, di quell’abilissimo pilota d’aereo che, dopo aver tenuto per mesi corsi di volo, aveva disimparato a gestire alcune delle emergenze che durante la rotta possono capitare. C’è come un gap fra il dire e il fare, la mente e il corpo, di modo che quello che chiamiamo saper-fare è in realtà, spiega Dreyfus, un coacervo di cose e idee, affetti e logiche molto complesso. L’expertise, insomma, è la risultante di moltissime spinte e controspinte.

 

Per metter ordine in questo coagulo complesso, Dreyfus prova a distinguere cinque fasi di quel cammino che porta il principiante a diventare un esperto, ricostruendo cinque diversi tipi umani che, come tutti i tipi, possono poi in concreto mescolarsi fra di loro: il principiante, il principiante avanzato, il competente, la persona qualificata, l’esperto vero e proprio. Ripercorrendo questo cammino vengono fuori cose di un certo rilievo.

Lavorando per acquisire una determinata abilità, accadono molte cose, tutte abbastanza inconsapevoli. Si comincia con il dotarsi delle regole corrette, poniamo, per imparare una lingua o per guidare una macchina. Così il principiante, nel primo caso, si dota di una grammatica e, nel secondo, consulta un libretto di scuola guida. Ma leggere le istruzioni per l’uso, come sa chiunque abbia provato a farlo senza aver mai usato una qualche tecnologia, è tanto inutile quanto deprimente: non ci si capisce nulla o, che è lo stesso, manca il contesto adeguato, l’esperienza pregressa che quelle istruzioni ci permette di mettere davvero in pratica. Il principiante è uno che conosce a menadito tutte le regole ma non sa che farsene: prova e riprova, senza esiti felici. Diventa un principiante avanzato solo quando, grazie a una certa esperienza accoppia le regole a dati situazionali. Così, per esempio, non si limita a sapere a quale velocità occorre cambiare marcia, ma inizia a capirlo dal rumore del motore senza più guardare il tachimetro. Guiderà un po’ meglio la sua automobile e, soprattutto, inizierà, non a dimenticare le regole, ma a renderle proprie, ad assumerle senza pensarci su.

 

 

Il principiante avanzato diviene pienamente competente quando si dà un obiettivo, quando l’accoppiamento fra regole e dati situazionali non è fine a se stesso ma indirizzato a uno scopo. Il problema non è più saper usare il cambio dell’auto, ma decidere dove andare con essa, immergersi nel traffico avendo ben presente che l’auto è lì per portarci a destinazione per tempo. Si cambia marcia, adesso, in funzione dei ritmi da tenere alla guida. Laddove il principiante, per quanto avanzato, eseguiva un’azione senza curarsi di quel che gli stava intorno il competente fa caso all’ambiente circostante e a quel che vi accade, in modo da eseguire il suo compito nel modo migliore. Un infermiere ad esempio, se sente un bambino piangere nel letto accanto a quello del paziente che sta accudendo, abbandona la manovra in corso per andare a vedere di che si tratta. Come dire: il competente non applica regole in sé ma valuta dalle circostanze come farlo, sapendo, fra l’altro, che il suo agire avrà delle conseguenze future: processa, come dicono gli ingegneri, le informazioni in suo possesso per risolvere i problemi che gli si pongono davanti, sentendosene coinvolto in funzione di ciò che provoca nel mondo intorno a sé. Caratteristiche diverse ha la persona qualificata, che si distacca dal contesto specifico rendendo più fluido il proprio agire: non si preoccupa tanto dei risultati da ottenere a tutti i costi ma, più serenamente, sa anche come cambiare obiettivo se qualcosa va storto, senza andare su tutte le furie se il suo programma d’azione viene vanificato dalle circostanze concrete in cui si trova.

