Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini

 

Chi non ricorda A che punto è la notte o La donna della domenica? Non foss’altro per l’incantevole Jacqueline Bisset del film di Comencini del ’75? La “ditta” Carlo Fruttero - Franco Lucentini occupa un posto di rilievo nella storia del romanzo (non solo giallo) del secondo Novecento. Ma i lettori più avvertiti non ignorano che Lucentini è stato anche narratore in proprio: i racconti La porta (1947), I compagni sconosciuti (1951) e Notizie dagli scavi (1964) formano un trittico che non è eccessivo definire magistrale. Domenico Scarpa, critico di vaglia nonché scrupoloso e rabdomantico curatore di testi, dedica ora a Lucentini un piccolo, prezioso libro, che gioca sull’identità una e bina dell’autore: Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini (:duepunti, Palermo 2011, pp. 140, € 18,00). Non Lucentini come titolare al 50% del marchio F&L, ma Lucentini e basta (“uno”) presentato dapprima nella duplice veste di scrittore e traduttore, quindi con due saggi: il profilo scritto dopo la sua scomparsa (Uno) e l’approfondimento Scavi nelle “Notizie”, dedicato naturalmente a Notizie dagli scavi (edito in veste autonoma del 2000 da Avagliano per le cure dello stesso Scarpa). Completano il volume Numero uno, studio sulla genesi editoriale dei Compagni sconosciuti (il titolo che inaugurò la collana dei “Gettoni” di Vittorini) e un’accuratissima Bibliografia individuale, ripartita fra scritti dell’autore e contributi critici.

 

Quello che emerge da questa monografia modulare è l’affascinante profilo di un intellettuale curioso e poliglotta, dalle sterminate letture, narratore di talento, raffinato esperto di lavoro editoriale, che ha professato il perfezionismo come strategia di sopravvivenza. Da questo punto di vista, forse le pagine più rivelatrici sono proprio quelle dedicate all’attività della traduzione; in particolare alle imprese mai portate a termine, come la versione del Coup de dès mallarmeano, o il progetto di una “antologia della poesia urbana, suburbana e ferroviaria”. Nel frattempo, Lucentini era capace di esercitarsi per decenni su versioni “iperletterali” da Les Fleurs du mal o dai Vangeli (“San Luca e Baudelaire erano il suo modo di fare le aste”) o magari dal Tao Tê Ching, prologo alla traduzione delle massime del presidente Mao. “Era la traduzione la vera forma della sua scrittura”, postilla Scarpa, “sia quando scriveva da solo sia quando cominciò a fare coppia con Carlo Fruttero. Come tutte le persone veramente operose Lucentini era pigro, scrivere di suo lo attraeva poco”.

 

Come un gusto maniacale dell’esattezza si possa conciliare con un distacco disincantato ai limiti dello scetticismo, da un lato pervaso di signorile ironia, dall’altro suscettibile di coloriture metafisiche, all’insegna della convergenza (diagnosticata altrove da Scarpa) di humour e teologia, è circostanza che si può verificare solo attraverso una lettura attenta, paziente, vigile ai dettagli. Del resto, al di là delle osservazioni critiche e dei ragguagli documentari, probabilmente la cosa principale che insegna questo libro è che l’unicità consiste in un modo esclusivo di essere plurimi. Ci sono voluti tanti Lucentini per farne uno. E quell’uno ha preferito starsene il più a lungo possibile nell’ombra: sì che la maniera migliore di conoscerlo e di rendergli omaggio, oggi, non è cercare di portarlo alla luce, ma rendergli visita lì, nell’ombra dove si è acquattato, geniale e sornione, dietro gli schermi dei testi variamente altrui ai quali ha voluto dedicarsi.  

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