festival scarabocchi 2020

Ritratto di Mario Mieli

L’unico ricordo dal vivo di Mario Mieli che ho è in scena, al Teatro Out Off, che in questi giorni celebra i suoi quarant' anni, in un avventuroso momento della Sei Giorni del Monologo, visto da ragazzino di soppiatto. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, perché io ero finito lì per caso con un amico dei miei appassionato di performance, ma il performer aveva fama di scandalo e io avevo quattordici anni, cosa che, ovviamente, mi ha costretto a fare di tutto per vederlo, aspettando con una certa ansia in uno zigzag complicato di lavori di avanguardia e tradizione. Magrissimo, avvolto da poco più di un velo, declamava come una presenza di fantasima il suo allucinato Krakatoa, distillato della sua sapienza alchemica, di cui ovviamente avevo capito poco o nulla, per mancanza di strumenti, rimanendo però folgorato dalla figura, di cui poi mi è capitato spesso di scrivere, negli anni, facendo domande a qualcuno che lo aveva conosciuto. A rileggerla oggi la sua opera è uno straordinario filtro di diverse tensioni, tra il capitale Elementi di critica omosessuale (1977, da Einaudi, con il forte sostegno di Giulio Bollati, di Cesare Cases e dello stesso Einaudi) e il contrastato, decadentissimo, notevole romanzo Il risveglio dei Faraoni, pronto in bozze alla sua morte per suicidio nel 1983 e poi ritirato prima della stampa per intervento della famiglia, e uscito nel 1994 per la passione di un gruppo di amici (tra cui Lia Cigarini, Corrado Levi e Umberto Pasti), ma poi ritirato dal commercio e diventato ormai una rarità bibliografica.

 

L’epopea di perdita e ritrovamento di sé, nel filtro del magico potere degli escrementi, è elemento centrale di ogni sua ricercata alchimia dell’identità. Al momento del suicidio, a trentuno anni, quella narrazione magmatica, che sarebbe finalmente il momento di ripubblicare e di spiegare nel contesto dell’esistenza del suo autore, riassumeva anni frenetici di adesioni e fughe, vissuti molto spesso a contatto con i movimenti omosessuali a Londra e a Parigi, ma anche frequentando il marxismo e le pratiche di autocoscienza sempre in atto nella vivace Libreria delle Donne di Via Dogana. Le sue performance spesso estreme (inclusi i famosi atti e detti coprofagi che lo avevano reso celebre o famigerato sulla stampa scandalistica), le sue riflessioni che tendevano a scardinare ogni concetto di appartenenza, lo rendevano il capostipite di ogni movimento queer a venire. Talvolta, dati i tempi diversi e la difficoltà di definizione di un’epoca che appena scopriva da noi il gender, era quasi più estremo nell’acutezza del pensiero di Paul (già Beatriz) Preciado, che oggi nel suo acutissimo lavoro esprime il rifiuto del presente a ogni norma di “genere” e allo svelamento delle micidiali farmacopolitiche di controllo (di cui dà conto nel suo notevolissimo Testo tossico, uscito fortunatamente anche in Italia da Fandango nel 2015, pp. 430, € 22). 

 

 

In tacchi a spillo e boa di struzzo alle riunioni di Autonomia Operaia , finché non lo cacciavano fuori, o intento a scippare in “vesti di pastorella” il microfono al paternalistico Dario Fo, all’affollatissimo raduno bolognese contro la repressione del 1977, Mieli era già la diva alternativa eppure autentica del rutilante spettacolo collettivo La traviata Norma; ovvero: vaffanculo… ebbene sì, in cui il travestimento era la regola. Il nostro peraltro amava che si rimarcasse la sua indubbia somiglianza con Marella Agnelli, resa celebre dalle foto di Richard Avedon con il nome di “collo di cigno”. Il lavoro del 1976 si incentrava sull’idea, semplice e molto efficace, di un mondo di drag che si presentava a uno spettacolo eterosessuale underground, facendo scattare uno straniamento brechtiano condito da non poca ironia. Di quella produzione rimane un libro, con belle fotografie di Guisa Sambonet, edito non per caso da L’Erba Voglio di Lea Melandri e Elvio Fachinelli, che già aveva magistralmente commentato le fotografie dei travestiti genovesi di Lisetta Carmi, dolente e mirabile sequenza di teatrini domestici tra Madonne dei sette dolori e parrucche elaboratissime come le acconciature coeve di Milva quando cantava il bolero Quattro vestiti . Quel testo si trova ora nel bel volume Al cuore delle cose. Scritti politici, pubblicato nei mesi scorsi da DeriveApprodi. 