 

Così, se sta guidando su una strada bagnata dalla pioggia battente, si distacca emotivamente dal fatto di dovere raggiungere la meta preoccupandosi semmai di non sbandare. Non si ostina insomma, ma si adatta. Cosa che, in fondo, è quel che accade sempre e comunque nella nostra vita quotidiana, dove la gran parte delle cose che facciamo sono così, in una specie di tensione continua fra quel che vorremo fare e quel che possiamo fare effettivamente. Senza particolari stress. L’esperto, infine, è uno che ha del tutto dimenticato, non solo le regole di ciò che sa fare, ma tutto il cammino percorso per diventare così bravo. Se gli si chiede come fa, non sa rispondere, non sa insegnarlo perché non agisce più, come i quattro personaggi di prima, analiticamente ma per intuito, fiutando casi e situazioni e agendo per come gli viene. La sua non è però, come potrebbe sembrare osservandolo dall’esterno, un’abilità innata, una sorta di genialità congenita e misticheggiante, irrazionale, indicibile perché misteriosa, ma un intuito sapiente, una specie di incorporazione inconscia, lenta ma cocciuta, delle fasi precedenti e di tutto quel che ha dovuto affrontare in esse. L’esperto guidatore non è il matto irresponsabile che, magari, corre senza motivo, ma uno che, molto semplicemente, non si accorge di star guidando mentre lo fa, non ci pensa e, proprio per questo, lo fa con estrema scioltezza, benissimo. È diventato un tutt’uno con la sua auto. Come accade a noi, per esempio, quando normalmente facciamo una passeggiata: non stiamo lì a pensare al modo in cui mettiamo una gamba davanti all’altra, schiviamo i sassolini al parco, evitiamo le pozzanghere, ma pensiamo ad altro: e proprio per questo la nostra passeggiata è estremamente piacevole. L’esperto non risolve problemi: semplicemente non ne ha. Non prende decisioni: non ne ha bisogno.

 

Se gli dovesse accadere, se si trovasse dinnanzi a un imprevisto, a una faccenda inaspettata, dovrebbe riprendere ad agire come quando era un semplice competente, ritornando ad analizzare le situazioni e comportarsi di conseguenza. Ma in quanto esperto, finché dura, è come un poeta della vita quotidiana, un fortunato abitante del proprio mondo: fortuna acquisita nel tempo, grazie alla progressiva incorporazione di migliaia e migliaia di regole, dati situazionali, obiettivi, incidenti, prove ed errori.

Potremmo continuare. Dreyfus, che – come sarà chiaro – intende ridimensionare i sogni di chi vorrebbe dotare i computer di abilità troppo umane, si dilunga sulle varie, grosse conseguenze della sua tipologia. Motivo per cui vale la pena di leggerlo per intero.

 

Per quel che ci riguarda qui e ora, basti osservare che questa serie di gradini che vanno scalati per passare dall’essere principiante al diventare esperto schiva, se non distrugge del tutto, una serie di tradizionali opposizioni presenti surrettiziamente nel nostro modo di pensare: come quelle fra calcolo e intuito, razionale e irrazionale, analisi e sintesi, logica e emozione, scienza e arte. Il nostro agire non fa che mescolare tutto quanto, non in modo casuale ma con meccanismi estremamente complessi che, se serve, possono essere ricostruiti. Il genio, s’è detto, è uno che ha dimenticato tutto quel che ha dovuto imparare per diventare tale. Analogamente, il problem solving non è lo scopo dell’esperto ma semmai del competente, il quale si ostina a raggiungere obiettivi senza saper distinguere, nella propria esperienza, tra ciò che è importante e ciò che può non esserlo. Come fa appunto l’esperto, e prima di lui la persona qualificata: se piove, rallenta, e se ne frega di tutto il resto; ne va della vita, sua e degli altri. La saggezza, termine che Dreyfus non usa, non sta nella capacità di astrazione ma nella gestione della concretezza quotidiana, volta per volta, caso per caso. Lo capiranno i no vax?

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