 

Di Mario Mieli Youtube propone alcuni suoi momenti, tra cui un' intervista con la RAI nel programma “Come mai” del 1977, in cui con gonna e trucco confuta l’accusa di “Panorama” che lo stigmatizza come “starlette del porno” e dichiara che la società può salvarsi solo attraverso le donne (“portavoci del futuro”) al momento dell’uscita di Elementi di critica omosessuale, ma anche negli scatenati interventi al Parco Lambro, di fronte a un pubblico ostile, mentre urla con uno stranito Ivan Cattaneo (per cui aveva scritto il testo della notevole Darling) “el pueblo unido è meglio travestido” o “lotta dura contronatura”, allo sconcertato pubblico del raduno rock giovanile. La sintesi del suo pensiero, in quel momento, è chiara: “non era più il momento di battere, ma di combattere”. Ora Silvia De Laude, già curatrice con Walter Siti dei Meridiani Pasolini, pubblica da Clichy, a quattordici anni di distanza dall’uscita presso Feltrinelli di Elementi di critica omosessuale, ormai introvabile, nel momento in cui non esiste alcun libro in commercio delle sue opere, E adesso (pp. 160, € 7), un acuto e utilissimo profilo biografico e critico di Mieli, raccontandolo a trecentosessanta gradi, tra arte e politica, teatro, performance, camp e provocazione. L’autrice mette da parte gli aspetti dello “scandalo” Mieli per raccontarlo come “giovane favoloso”, quasi una reincarnazione moderna e travestita di Leopardi, presentando le tappe di un' identità che sfida sempre in primo luogo se stessa e la propria rappresentazione. La parte finale del volume è dedicata a un florilegio di scritti diversi dello scrittore, dai libri, ma anche con frammenti folgoranti da interventi su dimenticate riviste del movimento omosessuale, su volantini, o nelle cartoline a Umbertine (ossia Umberto Pasti), in cui si trovano parole di grande tensione lirica.

 

La parte politica è in primo piano: Mieli spara a zero contro la “educastrazione” degli psicoterapeuti, dice che ucciderebbe con le proprie mani i medici che, come in un' orrorifica variante di Arancia meccanica, si dedicano alla micidiale aversion therapy, che è intesa a “curare” l’omosessualità, presentata come una patologia, con la violenza dell’elettrochock. È lucidissimo nel suo contestare il sistema politico: quando il FUORI che ha contribuito a fondare si associa con il Partito Radicale, fugge subito, fondando i COM, Comitati Omosessuali Milanesi, di cui disegna il futuro al di fuori di una struttura di partito. La parola “omosessuale” è già un limite, dato dal tempo dell’elaborazione della sua scrittura. Mieli ha un pensiero più oltranzista e modernissimo: “l’eros libero sarà transessuale” e dietro a questa dichiarazione c’è una figura mitica, usata come talismano e slogan, l’ermafrodito, magia della congiunzione dei sessi, in chiave di rebis, essere doppio e perfetto. L’alchimia, nella rilettura di Silvia De Laude, trova il riconoscimento di una azione-chiave nella costellazione degli interessi di Mieli: l’autrice sottolinea la relazione intellettuale con il massone e esoterista romano Francesco Siniscalchi, che gli indirizzò una lettera riservata in merito al commento di un passo di Paracelso. Emerge, assai marcato, nel lavoro, il legame con l’Egitto simbolico che costituisce il centro de Il risveglio dei Faraoni.

 

La sua famiglia industriale era infatti giunta a Como da Alessandria d’Egitto, che aveva prestato a Milano anche la voce radicale di Demetrio Stratos. Se il grande cantore delle diplofonie si era nutrito degli infiniti melismi di Umm Kalthum, Mieli sembrava ricamare sul repertorio delle mummie del Fayyum, immagini realistiche, e simboliche a un tempo, di vite interrotte nel fiore degli anni, consegnate alla Storia nei ritratti che ornavano le sepolture. Egli stesso sembrava in certe immagini un personaggio evocato da Kavafis, sul filo del tempo, tra passato e futuro. Quello che più colpisce, rileggendo un’opera inseguita da un’esistenza frenetica, tra l’attivismo politico e i viaggi, le letture, i miti (e una profonda risonanza con Ziggy Stardust, messia lebbroso e profeta della crisi finale della civiltà tra glitter e lustrini, memorabilmente inventato da David Bowie), le crisi tossiche, le depressioni e le ascesi d’amore. Basta seguire i numerosissimi interventi su dimenticati quanto vitalissimi fogli di stampa, dai titoli memorabili: I vespasiani degli omosessuali, o Dalle cantine froce, elaborato insieme a Corrado Levi, in chiave di libro d’artista. L’itinerario di Mario Mieli quando scelse di porre fine alla sua esistenza, mettendo la testa nel forno, si riassunse nel raro film televisivo Una favola spinta, diretto da Guido Tosi e prodotto da Rai3 Lombardia, in epoca di clamoroso pluralismo, nel 1984, riproposto opportunamente per la prima volta dal Festival Mix di Milano nel 2013. Nel film (interpretato da Raffaella Azim e da un sorprendente Aldo Mondino, insieme a due giovanissimi Claudio Bisio e Paolo Rossi e a Daniela Piperno), frammenti de Il risveglio dei faraoni, lampi di antico Egitto su sfondi meneghini, iniezioni massicce di camp, tra tacchi a spillo e paillettes: insomma una vera e propria saga alla ricerca di sé e della propria luminosa perdita. Dal 1983 il circolo Mario Mieli di Roma ricorda il nome di questa identità multiforme, sospesa tra la provocazione estrema e il più straziato lirismo, tra il camp più perfetto di colui che amava essere definito “uccello del paradiso” e il desiderio di una mistica metamorfosi. Oggi, al di là del mito, è il momento di ritornare all’opera. E adesso è un ottimo punto di partenza.

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